“Il nostro pianeta non è spacciato”. Parola di Antonello Provenzale del Cnr

Basta parlare della fine del mondo: cominciamo a discutere di come salvarci. È l’appello di Antonello Provenzale, fisico del Consiglio nazionale delle ricerche.

We can change climate change, “Possiamo cambiare i cambiamenti climatici”. Questo è lo slogan di Countdown, un’iniziativa globale promossa da TED, il format di conferenze più famoso al mondo, e Future stewards che ha l’obiettivo di accelerare l’attuazione delle strategie contro la crisi climatica, trasformando le idee in azioni. Ed è anche il forte messaggio lanciato dal fisico Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), che si occupa di dinamica del clima e impatti dei mutamenti ambientali su ecosistemi e biodiversità.

Provenzale è fra gli esperti che hanno deciso di aderire a questa iniziativa partecipando alla serata di TEDxMilano il 10 novembre alle 21:00 al teatro Franco Parenti, visibile anche in diretta streaming, durante la quale si alterneranno sul palco scienziati, manager, imprenditori, artisti, attivisti – a partire dal sindaco Giuseppe Sala – che proveranno a identificare le azioni più efficaci per la tutela della Terra. Un pianeta che non è affatto spacciato, secondo il fisico: ci sono molte strade che si possono intraprendere per salvarlo. Dobbiamo smettere di chiederci quali sono le cause del riscaldamento globale, visto che la scienza le ha già identificate. Dobbiamo invece cominciare a parlare di come risolvere questa crisi, ripensando i nostri modelli di sviluppo e gli stili di vita.

Antonello Provenzale
TEDxMilano vi aspetta per l’appuntamento Countdown a Milano mercoledì 10 novembre alle 21 al teatro Franco Parenti e in streaming © TEDxMilano

Di cosa si occupa l’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr?
L’istituto si occupa di scienze della Terra, dalla geologia classica alla geochimica, fino alla geotermia. Tematiche rilevanti dal punto di vista del clima sono l’interazione tra la forma del territorio e i cambiamenti climatici, gli effetti del riscaldamento globale sulle risorse idriche, in particolare quelle sotterranee e, negli ultimi cinque anni, lo studio di quella che viene chiamata “zona critica” del Pianeta, cioè quello strato che sta fra la roccia e la cima della vegetazione e che contiene il suolo, ma anche le piante, l’acqua e gli organismi viventi.

È il punto in cui la roccia incontra la vita e, quindi, dove i processi geologici e geomorfologici si mescolano con quelli biologici. La zona critica è studiata mediante una serie di osservatori: noi ne abbiamo uno sul Gran Paradiso, uno alle isole Svalbard e altri due che stanno nascendo nei pressi dell’Etna e sull’isola di Pianosa. Facciamo dei modelli per capire come i cambiamenti – non solo climatici, ma di qualunque tipologia – possono influire su questo sistema.

Quali sono i limiti di predicibilità dei cambiamenti climatici?
Bisogna prima di tutto capire cosa si intende con predicibilità. Quella deterministica è limitata nel tempo e riguarda, per esempio, le previsioni meteorologiche. Quando andiamo a fare proiezioni climatiche, riguardo ai prossimi cinquanta o sessant’anni magari, sono proiezioni di tipo statistico. C’è poi un intervallo intermedio estremamente interessante e altrettanto complicato che va fra il mese e i vent’anni.

Qual è la grossa differenza tra le previsioni meteorologiche e quelle climatiche? Quelle meteorologiche dipendono dalle condizioni iniziali, cioè lo stato dell’atmosfera e dell’oceano oggi determina quello che succederà nei prossimi giorni. Nelle previsioni climatiche, invece, lo stato attuale conta relativamente poco, perché andiamo a esplorare più che altro quello statistico. Nell’intervallo intermedio, contano tutti e due. Nonostante sia la più difficile, questa scala è anche la più importante dal punto di vista della pianificazione.

Nonostante questi “limiti”, la scienza non ha dubbi riguardo all’urgenza di mitigare il riscaldamento globale. Allora perché, secondo lei, molte persone faticano a percepire la crisi climatica come una minaccia reale che le coinvolge da vicino?
Prima di tutto, la riconversione industriale costa molto. Bisogna capire chi la sosterrà e chi pagherà i costi dei cambiamenti climatici, destinati a crescere, che in genere sono pagati dai governi e quindi dalle tasse dei cittadini. Alcune nazioni saranno in grado di sostenere questi costi, altre no.

A livello di percezione dei cittadini è perché, fino a dieci anni fa, i cambiamenti climatici erano lenti. È molto difficile preoccuparsi per qualcosa che succederà fra trenta, quarant’anni, quando abbiamo una serie di problemi più urgenti, come la pandemia o la crisi economica. La faccenda è un po’ cambiata perché negli ultimi dieci anni gli effetti della crisi climatica si sono amplificati e il processo ha subito una forte accelerazione. Questo secondo me ha modificato la percezione.

C’è anche un altro aspetto: troppo spesso il dibattito, specialmente sui media, ha messo in dubbio la responsabilità dell’uomo di fronte ai cambiamenti climatici. È un dibattito assolutamente obsoleto. Il dibattito vero dev’essere su cosa fare. Trovo sbagliatissimo dare il Pianeta per spacciato e arrendersi: ci sono molte cose che si possono fare per salvare noi stessi, perché la Terra non è a rischio ma noi sì. Bisogna discutere dell’energia, delle batterie, dell’economia, dell’agricoltura.

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La manifestazione dei giovani attivisti di Fridays for future il 30 ottobre 2021, in occasione del G20 di Roma © Stella Levantesi

Da cosa sono dipesi i violenti fenomeni meteorologici che hanno interessato la Sicilia a fine ottobre?
I fenomeni intensi nel Mediterraneo ci sono e hanno cause diverse. Quelli di fine ottobre, però, somigliano agli uragani. Non sono dei veri e propri uragani, ma delle tempeste extra tropicali che traggono energia dalle acque sempre più calde. Non è ovvio che siano aumentati negli ultimi anni, perché abbiamo cominciato a rilevarli da quando ci sono i satelliti, ma è probabile, sapendo che il meccanismo di rinforzamento dipende dalla temperatura del mare.

Via Etnea, a Catania, come un fiume in piena © Sanne Derks/Getty Images

Il vostro istituto ha recentemente dimostrato come alcuni fattori ambientali abbiano influenzato la composizione e la funzionalità delle popolazioni di artropodi, un tipo di invertebrati. Ci può raccontare qualcosa in più al riguardo?
Noi abbiamo partecipato alle analisi. L’autore dello studio, un giovane ricercatore di nome Silvio Marta, ha osservato l’effetto dei cambiamenti climatici, dei mutamenti ambientali e dell’impatto umano sulla biodiversità. Una volta ottenuta la modellazione empirica di come risponde il sistema che ci interessa, possiamo prevedere che cosa nel futuro sarà maggiormente a rischio. Gli incendi, per esempio, dipendono fortemente dalle condizioni dell’estate, ma in parte anche da quelle delle estati precedenti, dallo stato e dall’abbondanza del combustibile. Stiamo studiando anche i flussi di carbonio delle praterie alpine per capire quali sono i meccanismi di controllo.

Antonello Provenzale
I vigili del fuoco in azione in Sardegna © Getty Images

Qual è l’impatto dei cambiamenti climatici sulle risorse idriche, quelle sotterranee in particolare?
Dipende da una zona all’altra. Il problema principale si ha nelle zone dell’Italia centrale, che rischiano di diventare più aride di quanto non siano oggi, e negli acquiferi costieri. Questo dipende sia dalla diminuzione delle precipitazioni sia dall’aumento delle temperature che, d’estate, comporta una domanda di acqua maggiore. Una falda costiera troppo sfruttata e non ricaricata può comportare, da un lato, la risalita di acque profonde contenenti sostanze inquinanti e, dall’altro, l’ingresso di acqua salata.

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