Collezionisti di musica tribale

All’Università di Canberra, una preziosa collezione di oltre 7000 ore di musica tribale registrata sul campo a partire dal 1898 fino ad oggi

La musica tribale come un libro ci racconta tradizioni usanze e costumi di minoranze etniche sempre più in via di estinzione

In Australia, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, Lorimer
Fison e Alfred W. Howitt, missionari appassionati di etnografia e
dotati di una propria autonomia scientifica, divennero i men on
the spot
, cioè gli “informatori a distanza”, di famosi
antropologi quali Morgan, Tylor e Frazer, per i quali raccolsero
una massa impressionante di dati etnografici mediante appositi
questionari inviati loro dalla lontana Europa.

Fison e Howitt che avevano contatti frequenti con i nativi
divennero vere e proprie autorità etnografiche tanto che il
loro libro Kamilorai and Kurnai è considerato ancora oggi un
lavoro fondamentale per la conoscenza della cultura
aborigena
. Questo genere di collaborazione a distanza,
molto in voga in quegli anni, fu ancora più stretta e
fruttuosa tra Frazer e il biologo William B. Spencer, professore
all’Università di Melbourne, e il magistrato Francis
J.Gillen, resident nell’Australia centrale, grande difensore degli
aborigeni.

I due, che vantavano una profonda conoscenza delle culture
native e lunghe frequentazioni delle tribù dell’Australia
centrale, oltre che a operare come informatori di Frazer, scrissero
alcune opere etnografiche di grandissima importanza. Fu grazie alla
fiducia e alla gratitudine degli aborigeni nei confronti di Gillen
che li aveva protetti dalle brutalità della polizia
australiana, che ai due studiosi fu consentito di assistere alle
loro cerimonie sacre e di documentarle fotograficamente.

Nonostante le prime importanti monografie etnografiche
descrivessero anche alcuni aspetti fondamentali della cultura
musicale aborigena, essa rimase pressoché sconosciuta fino
agli anni ’80 in quanto oggetto di studio di pochi accademici. Ma
le prime registrazioni risalgono già alla fine dell’800 e
furono effettuate da etnomusicologi ed antropologi dell’Australian
Institute of Aboriginal Studies, oggi conosciuto come
Australian Institute of Aboriginal and Torres Strait Islanders
Studies
, nel corso di lunghe e frequenti ricerche sul
terreno.

Nella sua sede presso l’Università di Canberra, l’AIATSIS
conserva una preziosa collezione di oltre 7000 ore di musica
tribale registrata sul campo a partire dal 1898 fino ad oggi. In
particolare, E. Harold Davies, T.G.H. Strehlow e N.B. Tindale sono
stati tra i primi pionieri a registrare cerimonie e canti tribali.
Esiste un vastissimo repertorio di canti per donne, uomini e
bambini, per i clan e i culti in genere, alcuni dei quali vengono
ancora oggi eseguiti pubblicamente mentre altri possono essere
cantati e ascoltati soltanto da una audience selezionata in quanto
associati a cerimonie segrete. Poiché l’accesso al potere
sacro conferito attraverso il rituale è in gran parte
limitato agli uomini, va da sé che da molte di queste
cerimonie siano rigorosamente escluse le donne e i bambini.

Alcune testimonianze interessanti …

Alcune testimonianze interessanti ci sono giunte dall’etnologo
A.P. Elkin, il cui monumentale lavoro sugli Aborigeni australiani
è stato tradotto in tutto il mondo. Le sue indagini sul
terreno, eseguite durante numerosi soggiorni nelle regioni
dell’Arhnem Land, furono imperniate soprattutto sullo studio delle
forme espressive utilizzate come collante sociale.

Negli straordinari documenti sonori gelosamente conservati
è possibile trovare una grande varietà di canti
“chiusi” o “segreti”, conosciuti da pochi anziani ed eseguiti
rigorosamente durante le cerimonie d’iniziazione, e di canti
“aperti” o “pubblici” (d’intrattenimento, narrativi, infantili,
d’amore, legati alle attività quotidiane, all’insegnamento
della cultura tribale, alla caccia e alla raccolta) non esclusivi e
quindi condivisi da tutta la comunità.

Molti di questi, all’interno dei quali esistono innumerevoli
sottocategorie stilistiche, ognuna delle quali comprende, a sua
volta, canti diversi, sono andati perduti o dimenticati; altri sono
stati tramandati oralmente di generazione in generazione; altri
ancora rielaborati o riadattati nel corso del tempo. Ancora oggi,
le modalità, la struttura vocale, monodica e polifonica (a
cappella o con accompagnamento strumentale), l’intonazione,
l’andamento melodico, il ritmo, gli intervalli, il fraseggio,
l’accompagnamento di uno o più strumenti e di voci
onomatopeiche, l’enfatizzazione di una o più note e la
sequenza delle strofe, dipendono dal contesto sociale, cambiano da
un rituale all’altro e a seconda dei luoghi.

Ancora oggi, per molte tribù australiane la riuscita di
una cerimonia
sacra
è intimamente legata al rispetto della
tessitura musicale e al preciso ordine sequenziale dei canti che
l’accompagnano. Le straordinarie registrazioni effettuate da A.P.
Elkin conservano intatte un’ atmosfera d’altri tempi, con il
crepitìo del fuoco, le voci dell’ accampamento e i rumori
del bush che fanno da sottofondo ai corrobores.

Un denso quadro ambientale che mantiene intatto il magico
impatto dell’ascoltatore con il mondo di allora. Gli studi di
antropologi di fama mondiale come Elkin, Worms, Spencer e Gillen,
basati in larghissima misura su materiale raccolto in Australia
Centrale, il lavoro di Alfred Cort Haddon, frutto delle sue due
famose spedizioni allo Stretto di Torres, insieme a quello di
Ronald Berndt e Catherine Helen Berndt, che nel corso delle loro
indagini etnografiche condotte soprattutto nel Northern Territory
hanno evidenziato la complessità delle relazioni che
esistono tra alcuni canti e i miti legati ad un
determinato luogo
, hanno contribuito notevolmente a
promuovere una maggiore comprensione della cultura musicale
aborigena e del pensiero religioso ed etico espresso nel rituale e
nella mitologia di uno dei popoli più antichi della
terra.

Maurizio Torretti

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