Un nuovo rapporto dell’Unep ammette che l’obiettivo degli 1,5 gradi sul clima è fuori portata, ma indica un percorso per limitare i danni.
Studio italiano conferma i legami tra scioglimento delle calotte artiche, i cambiamenti climatici e il rapido innalzamento del livello dei mari.
L’Artico è sempre più caldo. E l’ultima volta che questo accadde, la calotta si sciolse portando uno sconvolgimento climatico in tutto il pianeta. Il livello dei mari ai tropici si alzò fino a 20 metri in 340 anni. Un evento estremo che mise fine all’ultima era glaciale e che spianò la strada alla nascita della civiltà umana come la conosciamo oggi.
A confermare quanto avvenuto è il Progetto Arca (Arctic: present climatic change and past extreme events), finanziato dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca e con il coinvolgimento del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), in qualità di coordinatore, dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) e dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv).
L’obbiettivo è quello che i ricercatori di tutto il mondo tentano di comprendere da decenni, ovvero quali siano i “meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani, quali importanti fattori capaci di forzare i cambiamenti climatici”, spiega il Cnr in una nota.
“A partire da 20mila anni fa, durante l’ultima deglaciazione, tali cambiamenti nella circolazione oceanica hanno causato fasi di raffreddamento del nord Europa”, hanno spiegato Michele Rebesco e Renata G. Lucchi dell’Ogs, che hanno coordinato le attività del progetto. “Fino ad allora la calotta glaciale occupava tutto il Mare del Nord e si estendeva fino all’Europa settentrionale. Sciogliendosi ha alterato l’equilibrio ambientale dando origine a periodi particolarmente freddi”. Uno scioglimento che ha causato un repentino aumento del livello dei mari che nelle aree tropicali raggiunse circa 20 metri nell’arco di soli 340 anni.
L’Artico è oggi una delle frontiere più importanti per lo studio dei cambiamenti climatici e la comprensione dei fenomeni ad essi legati. Tanto da essere nato un forum intergovernativo denominato Consiglio Artico che si occupa dello sviluppo sostenibile e della tutela ambientale della regione attorno al polo Nord, oltre che a valutare le opportunità economico scientifiche che questi fenomeni hanno aperto in tutta l’area artica.
Il nostro Paese è presente come osservatore e fornisce supporto scientifico a tutta la ricerca, come sottolinea Stefano Aliani, oceanografo dell’Istituto di scienze marine del Cnr che ha coordinato l’integrazione delle attività portate avanti dai diversi gruppi di ricerca: “I meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani sono molto complessi e la loro comprensione richiede l’integrazione di competenze multidisciplinari”.
“L’Artico – conclude il Cnr – si sta riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra, e questo si traduce in un altrettanto rapido cambiamento ambientale. Negli ultimi anni in particolare appare evidente un’accelerazione dei cambiamenti, al punto che la possibilità che si ripetano eventi estremi non è più un’ipotesi remota”.
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