Il 30% della Terra deve diventare area protetta se vogliamo salvare la biodiversità

In vista della Cop 15 sulla biodiversità che si terrà in Cina ad ottobre, le Nazioni Unite hanno avanzato le loro proposte per la protezione delle specie.

Occorre porre sotto protezione almeno il 30 per cento delle superfici emerse e degli oceani di tutto il mondo. Ciò al fine di stabilizzare di qui al 2030 il tasso di perdita di biodiversità. E consentire di tornare ad un aumento entro il 2050, facendo sì che gli ecosistemi siano in grado di rigenerarsi. È questa la missione che le Nazioni Unite hanno conferito alla Cop 15, la quindicesima Conferenza sulla biodiversità, che si terrà ad ottobre a Kunming, in Cina.

L’uomo ha già alterato i tre quarti delle terre e il 40 per cento dei mari

La prima bozza di accordo che dovrà essere discusso nel prossimo autunno è stata pubblicata il 13 gennaio. Essa riprende le conclusioni che sono state pubblicate dal Gruppo internazionale di esperti sulla biodiversità dell’Onu, che in un lungo rapporto pubblicato nello scorso mese di maggio ha sottolineato il peso esercitato da agricoltura, deforestazione, pesca, caccia, cambiamenti climatici, inquinamento e specie invasive sul degrado a cui è sottoposta la natura. Fattori “che hanno già alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”. Tanto che il numero di specie minacciate potrebbe raggiungere un milione (su un totale di otto milioni) nei prossimi decenni.

Per questo la proposta delle Nazioni Unite alla Cop 15 sulla biodiversità è di incrementare al 30 per cento il tasso di aree terrestri e marine sottoposte a protezione. Attualmente esse sono pari al 17 per cento, il che equivale a 20 milioni di chilometri quadrati (poco meno di Canada e Stati Uniti messi assieme), per quanto riguarda le terre emerse. Mentre dei mari è sottoposto a tutela soltanto il 10 per cento.

Il 10 per cento del Pianeta dovrà essere sottoposto a protezione assoluta

“La quota pari al 30 per cento è ambiziosa – ha spiegato al quotidiano Le Monde David Ainsworth, portavoce della Convenzione sulla biodiversità delle Nazioni Unite, che organizza la Cop 15 di Kunming – ma è anche riflettuta. In un anno, i nostri esperti hanno analizzato le richieste dei governi, le informazioni scientifiche a disposizione e hanno consultato la società civile. La decisione è stata quindi discussa ed è stato raggiunto un consenso sui numeri”.

L'olio biologico fatto dalle api
L’attività delle impollinatrici è fondamentale per la sopravvivenza umana ©Ingimage

In particolare, di tale 30 per cento, un 10 per cento dovrebbe essere costituito da zone “a protezione assoluta”, ovvero nelle quali “alcuna attività umana, come ad esempio la pesca o l’agricoltura, anche se regolamentate, può essere accettata”, ha aggiunto Ainsworth.

Gli Stati Uniti non parteciperanno alla Cop 15 sulla biodiversità

Dalla Cop 15 ci si attende infine che venga “ufficializzato” il legame tra cambiamenti climatici e perdita di biodiversità. Si punta infatti ad imporre un riferimento diretto all’Accordo di Parigi nei testi che saranno approvati in Cina. Ancora, tra le proposte delle Nazioni Unite figura una riduzione di almeno il 50 per cento dell’inquinamento causato dai pesticidi, dai rifiuti di plastica e da altre sostanze. Che dovrà essere centrato entro il 2030.

Prima dell’appuntamento di Kunming saranno effettuate numerose sessioni preliminari. La speranza è che non accada ciò che si è verificato nel caso della Cop 25 sui cambiamenti climatici, ovvero che alcune nazioni – come nel caso del Brasile – si mettano di traverso tentando di bloccare l’accordo. Non sarà necessario invece aspettare il via libera degli Stati Uniti di Donald Trump, dal momento che la nazione nordamericana è l’unica al mondo, assieme a Città del Vaticano, a non aver ratificato la Convenzione sulla biodiversità. E dunque non parteciperà alla Cop 15 se non come osservatore.

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