I cambiamenti climatici sono la più grande minaccia per l’economia e la società. E noi stiamo a guardare

La crisi ambientale è anche una crisi economica e sociale. E potremmo non essere preparati ad affrontarla, perché abbiamo chiuso gli occhi troppo a lungo. Lo sostiene un report dell’Ippr.

Erano gli anni Novanta quando Bill Nordhaus, professore all’università di Yale, ha elaborato il primo modello quantitativo capace di descrivere gli effetti dei cambiamenti climatici sull’economia (e viceversa). A un quarto di secolo di distanza, i suoi studi sono stati insigniti del riconoscimento più prestigioso al quale potessero ambire, il Nobel per l’economia 2018, ma non si può certo dire che abbiano fatto molti proseliti. Ancora oggi, le condizioni del Pianeta in cui viviamo sono le grandi assenti dai sofisticati modelli di calcolo degli economisti. Ha cercato di colmare questo vuoto l’Ippr (Institute for public policy research), un think tank britannico di stampo progressista, che a febbraio ha pubblicato un report in cui incrocia i dati tratti da decine di studi di università, organizzazioni sovranazionali, governi e ong. Il titolo scelto? “This is a crisis”, questa è una crisi.

Stanno traballando le basi della stabilità socio-economica

I dibattiti politici mainstream non sono riusciti a comprendere che l’impatto umano sull’ambiente ha raggiunto uno stadio critico, che potenzialmente intacca le condizioni che rendono possibile la stabilità socioeconomica. I cambiamenti ambientali indotti dall’uomo si stanno verificando a un ritmo e a una portata senza precedenti, e si sta rapidamente chiudendo la finestra di opportunità per scongiurare conseguenze catastrofiche nelle società di tutto il mondo. Tra queste conseguenze si annoverano instabilità economica, grandi migrazioni forzate, conflitti, carestie e il potenziale collasso dei sistemi sociali ed economici. Il fatto che storicamente le considerazioni sull’ambiente siano state ignorate nella maggior parte delle aree della politica è stato un errore catastrofico.

Esordisce così il rapporto, che è suddiviso in tre capitoli: il primo “dà i numeri” della crisi ambientale, il secondo spiega le potenziali conseguenze sulla società e sull’economia, il terzo suggerisce i cambiamenti più urgenti.

Il degrado ambientale (e non solo) in cifre 

Molto spesso, quando si parla dell’impatto negativo dell’uomo sul Pianeta, si sottovaluta il fatto che i sistemi naturali siano interdipendenti. Ciò significa che l’uno influenza costantemente l’altro, generando un effetto a cascata il cui bilancio finale, nella maggior parte dei casi, è ben più alto rispetto alla semplice somma degli addendi.

L’Ipcc, tra le altre cose, ipotizza che un aumento di 2 gradi centigradi delle temperature medie globali rispetto ai livelli preindustriali possa trasformare l’ecosistema del 13 per cento delle terre emerse, provocando l’estinzione di diverse specie. Già oggi, la popolazione globale di vertebrati è calata del 60 per cento rispetto agli anni Settanta; il 30 per cento delle terre arabili è diventato improduttivo a causa dell’erosione; I’humus viene perso con una velocità da 10 a 40 volte superiore a quella con cui viene rigenerato dalla natura.

ippr, ecosistemi
Questo modello ricostruisce le condizioni attuali dei diversi ecosistemi. Quando il colore è verde, significa che non è stata ancora raggiunta la soglia che li rende irrimediabilmente compromessi © Ippr

Le conseguenze sui nostri sistemi economici e sociali, avverte il report, saranno molto più gravi rispetto a quanto abbiamo sempre immaginato finora. Perché non è possibile prevedere con certezza come si evolveranno alcuni fenomeni che stiamo già toccando con mano.

Qualche esempio? Rispetto al 2000, nel 2017 ben 157 milioni di persone in più hanno vissuto sulla propria pelle uno stato di canicola eccezionale, che ha compromesso la loro salute e ha fatto volatilizzare 153 miliardi di ore lavorative. Le inondazioni provocano il 15 per cento dei decessi dovuti ai disastri naturali, distruggendo case e proprietà, il che a sua volta ha impatti a lungo termine sulla salute fisica e psicologica delle comunità coinvolte. Nel mondo, gli eventi meteorologici estremi hanno provocato perdite economiche stimate in 326 miliardi di dollari nel 2017, il triplo rispetto al 2016. Si stima che i cambiamenti climatici provocheranno 400mila morti ogni anno, una cifra che potrebbe salire a 700mila entro il 2030.

Anche i progressi raggiunti nella lotta alla fame nel mondo potrebbero essere messi a repentaglio dalla crisi ambientale. Oggi, più del 75 per cento degli approvvigionamenti alimentari globali dipende da solo cinque specie animali e 12 specie vegetali. Un equilibrio fragilissimo. Tant’è che la Fao, con un rapporto recente, ha sottolineato che la nostra sicurezza alimentare potrebbe essere compromessa dalla perdita di biodiversità (cioè di tutte quelle piante e quegli animali, insetti compresi, che forniscono cibo, mangimi, carburante e fibre, oltre ai servizi ecosistemici). Ciò accade proprio mentre la popolazione globale si moltiplica e, sempre secondo la Fao, va sfamata aumentando del 60 per cento la produzione alimentare entro il 2050. Il che richiederà il 120 per cento in più di acqua e il 42 per cento in più di terreni, e può far aumentare del 77 per cento le emissioni di gas serra.

“Sta emergendo un’area di rischio nuova, complessa e destabilizzata, che include il rischio di collasso di tutti i principali sistemi economici e sociali, a livello locale e, potenzialmente, anche a livello globale”, conclude l’Ippr. E “non è chiaro se le società di tutto il mondo siano preparate per gestirlo”.

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