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In Italia ci sono 7 milioni di caregiver e un welfare frammentato. Grazie all’AI, Arianna aiuta a orientarsi tra diritti e servizi territoriali.
In Italia non sempre manca l’assistenza; spesso, semplicemente, non si trova. Esiste nei regolamenti, nei siti delle Asl, nelle misure Inps, nei servizi comunali, nelle reti del terzo settore ma, per chi si prende cura di un genitore anziano, di un figlio con disabilità o di un familiare con una malattia cronica, il problema è spesso capire cosa c’è, a chi spetta e da dove cominciare. E questo problema riguarda una parte enorme del Paese: secondo gli ultimi dati dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), in Italia oltre sette milioni di persone assistono un familiare non autosufficiente, e nel 60 per cento dei casi, le caregiver sono donne.
Il numero diventa ancora più significativo dentro la trasformazione demografica in corso: le persone con 65 anni e più rappresentano il 24,7 per cento della popolazione, quasi un italiano su quattro, e gli over 80 sono 4 milioni e 591mila, ormai più numerosi dei bambini sotto i 10 anni. La domanda di assistenza è destinata ad aumentare e il welfare territoriale sarà chiamato a reggere una pressione sempre più forte.
Nel frattempo, sul lato dei servizi, qualcosa si muove: il monitoraggio Agenas sull’assistenza domiciliare mostra che nel 2024 sono stati presi in carico più di un milione e mezzo di over 65, superando il target fissato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ma questo non basta. Se i servizi restano dispersi tra Asl, Comuni, Inps, terzo settore e territori diversi, per chi ne ha bisogno continuano a essere difficili da intercettare e il caregiver familiare diventa, di fatto, un coordinatore – o “case manager” – involontario.
La fatica, del resto, non è solo pratica: secondo il Censis, tra le famiglie che già assumono una persona per lavori domestici o di assistenza, il 49,1 per cento dichiara di continuare comunque a occuparsi in prima persona di un parente non autosufficiente. Il 42,4 per cento indica come aspetto più critico la fatica fisica e lo stress, mentre il 24,7 per cento segnala la rinuncia a una vita relazionale e autonoma. La cura, insomma, continua ad appoggiarsi su un lavoro invisibile che tiene insieme pezzi interi del sistema, spesso senza strumenti adeguati.
È in questo spazio – tra servizi che esistono e persone che non riescono a raggiungerli – che si inserisce Care2Impact, impresa sociale che opera nel campo del welfare digitale. La sua missione è sviluppare strumenti per migliorare la qualità della vita di persone fragili e di chi se ne prende cura ogni giorno.
Il progetto nasce dall’incrocio di due percorsi: la co-founder e ceo Luisa Poisa porta vent’anni di lavoro in ruoli di leadership e un vissuto personale segnato dalla malattia, mentre il co-founder e Cto Marco Vita è matematico, imprenditore ed esperto di intelligenza artificiale. Non è una combinazione casuale: Care2Impact nasce proprio dall’idea che la tecnologia funzioni davvero solo quando parte da un bisogno vissuto, non da un’opportunità di mercato.
L’intuizione di fondo è semplice: non servono necessariamente nuovi servizi, serve rendere leggibile ciò che oggi è disperso e difficile da attivare. Per questo, il progetto più rappresentativo di Care2Impact è Arianna, una piattaforma che guida caregiver e pazienti attraverso il sistema socio-sanitario, con un’interfaccia semplice e un’intelligenza artificiale conversazionale. Si parte a maggio con una prima partnership pilota sulla provincia di Parma, con un piano di espansione nazionale all’orizzonte.
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In concreto, Arianna funziona come un’assistente virtuale. Dopo la registrazione, la persona inserisce alcune informazioni di base – territorio, condizione di chi ha bisogno – e poi può fare domande tramite chat, consultare contenuti guidati e usare la geolocalizzazione per individuare servizi nelle vicinanze. Frasi come “mia madre ha 82 anni, vive sola, ha bisogno di assistenza domiciliare”, oppure “devo rinnovare l’invalidità civile di mio figlio, non so da dove cominciare” bastano per attivare il percorso di orientamento.
Arianna non va confusa con un motore di ricerca generico, perché tiene conto del contesto territoriale – perché i servizi cambiano da comune a comune, da Asl ad Asl – e della specificità del bisogno. L’obiettivo è quello di ridurre l’”asimmetria informativa”, cioè la distanza tra ciò che il sistema offre e ciò che le persone riescono effettivamente a sapere e ottenere. Il modello di business è B2B2C: ciò significa che per gli utenti finali il servizio è gratuito, perché i clienti paganti sono enti pubblici e aziende.
L’AI di Arianna non promette di sostituire operatori, sportelli o relazioni umane, ma si propone di aiutare a organizzare contenuti complessi, restituire risposte più accessibili e accompagnare passo dopo passo chi rischia di bloccarsi proprio sulla soglia dell’accesso. L’interazione è progettata per essere fruibile anche da persone con bassa alfabetizzazione digitale, grazie al linguaggio semplice, ai flussi guidati e alla possibilità di ricevere assistenza graduale. Anche gli operatori sociali e sanitari possono usufruire di Arianna come supporto nel lavoro di orientamento e presa in carico, riducendo i tempi e migliorando la qualità delle risposte.
Un sistema di cura è sostenibile solo se non scarica tutta la complessità sulle famiglie. E un welfare che offre risorse sulla carta ma le rende irraggiungibili nella pratica produce disuguaglianze che colpiscono chi ha meno strumenti – economici, culturali, relazionali – per navigare la complessità. Care2Impact rappresenta un caso concreto di come il digitale, quando progettato a partire da un bisogno reale, possa contribuire a rendere il welfare più equo.
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