Clima, esplodono le emissioni del super gas ad effetto serra Hfc-23

Il gas Hfc-23, 13mila volte più potente della CO2, era dato in forte calo. Invece, secondo uno studio, ha raggiunto livelli record nell’atmosfera.

Le conferenze internazionali, i rapporti degli istituti di ricerca e le denunce delle ong si concentrano spesso sulle emissioni di biossido di carbonio (CO2). Ovvero il principale gas ad effetto serra di origine antropica, in termini di quantitativo disperso nell’atmosfera terrestre. Ma il processo di riscaldamento di quest’ultima è alimentato anche da altre sostanze. Una di queste, è l’Hfc-23.

Secondo uno studio, il gas Hfc-23 ha raggiunto livelli record nell’atmosfera terrestre

In pochi lo conoscono, anche perché si riteneva che fosse stato sostanzialmente eliminato già negli anni scorsi. Contrariamente ad ogni aspettativa, invece, le concentrazioni di trifluorometano nell’atmosfera terrestre sono cresciute a livelli record, secondo uno studio pubblicato il 21 gennaio dalla rivista scientifica Nature.

Una notizia drammatica, se si tiene conto del fatto che l’Hfc-23 – prodotto secondario necessario alla fabbricazione dell’Hcfc-22, presente nei condizionatori d’aria di tutto il mondo (ma in particolare nei paesi in via di sviluppo) – ha un potere climalterante 13mila volte maggiore rispetto alla CO2. E permane nell’atmosfera per più di due secoli.

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L’andamento delle emissioni del potente gas ad effetto serra Hfc-23, secondo uno studio pubblicato su Nature © “Increase in global emissions of HFC-23 despite near-total expected reductions”, Nature, 2020

Le emissioni di Hfc-23 avrebbero dovuto calare dell’87 per cento entro il 2017

Lo studio sottolinea come il problema sia concentrato soprattutto in Cina e in India, nonostante le due nazioni avessero promesso una riduzione drastica. “A partire dal 2015 – scrivono gli scienziati autori del testo – i due stati asiatici che dominano la produzione di Hcfc-22, e dunque sono responsabili anche del derivato Hfc-23, avevano definito dei programmi ambiziosi. Che avrebbero dovuto portare ad un calo dell’87 per cento, a livello globale, entro il 2017”.

Tuttavia, prosegue l’analisi dei ricercatori, “tenuto conto dell’ampiezza dello scarto tra le emissioni attese e quelle osservate, è probabile che gli obiettivi di riduzioni dichiarati non siano stati in realtà centrati. Oppure che esista una produzione importante, non dichiarata di Hcfc-22, in grado di spiegare le emissioni non contabilizzate di Hfc-23”. In attesa di comprendere la causa del problema, ciò che è chiaro è che il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi diventa sempre più difficile.

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