‘Codice Urbani’, a rischio paesaggio e monumenti?

Il nome proviene dal ministro della cultura Giuliano Urbani del partito “Forza Italia con la cultura non ha mai avuto niente a che fare l’Italia in malora

Il nome proviene dal ministro della cultura Giuliano Urbani (che
con la cultura non ha mai avuto niente a che fare, avendo prima
lavorato nel campo dell’economia, poi in quello della legislazione
del partito “Forza Italia”). L’obiettivo dichiarato dal Ministro
è di mettere insieme la normativa sul patrimonio storico e
artistico e quella sul paesaggio.
L’allarme è scaturito subito: le associazioni ambientaliste
mettono in allerta che con il nuovo “Codice si potranno vendere
spiagge, montagne, laghi e fiumi. Tutto (tranne che in casi
eccezionali) diventerà alienabile allo scopo di “fare
cassa”: beni artistici, ambientali e paesaggistici. Secondo loro,
il Codice Urbani ribalterebbe le leggi esistenti, per adempiere a
mere esigenze “di cassa”.
Così il Wwf Italia denuncia il pericolo per spiagge,
montagne, laghi e fiumi, che non avrebbero più, di fatto, la
protezione garantita dalla legge Galasso. Nubi scure si addensano
anche sul ruolo dei soprintendenti ai beni culturali, da sempre
strenui difensori del patrimonio storico, artistico e ambientale
(anche contro progetti urbanistici ed edilizi delle pubbliche
amministrazioni).

Secondo gli ambientalisti, le Soprintendenze non avranno più
alcuna funzione di controllo, dovendosi limitare ad un parere
preventivo, non vincolante, agli enti locali che potranno, in
seguito, autorizzare opere sul territorio un tempo
salvaguardato.
In soli 120 giorni la Soprintendenza dovrà dimostrare che un
bene è di “eccezionale interesse pubblico e nazionale”,
altrimenti incorrerà nel silenzio-assenso che
permetterà la dismissione o la cessione del bene ai
privati.
Il regime di alienazione del patrimonio artistico, previsto nel
nuovo Testo unico, prevede alcune regole perchè i beni
appartenenti allo Stato e a altri enti pubblici possano essere
venduti: Il “Codice Urbani” individua alcuni beni che rimangono
invendibili, per esempio il Colosseo e in genere i monumenti
nazionali, mentre gli altri, suddivisi tra demaniali e non, possono
essere ceduti dietro autorizzazione del ministero, purchè
chi li acquista non ne modifichi la destinazione d’uso.
Giuliano Urbani ha affermato: “Dopo oltre 60 anni dalla legge
Bottai del 1939 è stata, per la prima volta, tentata una
risistemazione aggiornata del corpus normativo sui beni culturali”.
Le opposizioni parlamentari e le associazioni ambientaliste,
parlano invece all’unisono di “rottamazione dei beni culturali del
nostro Paese”.

Stefano Apuzzo

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