Transizione energetica, la Costa d’Avorio parla a nome di molti paesi in via di sviluppo

La Costa d’Avorio vuole sfruttare ogni opportunità economica, in quanto inquina meno di altri. Una posizione condivisa da diverse economie emergenti.

Il primo settembre Eni ha annunciato di aver scoperto un enorme giacimento di petrolio e gas al largo della Costa d’Avorio e fin da subito il presidente Alassane Ouattara ha manifestato il suo entusiasmo per le opportunità economiche che potrebbero derivare dallo sfruttamento di questo giacimento.

Così, in vista della Cop 26, la conferenza sul clima che si tiene a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre, Ouattara ha aggiunto che l’Africa ha diritto a una transizione energetica più graduale, rispetto all’obiettivo di ridurre a zero le emissioni di gas serra entro il 2050, assumendo così una posizione destinata a far discutere.

La tesi della Costa d’Avorio è questa: il continente africano produce solo il 3 per cento delle emissioni globali, mentre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità. Quindi sono i paesi industrializzati a dover adottare gli impegni più severi in termini di emissioni, senza precludere ai paesi in via di sviluppo la possibilità di arricchirsi attraverso l’uso dei combustibili fossili.

La Costa d’Avorio diventerebbe un esportatore di greggio

Il giacimento scoperto da Eni (ricordiamo che la multinazionale italiana ha fissato obiettivi ambiziosi per ridurre a zero le proprie emissioni di CO2 entro il 2050) permetterebbe di estrarre 2 milioni di barili di greggio e altrettanti di gas naturale. Secondo i ministri ivoriani, tale quantità rappresenta circa dieci volte l’attuale disponibilità di riserve petrolifere del paese. La Costa d’Avorio potrebbe così diventare un grande esportatore di greggio anche verso i paesi africani vicini e questo, sostiene il governo, non può che avere ricadute positive sul benessere della popolazione.

A detta della Costa d’Avorio, insomma, si tratta di un’opportunità irrinunciabile. Inoltre, per placare le critiche, il ministro dell’energia ivoriano Thomas Camara ha messo in evidenza che il suo paese non ha escluso la transizione energetica dalle proprie strategie: l’obiettivo è quello di aumentare le proprie fonti rinnovabili (che passeranno principalmente attraverso idroelettrico, solare e biomassa ottenuta dai rifiuti delle industrie dell’olio di palma e del cacao) fino a soddisfare il 42 per cento del fabbisogno energetico del paese entro il 2030. Ma Camara ha anche ribadito che fino a quando questi progetti non saranno adeguatamente realizzati, petrolio e gas saranno necessari.

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Il presidente ivoriano Alassane Ouattara © Felipe Trueba – Pool/Getty Images

La transizione energetica nei paesi in via di sviluppo

La Costa d’Avorio parla a nome di molti paesi in via di sviluppo e la cosa non è di poco conto. Anche Nigeria e Guinea equatoriale stanno rivolgendo ai delegati della Cop 26 la richiesta per una “giusta transizione energetica”, in quanto finora le economie dei paesi più poveri sono state tagliati fuori dal dibattito sul clima e, allo stesso tempo, hanno pagato maggiormente in termini di sacrifici e di mancate opportunità.

Cosa è ragionevole aspettarsi, quindi, da chi ha finora contribuito meno alle emissioni di CO2 in atmosfera? Gli Stati Uniti, per esempio, emettono 40 volte più CO2 della Costa d’Avorio e hanno basato la propria fortuna economica sull’estrazione di combustibili fossili. Davvero Ouattara ha ragione quando dice che l’Africa è giustificata a sfruttare tutte le occasioni, anche se questo significa aumentare il proprio impatto sull’ambiente, perché non farlo significherebbe rinunciare al benessere?

Secondo Kingsmill Bond, esperto di strategie energetiche del think tank inglese Carbon Tracker, cominciare oggi una nuova estrazione di greggio e gas non ha molto senso. “La gente pensa: abbiamo trovato il petrolio, abbiamo trovato il gas, diventeremo tutti più ricchi. Ma essere coinvolti nell’estrazione di combustibili fossili è oggi molto più rischioso di quanto non fosse in passato” ha spiegato Bond al Financial Times.

Insomma, la Costa d’Avorio comincerebbe a pompare greggio in un momento storico in cui il mercato del petrolio ha iniziato il suo declino. Man mano, infatti, che le economie si sposteranno verso la mobilità elettrica, sostiene ancora l’esperto di Carbon Tracker, la domanda di petrolio è destinata a diminuire.

Le fonti rinnovabili rimangono la scelta migliore

L’impennata dei costi di petrolio e gas potrebbe indurci a pensare che i combustibili fossili costituiscano ancora un buon affare ma, come sostenuto anche dalla Commissione europea, questo aumento senza precedenti dimostra, ancora una volta, che la transizione energetica verso le rinnovabili è la migliore assicurazione contro shock economici futuri e incertezza dei prezzi dell’energia.

È vero che nel 2050 alcune economie emergenti necessiteranno ancora di petrolio perché altri tipi di carburante non saranno ancora adeguatamente sviluppati (ma soprattutto perché al parco macchine di un continente come l’Africa servirà ancora del tempo prima di potersi convertire all’elettrico). Eppure – ed è ancora Carbon Tracker a dirlo – da qualunque punto si guardi la faccenda, sarebbe “folle” puntare su una tecnologia energetica giunta alla sua fine. E proprio perché l’Africa è stata già privata di molte occasioni economiche a causa dello sfruttamento subito, adesso è il momento di cogliere l’occasione economia data dallo sviluppo sostenibile.

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