Critical Wine: sentori di vino e d’anarchia

Vignaioli e vini in mostra al Critical wine: assaggi, incontri coi produttori, convegni, musica e poesia, vino e anarchia. Dal 5 al 7 dicembre, Milano, Leoncavallo.

Sono rientrato a casa con un bicchiere in tasca. Ma non è
stato il classico furtarello per una collezione o per un improvviso
innamoramento verso il disegno di un cristallo. E’ stato come
riportare a casa il cappello nel quale sono state raccolte
elemosine spese sul posto. Profumi e sapori, mai definiti(vi).
Sentori, forse. Il Devoto-Oli, alla voce arcaica e letteraria
definisce sentore: facoltà di sentire,
sentimento
.

Più di cento espositori versano il loro sentimento nei
calici di migliaia di avventori da ben tre giorni. Il luogo
è il Leoncavallo, il nome “Critical Wine”, nell’ambito di
una rassegna titolata “La Fiera dei particolari”. Particolare il
luogo, in contrasto apparente con la degustazione: il grande
capannone, sempre buio e un po’ claustrofobico degli appuntamenti
con i concerti trasformato in un padiglione luminoso, dove si
disquisisce su toni ed equilibri, e si cammina con la punta del
naso al bordo del calice.
Si entra con 5 euro e ti viene consegnato il bicchiere. Il tuo
calice.

Gli espositori sono tanti, da ogni regione d’Italia, hanno
banchetti bianchi, scarni e invitanti, di circa due metri.
Sull’insegna il nome del produttore e il vino di richiamo. E
versano. Una grande offerta dove si ascolta via narice e palato, e
si impara godendo. “Per esperti e curiosi”, recita l’intenzione
dell’iniziativa. I più, sono i curiosi, come me. Ma il
curioso vero sarà l’esperto di domani, e l’esperto
sarà curioso per sempre.

Volto e voce e verso del “Vino Critico” è Luigi Veronelli,
fresco di Ambrogino e di brindisi “polemico e irriverente e
antagonista” in onore dei cassaintegrati dell’Alfa sul piazzale
degli Arcimboldi, dove sarebbe partito a breve un Mosè
transalpino in mezzo a smoking e pellicce. Fa caldo. Nel capannone
del Leo le pellicce non potrebbero entrare, i cassaintegrati
sì.
I giornalisti che contano sono alla prima Arcimbolda, qui ci si
accontenta, ci sono giusto io, ma senza prendere appunti: trattengo
solo impressioni.

Entro con amici, curiosi, anche loro, il primo banchetto è
Barolo. Partiamo così. Studio il modo di trattenere il
calice e di farlo roteare da un tizio assorto che sembra un
giocoliere. Lo imito e scopro che imparo presto, se ci metto il
sentimento. Roteo e annuso, e roteo, sempre con più
disinvoltura: il Barolo, se non proprio conosciuto, mi sembra di
averlo almeno incontrato.

Sono le 21 e qualcosa, alle ventitre di questo lunedì di
festa milanese chiuderà definitivamente la fiera: bisogna
muoversi, assaggiare. Tappa seguente il banchetto dove servono
Amarone Valpolicella, su consiglio di uno che è li dalle
cinque di pomeriggio ed è facile all’entusiasmo e
contagioso. C’è un piccola calca, il signore che versa
è lento, discute con un altro, sembra fregarsene di quelli
che alzano il loro calice per ricevere. Si direbbe indisponente se
non fosse che lentezza è parola regina di una degustazione e
soprattutto che tutto è regalato. Una bottiglia dell’Amarone
scosta 24 Euro. Mica cazzi. Io non capisco, ma sento. Appunto. Dal
Barolo in poi sarà una discesa, ma gli inferi possono
aspettare.

La dimostrazione che la manifestazione è riuscitissima
è la presenza massiccia di belle ragazze e donne. La storia
passa dove loro passano, rubo e adatto da un monologo dell’amato
Gaber. Roteano. Annusano. Appoggiano le labbra al bicchiere. E
baciano Bacco.

Più della metà di loro sarà entrata al
Leoncavallo per la prima volta, e il luogo ne guadagna.

Il “Critical Wine” ha sdoganato il vino di qualità dalle
ingessature dei suo riti, un po’ sacrestani, dal silenzio
rispettoso e solenne che accompagna il sorseggio. Qui si degusta in
mezzo a cani, a qualche zaffata di erba medica (ma pochissimi
fumano sigarette, perché il tabacco travia e nasconde al
palato il sentimento) ad una chiacchiericcio intimo ma diffuso.
Fuori si vendono caldarroste, panini con le salamelle, al baretto
un poeta non più giovane racconta di sé, di noi e
legge del suo. Nella sala all’ingresso si vendono e assaggiano oli,
dolci, bruschette, la libreria è piena di persone con un
libro in una mano e il calice dall’altra. Ci sono bambini, un paio
si rincorrono. Ma chi assaggia resta attento, il rispetto è
rispettato.

Assaggio un Cerasuolo del ragusano, un ciliegia infuocata. Subito
dopo un Dolcetto di Dogliani che non lo vale per decisione, ma che
racconta un’altra storia. Un Aglianico, ruffiano, un Salice
Salentino, che snobbavo perché ho visitato troppo il salento
e che invece ha continuato a suggerire, come se lo avessi sempre
sotto il naso. Un Barbaresco, che un po’ se la tira perché
può permetterselo ed un Chianti, e poi siamo passati ai
bianchi. Un Verduzzo friulano, perché ne ho un ricordo
romantico, e volevo riesumarlo, una Falanghina, Falanghina storna,
che assaggiarti colui che poi ritorna. Un passito rosso che mi
è sfuggito da dove arrivasse e infine un Recioto, che ci ha
stupito per il troppo sentimento e vergognosamente ci siamo rimessi
in coda per il bis, al banchetto veronese.

Alle ventitré spariscono le bottiglie ancora tappate e si
spremono le ultime gocce da quelle disponibili. Per tutti gli
espositori c’è il ritorno alle terre. Sul palco, in fondo al
salone, chiude la serata una banda con ottoni, quella musica che
nell’immaginario collettivo si associa all’Underground di
Kusturica, e infatti cade qualche bicchiere, e ci si accorge che si
è stonati e contenti. Ma lucidi. Non uno barcolla, non uno
delira, non discussioni animate o risse, si sfolla, fuori, come
assatanati verso le salamelle. Servono un gruppo di probabili
albanesi, gentilissimi e visibilmente soddisfatti del guadagno e
del lavoro pulito. Lo sbrano in 30 secondi, con sola maionese: per
rispetto a me stesso e per pregiudizio non mangio la pummarola
dolce americana.

Vorrei un calice per chiudere, ma è vuoto e non posso bere
birra. Ci guardiamo. Abbiamo ancora fame. Un’altra salamella.
Consumiamo nuovi 30 secondi sul pastrugno di maiale con salsa
pescata da un bidone da 20 litri.
Ma il sentimento è salvato.
In memoria.

Maurizio Baruffaldi

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