Popoli indigeni

Dakota access pipeline, tribunale blocca l’oleodotto e dà ragione ai sioux

Un tribunale di Washington blocca l’oleodotto Dakota access pipeline.

Il futuro del controverso oleodotto Dakota access pipeline (Dapl) è stato messo seriamente in discussione. Un tribunale federale di Washington ne ha revocato infatti i permessi. E ordinato una revisione ambientale complessiva, per la quale saranno necessari mesi, se non anni di lavori, come indicato dal quotidiano inglese The Guardian. Una vittoria – inaspettata e clamorosa – per i sioux della riserva Standing Rock, nel Nord Dakota, che dal 2016 lottano contro il progetto e per la cui opposizione avevano raccolto manifestazioni di sostegno da tutto il mondo.

standing rock sioux nodapl
Una manifestazione dei nativi americani Sioux della riserva Standing Rock davanti a Washington Dc © Alex Wong/Getty Images

La Dakota access pipeline: un progetto contro l’ambiente

La corte ha decretato che il progetto attuale viola il National environmental policy act (Nepa), la legge sul diritto ambientale statunitense. Normativa che, non a caso, è già stata oggetto di critiche da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo i giudici, l’oleodotto, così come costruito, presenta un impatto negativo sulla riserva di Standing Rock, situata tra il Nord e il Sud Dakota. E viola i princìpi della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, tra cui il diritto alla salute, all’acqua e ai mezzi di sussistenza. In tal mondo, i giudici hanno di fatto riconosciuto la riserva un luogo sacro per le pratiche culturali e tradizionali dei nativi americani.

“Dopo anni di impegno nella difesa della nostra acqua e della nostra terra, accogliamo con favore la notizia di un’importante vittoria legale”, ha dichiarato il presidente tribale Mike Faith. Era il dicembre 2016 quando l’amministrazione Obama bocciò il percorso dell’oleodotto, ordinando una valutazione ambientale per analizzare percorsi alternativi e valutare l’impatto sui diritti della tribù. Donald Trump, tuttavia, nella sua prima settimana in carica non solo ha deciso di ripristinare il progetto bocciato, ma ne ha anche accelerato la costruzione. Così, i quasi duemila chilometri di oleodotto sono stati completati nel giugno 2017.

I sioux di Standing Rock non si arresero e fecero causa. Ma l’oleodotto ha continuato indisturbato a trasportare petrolio dal Nord Dakota all’Illinois, senza prendere in considerazione le preoccupazioni delle popolazioni indigene o le analisi degli esperti. Così, le tribù e EarthJustice, un gruppo no profit di diritto ambientale, si sono nuovamente rivolti ai giudici.

Oleodotto bloccato per anni

Con l’ultima sentenza, il tribunale ha obbligato lo United States army corps of engineers (Usace), la sezione dell’esercito americano che si è occupata della progettazione dell’opera, di procedere con una nuova valutazione di impatto ambientale (environmental impact statement), sostenendo che quelle fatte in precedenza erano “gravemente carenti”. E aggiungendo che la Sunoco, la casa madre della pipeline, “non ispira fiducia”. Per questo, secondo gli esperti, una nuova valutazione più approfondita potrebbe richiedere anni per essere prodotta. E, nel caso fosse negativa, porterebbe alla chiusura dell’oleodotto. L’Usace per ora non ha risposto. “Tutto ciò avvalora ciò che la tribù ha sempre sostenuto in merito al rischio di fuoriuscite di petrolio”, ha dichiarato Jan Hasselman, avvocato di EarthJustice. “L’amministrazione Obama aveva ragione quando si è mossa per negare i permessi nel 2016”.

Dakota Access Pipeline
Una tenda montata dai manifestanti a Washington in segno di protesta © Justin Sullivan/Getty Images

La battuta d’arresto per l’oleodotto arriva proprio nel momento in cui l’amministrazione Trump si sta muovendo per ridurre severamente i poteri del Nepa, che dal 1969 è considerata la pietra angolare della protezione ambientale degli Stati Uniti. Il piano di Trump è quello di sbloccare i progetti per l’estrazione dei combustibili fossili, ignorando le conseguenze sull’ambiente e, come in questo caso, i diritti alla salute delle persone.

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