Come si vive in piena crisi climatica. Dialogo tra Naomi Klein, Bill McKibben e Alexandria Villaseñor

Cosa significa vivere nell’era della crisi climatica? Come ci siamo arrivati? Possiamo ancora cambiare o è troppo tardi? Ne hanno parlato Naomi Klein, Alexandria Villaseñor e Bill McKibben.

La crisi climatica non è mai stata così pressante, ma cosa significa capire profondamente la gravità del momento che stiamo vivendo? Durante l’Albertine festival 2019 a New York, Bill McKibben, ambientalista, scrittore e curatore del festival, ha presieduto un dibattito (The climate moment) sulla vita nel “momento del clima”. Tre erano le relatrici ospiti: Alexandria Villaseñor, giovane attivista per il clima americana, Naomi Klein, scrittrice e pensatrice pluripremiata, e la filosofa francese Joëlle Zask.

La discussione sui cambiamenti climatici è stata affrontata da una prospettiva diversa, con domande come: Cosa si prova a vivere la crisi climatica? Come ci siamo arrivati? E qual è il percorso che ci permetterà di cambiare rotta prima che sia troppo tardi? Le relatrici, a turno, hanno esplorato le questioni, ma le risposte di Klein – in particolare riguardo al Green new deal – l’hanno portata in primo piano.

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To hit the targets set by the climate talks in Paris in 2015, it appears we’ll need to cut fossil fuel use in half by the end of the next decade. But is this technically possible, and is it politically achievable? Does the Green New Deal offer the broad outline of a new political dispensation that might allow us to move with speed and social cohesion? Science informs the climate crisis—but so does political science. This conversation can’t be postponed because action can’t be postponed.⁣ ⁣ Experts Romain Felli, Mark Jacobson, and Priscillia Ludosky discuss this question on Saturday, November 9 at 2pm during #FestivalAlbertine: The Climate Moment ?⁣ ⁣ RSVP at the link in our bio to attend. ⁣ ⁣ Introduction by Ambassador Silvio Gonzato, Deputy Head of the European Union Delegation to the United Nations.

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Le emozioni dei cambiamenti climatici

Nei dibattiti sui cambiamenti climatici le emozioni vengono raramente prese in considerazione. Si parla di emissioni, combustibili fossili e scioperi, ma mai di cosa proviamo. Eppure, i nostri sentimenti sono importanti perché ci spingono ad agire. “Che cosa sentite nella mente e nel cuore osservando il momento attuale?” ha chiesto McKibben alle relatrici.

Le risposte sono state molteplici, ma tutte con sfumature simili rispetto allo spettro emozionale: paura, rabbia, fatica, esaurimento. Alexandria Villaseñor ha 14 anni e ha iniziato a scioperare a New York lo scorso dicembre, ispirata da Greta Thunberg. “Credo che una delle principali emozioni che sento sia la stanchezza”, risponde. “Sto scioperando per il clima dal 14 dicembre 2018”. Aggiunge che nonostante questo sentimento, non può smettere di scioperare o di essere un’attivista perché non può rinunciare al suo futuro. La data limite è troppo vicina.

McKibben interviene, chiedendo a Villaseñor se si sente affetta da burnout, ma anche infastidita. “Sono arrabbiata con i leader globali, perché stanno scegliendo i soldi invece del nostro futuro e sono corrotti dall’industria fossile. Dunque dietro a ogni protesta c’è questa rabbia”, risponde l’attivista.

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Alexandria Villaseñor (in alto a destra) con Greta Thunberg (al centro) davanti al quartier generale delle Nazioni Unite, il 30 agosto 2019 © Stella Levantesi

Zask è seduta di fianco a Villaseñor. Ha appena pubblicato un libro sugli incendi che hanno devastato la Francia meridionale nell’estate del 2017, distruggendo il paesaggio e obbligando migliaia di persone ad andarsene, così com’è successo in California, Brasile, Indonesia e Australia negli ultimi mesi. “Io provo desolazione“, dice. “Desolazione è un termine biblico: un paesaggio desolato non è devastato da una catastrofe naturale, ma dall’azione umana. Gli incendi forestali mi hanno mostrato fino a che punto la nostra attività ha reso invivibile il Pianeta.

La desolazione non è soltanto una separazione dal passato, ma è anche la scomparsa di possibilità future. Ed è per questo che il secondo sentimento che vorrei citare è la rabbia“. È difficile identificare una sola emozione. La crisi climatica sta colpendo tutti, seppur in diverse misure. Ma c’è un’emozione che tende a vincere su tutte quando si accetta il fatto che il nostro pianeta sta collassando. “Io provo paura“, dice Klein. “La mia paura è che ora siamo vicini come mai prima a capire quanto debba cambiare, a tal punto che non riusciremo fare ciò che serve e che ci saranno lotte e divisioni, ci saboteremo e non faremo in tempo a salvare la Terra”.

C’è anche la paura che molti saranno lasciati indietro prima degli altri. Klein afferma di aver “paura dell’intersezione di un sistema economico crudele, della logica della penuria e della realtà di dover affrontare le difficoltà quando si è già al limite, stressati e precari”. Qui la scrittrice si riferisce alle ineguaglianze brutali dei cambiamenti climatici, e a come nella crisi climatica i più a rischio sono i più anziani, i disabili e i più poveri perché “qualsiasi caratteristica preesiste, verrà esacerbata dal dissesto climatico”. Ma soprattutto c’è un sentimento che ci scorre nelle vene: la tensione. La tensione generata dal “non sapere come andrà a finire questa storia, dal preoccuparsi se si sta facendo tutto il necessario”, aggiunge McKibben.

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La filosofa francese Joëlle Zask ha di recente pubblicato un libro sugli incendi che hanno devastato il sud della Francia nell’estate del 2017 © Inria Actus/Flickr

I cambiamenti climatici sono un messaggio

Ma ovviamente non è solo una questione di emozioni. I cambiamenti climatici sono strettamente legati alla politica eppure non sono mai stati una questione secondo Klein. “Sono un messaggio del fatto che abbiamo permesso che accadesse tutto questo al mondo naturale. Sono prova di un fallimento delle narrative alla base delle nostre culture. Sono la separazione dalla natura, la narrativa del predominio”.

La narrativa del predominio è un concetto relativamente facile da comprendere perché la spiegazione sta nel termine stesso. Nello scenario di Klein, è al centro della nostra paralisi politica e sociale. La società è afflitta dalla prepotenza e dalla supremazia. “Le persone capiscono che un sistema in grado di produrre non solo i cambiamenti climatici, ma anche di produrre Donald Trump, è un sistema in crisi”, afferma Klein. “Le persone stanno capendo che questo è un fallimento del sistema, che Trump non è la crisi ma un sintomo, e lo stesso vale per i cambiamenti climatici”. Qualcosa deve cambiare, o finiremo in un circolo vizioso. Con le parole di Task: “Pensiamo che il sistema che produce la crisi la risolverà anche, ma non è vero”.

Invece, secondo Klein, i teorici femministi – o i cosiddetti ecofemministi – sono tra coloro che hanno trovato la connessione tra la violenza e l’odio verso le donne con l’odio per la Terra. “L’idea è che vanno dominate entrambe”, spiega Klein. Ma gli ecofemministi non sono gli unici che ripercorrono la storia per correggere gli errori dell’umanità per un futuro migliore. C’è un “appetito” verso l’unire tutti i punti e raggiungere una visione olistica, afferma Klein.

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Femministi da tutto il mondo in marcia per una protesta organizzata da Greenpeace a Katowice, Polonia durante il Cop 24 nel 2018 © Martyn Aim/Getty Images

Sostanzialmente, c’è un piano. Già nel 2014 Klein aveva esplorato questo approccio olistico, ispirata dalla diplomatica boliviana Angelica Navarro, che aveva invocato un “Piano Marshall per la Terra” durante una conferenza per il clima delle Nazioni Unite nel 2009. Navarro spiegò che se si esamina chi ha emesso la CO2, è chiaro che ci deve essere un trasferimento di ricchezza dalle nazioni più inquinanti a quelle che invece ne subiscono di più gli effetti, per “guarire le ferite del colonialismo”.

McKibben offre una versione simile della stessa idea: “Il pianeta ha una febbre orribile, ma gli anticorpi stanno iniziando a fare effetto”. Quali sono, dunque, gli elementi chiave per attuare il cambiamento? Per creare questo cosiddetto Piano Marshall ecologico (il cui nome deriva dal piano per la ricostruzione dell’Europa nel secondo dopoguerra grazie agli aiuti americani) l’assetto politico attuale si chiama Green new deal.

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Naomi Klein, scrittrice e pensatrice pluripremiata, all’Albertine Festival a New York durante un evento sulla vita nel “momento del clima”. Nel dibattito, presieduto da Bill McKibben, Klein si è affiancata ad Alexandria Villaseñor e Joëlle Zask © Stella Levantesi

Naomi Klein sul Green new deal

McKibben ha definito Klein “la madre intellettuale del Green New Deal”, ed è infatti tra i più grandi sostenitori. La speranza – e il senso di responsabilità di coloro che lottano per ridurre le emissioni e fronteggiare la crisi climatica – è che i candidati del Partito democratico statunitense insistano sul Green new deal (Gnd) alle primarie nel gennaio 2020, e alle elezioni presidenziali il prossimo novembre.

“Abbiamo molti candidati, tra cui qualcuno con buone probabilità di vincere il comando del Partito democratico e con il Green new deal al centro del proprio programma”, afferma Klein, aggiungendo una considerazione su due candidati. “Io appoggio Bernie Sanders perché sono convinta che sia l’unico candidato ad avere una prospettiva davvero internazionalista sulla questione, ha parlato di trasferimenti di fondi dal budget militare al Gnd, di pagare il debito climatico statunitense, di immettere duecento miliardi di dollari al fondo per il clima delle Nazioni Unite. Ma credo che anche il piano di Elizabeth Warren sia entusiasmante”.

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Bernie Sanders, uno dei candidati nelle primarie del Partito Democratico statunitense, durante un raduno sulla “Strada verso un Green New Deal” © Alex Wong/Getty Images

Tuttavia, il fatto che il programma contenga la parola ‘green’ (verde) non è una ragione sufficiente per supportarlo. In realtà, è un piano per la decarbonizzazione dell’economia che considera anche “importanti investimenti nel’assistenza sanitaria universale, l’assistenza all’infanzia, l’istruzione e il lavoro”, spiegano McKibben e Klein. “È stato progettato in modo da evitare di replicare le mancanze del New deal originale, che aveva escluso molti afroamericani, donne e lavoratori immigrati”.

La speranza è che se gli Stati Uniti dovessero mettere in atto il Gnd, molte altre nazioni ne seguirebbero l’esempio. Ma è da un po’ che gli Stati Uniti non sono all’altezza del proprio ruolo di leader globale in tema di protezione ambientale. “È per questo che è così importante che il candidato abbia una prospettiva internazionale. Negli Stati Uniti parlano di ‘dare il buon esempio'”, afferma Klein. “Ma non hanno capito che quel treno è già passato da un pezzo. Se gli Stati Uniti avranno un ruolo catalizzatore, sarà perché adempiranno semplicemente alle loro responsabilità”.

Come funziona il Green new deal

“Abbiamo questa finestra di tempo”, continua Klein. “Costruiamo il movimento, rafforziamo la visione per il Green new deal, scioperiamo, costruiamo il potere al di fuori e cerchiamo di fare in modo che uno dei paladini del Gnd vinca le primarie e che quella persona non solo abbia un buon piano, ma che possiamo fidarci che si batterà per metterlo in atto. E poi abbiamo bisogno che quella persona sconfigga Donald Trump, e che si metta subito al lavoro con la nuova amministrazione fin dal primo giorno. Perché in quel momento avremo un decennio per dimezzare le emissioni a livello globale“.

Niente di tutto ciò sembra facile, ma i sostenitori del Gnd ritengono che sia l’unica possibilità. Secondo McKibben, uno dei motivi per cui è così difficile da realizzare è che non abbiamo fatto niente negli ultimi trent’anni, quando avremmo potuto. Ma Klein aggiunge che “non è solo il fatto che non abbiamo ridotto le emissioni trent’anni fa, quando abbiamo iniziato a parlarne, ma è anche il fatto che in quei trent’anni abbiamo visto tutti i governi imporre politiche economiche brutali che hanno distrutto la nostra infrastruttura pubblica e diffuso precarietà economica in tutto il mondo”.

È per questo che une delle priorità del Gnd, oltre a raggiungere il 100 per cento di energie rinnovabili, è mettere a disposizione fondi per le nazioni che hanno fatto ben poco per creare la crisi e permettere loro di “saltare alla prossima fase economica, per proteggere le loro foreste e non fargli sentire la necessità di estrarre i combustibili fossili”, afferma Klein. Il Gnd ci può salvare, ma pare che la prima spinta debba venire da dentro. Klein sottolinea l’importanza di “non chiudersi a riccio quando ci confrontiamo con i fatti dei cambiamenti climatici che ci fanno infuriare e spaventare, ma di perseguire la determinazione che Alexandria e i suoi amici hanno trovato per scendere in piazza”.

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Edifici rasi al suolo dall’enorme incendio forestale di Camp Fire. Paradise, California (autunno 2018) © Justin Sullivan/Getty Images

Fuoco

Villaseñor ha iniziato a prendere parte all’attivismo per il clima dopo aver vissuto in prima persona gli incendi dello scorso anno in California durante una visita a dei parenti a Paradise, nel nord dello stato. Ha iniziato a scioperare quando per lei ormai era chiaro che i cambiamenti climatici sono strettamente legati agli incendi, e non poteva immaginare come si potesse essere costretti a respirare aria tossica. “Il fuoco si stava infiltrando in casa nostra, abbiamo dovuto mettere degli asciugamani sotto a porte e finestre. Mi ha causato un attacco d’asma, facendomi stare davvero male”, racconta Villaseñor. “A quel punto ero davvero turbata, perché eventi di questo tipo stanno diventando più frequenti e colpiscono molte persone che conosco e amo”.

Zask, che ha studiato le dinamiche degli incendi in maniera approfondita, crede che non siano controllabili, ed è per questo che uno degli unici strumenti a nostra disposizione per combatterli alla base è ciò che lei descrive come ‘campagna pulita’. “Ciò che stiamo cercando di istituire è una filosofia che gli aborigeni in Australia chiamano ‘campagna pulita’. È la soluzione che ci permetterà di combattere due credenze e pratiche dominanti: da una parte, la convinzione nel predominio sulla natura, e dall’altra la convinzione che la natura faccia sempre le cose al meglio”, spiega Zask. “Questo non è vero. Credo che dobbiamo adattare la natura ai nostri bisogni, e i nostri bisogni alla natura. Questo è ciò che chiamiamo ‘campagna pulita’, e la gestione degli incendi ne fa parte”.

C’è un altro fuoco che è iniziato nel 2018 e che è diventato più intenso nell’ultimo anno. È la fiamma che alimenta i giovani attivisti che, seguiendo l’esempio di Greta Thunberg, scioperano settimana dopo settimana. “Dove vogliamo essere tra sei mesi?”, chiede McKibben riferendosi al movimento per il clima.

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Il terzo sciopero globale per il clima a New York il 20 settembre © Stella Levantesi/LifeGate

“Sono convinta che siamo ancora agli inizi”, dice Villaseñor. “Anche se ci sono state 7 milioni di persone (che hanno preso parte al terzo sciopero globale per il clima, ndr.), ce ne sono molte altre che non sanno cosa sia lo sciopero per il clima o come diventare attivisti”. La Climate action week, tra il 20 e il 27 settembre 2019, è stata un grande successo grazie al numero di persone che sono scese in piazza e grazie all’unità tra giovani e adulti. “Il sostegno degli adulti alla generazione più giovane” è stato il vero potere dello sciopero.

Ma cos’altro serve? “Mobilizzare le persone fino al punto che scendiamo tutti in piazza e ci rimaniamo, ecco cosa serve”, afferma Villaseñor. “Noi siamo quel promemoria continuo”.

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