Diritti umani

La Colombia è il paese più pericoloso in assoluto per i difensori dei diritti umani

Nel 2020 sono stati uccisi almeno 331 difensori dei diritti umani, spesso nella totale impunità. A dirlo è il nuovo report di Frontline defenders.

Almeno 331 difensori dei diritti umani sono stati uccisi nel 2020. Una cifra enorme che per giunta potrebbe crescere ancora, visto che in questi mesi si sta cercando di fare luce su altri episodi. Stiamo parlando di persone che, nel 69 per cento dei casi, si spendevano per i diritti del territorio, dell’ambiente o dei popoli indigeni. A dirlo è il nuovo report dell’organizzazione irlandese Frontline defenders che sottolinea: “L’impunità è rimasta la norma e spesso gli omicidi sono stati preceduti da aggressive campagne d’odio, online e offline”.

Uccisi 177 difensori dei diritti umani in Colombia

Già dalle scorse edizioni dello studio era chiaro come la situazione fosse particolarmente preoccupante in America Latina. Quest’anno salta all’occhio il caso della Colombia dove si sono verificati 177 omicidi, più della metà del totale. Le vittime erano impegnate soprattutto nel processo di pace, nelle iniziative volontarie per lo stop alla coltivazione di droga o nelle proteste contro l’industria mineraria. Una strage che non si è fermata nemmeno nel bel mezzo del lockdown, con 14 omicidi a marzo, 13 ad aprile e 15 a maggio.

È colombiana la Guardia Indigéna de Cauca, vincitrice del premio annuale assegnato da Frontline defenders per la regione delle Americhe. Si tratta di una coalizione di uomini e donne, adulti e ragazzi del popolo indigeno Nasa che abita una regione – la Cauca – nota per gli elevati tassi di criminalità e violenza. La Guardia Indigéna protegge i bambini che sono stati vittime di attacchi armati, si prende cura delle persone ferite, insegna a mettersi in salvo dalle mine antiuomo e organizza incontri e attività formative. Attività che espongono i suoi membri a ripetute aggressioni da parte di gruppi paramilitari.

Nemonte Nenquimo, attivista Waorani
Nemonte Nenquimo (al centro) ora coordina la resistenza Waorani alla pandemia © Margherita Scazza

I popoli indigeni nel mirino della violenza

Di recente la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes) ha paventato “un serio rischio per la sicurezza alimentare globale” dovuto alla drammatica perdita di biodiversità, rimarcando il ruolo delle comunità indigene nella gestione sostenibile della natura. Se è così, il fatto che proprio loro siano state così prese di mira è “qualcosa che dovrebbe preoccupare i decisori politici, ovunque”. Sui 331 episodi accertati nel 2020, il 26 per cento ha avuto come vittime gli attivisti che si battevano per i popoli indigeni. A partire dal 2017 ne sono stati assassinati 327.

Battersi per i diritti umani durante una pandemia

Da vent’anni esatti Frontline defenders documenta e promuove il lavoro dei difensori dei diritti umani in tutto il mondo. Il 2020, però, è stato senza dubbio diverso dagli altri. All’indomani dello scoppio della pandemia, i leader indigeni di Colombia, Brasile e Bolivia si sono messi all’opera per tradurre nelle lingue locali i materiali informativi sulle misure per evitare il contagio. I campesinos colombiani e i lavoratori senza terra brasiliani hanno portato cibo, medicine e forniture sanitarie alle categorie a rischio nelle remote aree rurali. L’organizzazione messicana Brigada Callejera ha sfamato e accolto senzatetto e sex worker, aiutandoli economicamente e fornendo loro presidi sanitari.

Eppure, sottolinea il report, spesso e volentieri i difensori dei diritti umani hanno dovuto faticare ancora più del solito. Perché le restrizioni dovute al lockdown li hanno limitati nei movimenti e solo di rado sono stati inclusi nella categoria dei “lavoratori essenziali”.

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