Cooperazione internazionale

Gli indigeni colombiani hanno perso la loro terra dopo 50 anni di guerra

Il diritto alla terra delle comunità indigene colombiane e afro-discendenti è oggetto di un nuovo rapporto di Amnesty International. Non ci sarà pace se non c’è rispetto per queste minoranze.

Sei milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie terre a causa di una guerra che dura da 50 anni tra l’esercito e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), il gruppo ribelle di sinistra più grande del paese. In questo periodo di tempo, più di 260mila persone hanno perso la vita, mentre diverse migliaia sono state rapite o sono scomparse, secondo quanto stimato dall’organizzazione per i diritti umani Amnesty International. Nel rapporto pubblicato a novembre, l’associazione spiega che la povertà, la violenza e le violazioni dei diritti umani, esacerbati nel corso degli anni di conflitto, non possono essere risolti senza una riforma agraria valida.

 

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Una donna passa di fianco a un gruppo di truppe paramilitari nel sud della Colombia © Carlos Villalon/Liaison

 

Il diritto alla terra delle comunità indigene

Nel 2011 il governo ha adottato una legge per risarcire le vittime del conflitto e restituire le terre sottratte (Ley de víctimas y restitución de tierra). L’istituzione di questo quadro normativo rappresenta un passo avanti nel cammino verso leggi più stringenti e costituisce un riconoscimento ufficiale della necessità di cambiare le norme sulla proprietà della terra in Colombia. Tuttavia, la legislazione non fa riferimento diretto alle comunità indigene e afro-discendenti. Questi gruppi rappresentano rispettivamente il 3 per cento e fino al 25 per cento della popolazione del paese: quasi un terzo della popolazione indigena non può avere titoli fondiari e meno del 5 per cento dei colombiani afro-discendenti possiede diritti di proprietà collettivi.

 

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Il presidente della Colombia Juan Manuel Santos © Juan Naharro Gimenez/Getty Images

 

Una storia di successo, o quasi: Alto Andágueda

Ci sono stati soltanto due casi di successo di restituzione di terre a comunità indigene e afro-discendenti. Una riguarda Alto Andágueda, una riserva indigena a nordovest del paese diventata bersaglio di diverse compagnie minerarie per sfruttare le sue risorse. È anche stata colpita da bombardamenti e attacchi che hanno costretto la popolazione a fuggire, sia durante il conflitto armato che dopo i negoziati di pace tra il governo di Juan Manuel Santos e le Farc iniziati nel 2012. Nel 2013 un tribunale ha così sospeso le concessioni per le compagnie minerarie e un anno dopo ha deliberato in favore della restituzione delle terre ai popoli indigeni. Per la prima volta nella storia della Colombia. Il caso di Alto Andágueda, considerato un successo, fa però sorgere discussioni sul divario tra regolamentazione e implementazione: i presunti risultati sono oscurati dalla triste realtà che le attività minerarie illegali e gli attacchi alla popolazione continuano.

 

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Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) nel 2002 © Carlos Villalon/Getty Images

 

La restituzione della terra è un elemento spinoso ma cruciale per la democrazia del paese. Negando il diritto alla terra alle comunità indigene e afro-discendenti, il governo vìola gli obblighi internazionali e mette a rischio i negoziati di pace. Il diritto alla terra è uno dei diritti umani base e ignorare la sua importanza può avere effetti sul futuro dell’intero paese.

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