Elezioni in Russia: respinta la candidatura di Boris Nadezhdin, l’unico che voleva la pace

Escluso Boris Nadezhdin, ora ci sono solo tre candidati registrati oltre a Putin. La vittoria dell’attuale presidente è scontata.

Boris Nadezhdin è fuori dai giochi. L’unico possibile candidato contro la guerra alle elezioni presidenziali russe di marzo 2024 è stato scartato dalla Commissione elettorale centrale, perché il 15 per cento delle firme raccolte a suo sostegno non sarebbero valide. Un verdetto annunciato, secondo molti. Una delusione che non resterà senza conseguenze, secondo altri. Ma al momento una sola cosa è certa: tra il 15 e il 17 marzo, i cittadini russi saranno chiamati a votare scegliendo tra i nomi di appena tre candidati, oltre all’attuale presidente Vladimir Putin, tutti uomini, che non rappresentano in alcun modo una minaccia reale alla rielezione dell’attuale presidente.

I candidati e le (presunte) irregolarità nelle firme

Era dal 2008 che in Russia non si vedeva un numero così limitato di candidati nelle liste elettorali: praticamente la metà di quelli registrati alle elezioni del 2018. Attualmente, oltre a Putin che corre come candidato indipendente, sono stati registrati ufficialmente Nikolaj Kharitonov del Partito comunista, Leonid Slutskij del Partito liberaldemocratico (Ldpr) e Vladislav Davankov di Novye Ljudi: tutti membri di partiti ufficialmente d’opposizione in parlamento, ma che nei fatti non vanno contro le politiche del Cremlino.

Boris Nadezhdin, invece, era l’unico che sosteneva la fine all’operazione militare in Ucraina, il riavvicinamento con l’Occidente, la libertà d’espressione e l’amnistia per i prigionieri politici. Il suo nome è stato cancellato con un colpo di penna per via delle irregolarità trovate nelle firme, che per legge dovevano essere almeno 100mila: oltre ad alcuni errori notarili e trascrizioni sbagliate, come il nome della città “Rostov na Donu” (Rostov sul Don) diventata inspiegabilmente “Rostov da Domu” (Rostov sulla casa), la Commissione elettorale centrale sostiene di aver trovato 11 firme di persone defunte. Boris Nadezhdin come Chichikov, quindi, il protagonista dell’esilarante romanzo satirico di Nikolaj Gogol che comprava “anime morte” per arricchirsi. Al di là delle battute, Nadezhdin ha annunciato che si rivolgerà alla Corte suprema, come tra l’altro aveva fatto anche l’altra candidata “pacifista” eliminata, Ekaterina Duntsova, senza però ottenere nulla. Ora, alle migliaia di cittadini russi che si erano messi in fila al freddo per sostenere la candidatura di Nadezhdin non resta che l’amaro in bocca, oltre all’eterna sensazione che nulla in Russia possa davvero cambiare. 

“Bisogna capire che qui io non sono da solo – ha detto Boris Nadezhsin ai membri della Commissione elettorale –. Alle mie spalle ci sono centinaia di migliaia di cittadini russi che hanno firmato per me. Centinaia di migliaia! Abbiamo raccolto molte più firme di quelle che abbiamo presentato qua”.

Dopo Boris Nadezhdin, la corsa è a ostacoli verso le urne

A poco più di un mese dal voto, il cammino di Putin verso la rielezione non è stato privo di inciampi. Prima le proteste delle mogli dei soldati, che continuano a manifestare ogni sabato vicino al Cremlino, poi le manifestazioni di massa nella Repubblica di Baschiria terminate con un morto, almeno 34 arresti e oltre 160 procedimenti amministrativi aperti, senza dimenticare i guasti agli impianti di riscaldamento che hanno lasciato al freddo centinaia di condomini e migliaia di cittadini in varie città del Paese. Non un bell’inizio, per questa campagna pre-elettorale. E poi c’è la guerra, che continua a mietere vittime, attira le bombe ucraine sulle città russe di confine e alimenta il malcontento di una fascia sempre più consistente di popolazione. Il malcontento però lo si mette a tacere facilmente, rispolverando i vecchi metodi della repressione e del bavaglio: come ha annunciato pochi giorni fa Ekaterina Mizulina, a capo della commissione che monitora la diffusione dei contenuti su internet, dal primo marzo in Russia dovrebbero essere bloccate le reti VPN che permettono di aggirare i blocchi. Una mezza verità, secondo alcuni esperti, visto che da tempo Mosca lotta contro le VPN, ma bloccarle tutte sarebbe impossibile. 

Le misure per silenziare il dissenso, però, continuano. E così a inizio febbraio la camera alta del parlamento russo ha adottato una legge che prevede la confisca dei beni per chi si macchia di fake news sulle forze armate, spingendo di fatto i cittadini e i media all’autocensura.

L’intervista di Putin al giornalista statunitense

Nel frattempo ha fatto molto scalpore l’intervista concessa da Vladimir Putin al giornalista statunitense Tucker Carlson, ex anchor di Fox news molto vicino all’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. “Alla leadership Usa dico: se davvero volete che la guerra finisca, smettetela di fornire armi all’Ucraina”, ha detto Putin, aggiungendo che la sconfitta della Russia in Ucraina è impossibile, che la Nato deve accettare le conquiste territoriali di Mosca e che il Cremlino non ha alcuna intenzione di espandere la guerra. “Non abbiamo alcun interesse in Polonia, in Lettonia o altrove”, ha affermato il capo del Cremlino, precisando che solo in un caso Mosca invierebbe delle truppe: se la Polonia attaccasse la Russia.

Il risveglio dell’opposizione

Nonostante i mal di pancia, la strada verso la rielezione è spianata, complice anche il controverso voto elettronico. Putin si prepara a inaugurare il suo quinto mandato (non consecutivo) e a governare per altri sei anni. E se alcuni vedono l’eliminazione di Boris Nadezhdin come una sconfitta, altri credono che possa essere invece un interessante punto di ripartenza. 

“Credo che la decisione della Commissione elettorale centrale (di rifiutare la candidatura di Nadezhdin, ndr) sia in realtà un grande successo dell’opposizione – ha commentato al canale Dozhd Mikhail Khodorkovskij, ex oligarca, tra i principali dissidenti russi in esilio -. L’opposizione si è compattata e ha capito che dobbiamo muoverci insieme in questo gioco contro il Cremlino e contro Putin”. Difatti l’invito lanciato dall’oppositore Aleksej Navalnyj di presentarsi in massa davanti ai seggi elettorali il 17 marzo a mezzogiorno, come forma di protesta pacifica, e di votare contro Putin, è stato accolto anche da altri.

“Si è visto che le persone sono pronte a sostenere gli slogan contro la guerra. E queste persone in Russia costituiscono un numero piuttosto elevato – ha aggiunto Khodorkovskij -. Dicono che sono state raccolte tre milioni di firme per Putin, ma non abbiamo visto nessuna coda di persone, come invece c’è stata per le 100-150.000 firme raccolte a favore del candidato anti-guerra. Perciò adesso tutti, non solo in Russia, ma anche nel mondo, capiscono che questa è assolutamente una falsificazione”.

E se il “niet” a Nadezhdin non ha sorpreso nessuno, la sua esclusione dalle liste elettorali “non influirà in alcun modo sulle prospettive dell’opposizione russa”, come ha commentato ottimisticamente il politologo Nikita Savin, docente presso la Scuola superiore di economia di Mosca. Come a dire, nessuno crede che le elezioni possano portare a un giro di poltrone al Cremlino. Ma il caso di Boris Nadezhdin sembra aver dato una scossa all’opposizione. Ora bisognerà vedere in quale direzione si svilupperà questo terremoto.

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