Vladimir Putin rieletto presidente della Russia. Resterà in carica fino al 2024

Vladimir Putin continuerà a guidare la Russia. Le presidenziali del 2018 lo hanno confermato presidente: rimarrà in carica per altri sei anni.

Aggiornamento 19 marzo ore 8 – Vladimir Putin ha ottenuto circa il 76 per cento dei voti. Tre elettori di quattro in Russia, dunque, sono dalla sua parte. L’affluenza non ha raggiunto il 70 per cento ma non è andata lontana dall’obiettivo che si era prefissato il governo: ha partecipato il 67,4 per cento.

Senza alcuna sorpresa, lo “zar” della Russia Vladimir Putin è stato rieletto a 65 anni per un nuovo mandato alla guida del suo paese. Sarà presidente della nazione euro-asiatica per altri sei anni, fino al 2024. Il leader, che è al potere ininterrottamente dal 2000, avrà a quel punto passato un quarto di secolo al posto di capo di stato (o di primo ministro, nel corso della presidenza di Dmitri Medvedev, tra il 2008 e il 2012).

Ma se l’esito delle elezioni presidenziali e legislative di domenica 18 marzo era facilmente prevedibile, per Putin l’obiettivo era consolidare il suo potere, garantendosi carta bianca per il suo ultimo mandato. Per questo puntava al “70-70”, ovvero il 70 per cento dei suffragi in suo favore e il 70 per cento di affluenza alle urne. Entrambi i risultati sono stati sostanzialmente raggiunti. Mentre non è ancora ufficiale il dato della quota di elettori, sui quasi 109 milioni chiamati ad esprimersi, che si è recato alle urne, sembra ufficiale che Putin abbia convinto più di sette elettori su dieci. Secondo l’istituto demoscopico Fom, il presidente russo avrebbe ottenuto il 76,3 per cento. La Commissione elettorale centrale lo dà invece vincente con il 71,97 per cento, sulla base del 21,3 per cento di schede scrutinate.  

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Vladimir Putin è stato rieletto presidente della Russia. Rimarrà in carica fino al 2024 © Chris McGrath/Getty Images

Rielezione e affluenza alta: la doppia vittoria (contestata) di Vladimir Putin

Che la partecipazione (almeno quella ufficiale) sarebbe stata elevata lo si era capito fin dalla mattinata: alle 14 ora locale (le 12 in Italia) il dato dell’affluenza era al 34,72 per cento, in crescita rispetto allo scrutinio del 2012. Alle 18 ora di Mosca, poi, il tasso è stato indicato al 52,71 per cento dalla Commissione elettorale centrale: quattro punti in più rispetto alle elezioni precedenti. E nelle regioni dell’estremo oriente russo, nelle quali le operazioni di voto erano già terminate, l’agenzia di stampa Tass aveva parlato di dati superiori al 60 o al 70 per cento. Ciò è stato possibile grazie al gigantesco battage mediatico ordinato dal governo ma anche alle pressioni esercitate su determinate categorie – studenti in testa – affinché andassero a votare.

La ong specializzata Golos aveva parlato di voto imposto a dipendenti o a intere università, di bus organizzati dalla polizia per portare i cittadini ai seggi e perfino di buoni sconto distribuiti per “incentivare” gli indecisi. Ma cosa ha spinto gli elettori a confermare Putin al potere? Secondo Isabelle Mandraud, corrispondente a Mosca del quotidiano francese Le Monde, “il principale asso nella manica del leader russo è l’assenza di un’alternativa considerata credibile”. Il principale avversario e oppositore dell’ex agente dei servizi segreti sovietici, Alexei Navalny, è stato infatti dichiarato ineleggibile dalla commissione elettorale.

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Vladimir Putin in compagnia dell’allora presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, nel 2010 © Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Si trattava della sola personalità che avrebbe potuto rendere un po’ meno scontati i risultati. Pur non potendo partecipare alle elezioni, il militante anti-Putin ha dispiegato in tutta la Russia 33mila osservatori per monitorare i possibili brogli: Golos alle 14 aveva già parlato di 1.839 casi di irregolarità nelle urne. Alcuni video pubblicati online dimostrerebbero casi di brogli.

E Navalny ha contestato anche i dati relativi all’affluenza: già nel pomeriggio di domenica aveva parlato di “dati reali di un dieci per cento inferiori rispetto a quelli comunicati dal governo”. In un tweet, Piotr Verzilov, uno degli osservatori presenti in Cecenia, ha citato i dati di quattro seggi di Grozny, con affluenze comprese tra il 29 e il 38 per cento.

[box title=”Come funziona il voto in Russia” style=”soft”]Dalla penisola della Kamčatka, a Est, fino all’oblast di Kaliningrad, sul mar Baltico, quasi 109 milioni di russi sono risultati iscritti sulle liste elettorali per le presidenziali e legislative del 2018. Le operazioni di voto sono state avviate in funzione degli undici fusi orari nei quali è divisa l’immensa nazione euro-asiatica. Così, i primi seggi hanno aperto quando in Italia erano le 20 di sabato, mentre gli ultimi hanno chiuso alle 18 di domenica. Le elezioni presidenziali sono basate su un doppio turno, al cui ballottaggio i due candidati che hanno ottenuto più voti, a meno che il primo classificato non abbia ottenuto già la maggioranza assoluta. Il presidente è a quel punto eletto per sei anni, dopo una riforma voluta da Vladimir Putin (prima, il mandato era di quattro anni).

Le elezioni legislative, dopo un emendamento approvato il 5 aprile 2016, si svolgono assieme alle presidenziali e servono per rinnovare i mandati dei 450 deputati presenti alla Camera bassa della Russia, la Duma. Il sistema è misto: metà dei parlamentati vengono eletti su base proporzionale, in una circoscrizione unica e con una soglia di sbarramento del 5 per cento; l’altra metà in collegi uninominali maggioritari a turno unico. Nel 2012, il Partito Nazionalista Russia Unita di Putin aveva ottenuto il 63,6% delle preferenze, il che aveva permesso al leader russo di ottenere 140 deputati sui 225 della quota proporzionale.[/box]

Gli altri candidati: dallo stalinista alla candidata “marionetta”

Gli altri candidati in corsa contro Putin erano sei uomini e una donna. Pavel Grudinin, 58 anni, si è presentato con il Partito comunista ed è arrivato secondo. Imprenditore agricolo a capo di un centro agricolo fondato nel 1917 da Lenin e privatizzato nel 1995, aveva sostenuto Putin nel 2000, ma si era poi ritirato completamente dal Partito Nazionalista Russia Unita al potere. A lui è andato oltre l’11 per cento dei voti.

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Putin assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel © Sean Gallup/Getty Images

Il più anziano dei candidati era Vladimir Jirinovski, 71 anni, presidente e fondatore del Partito liberal-democratico russo. Si presentava con un programma ultra-nazionalista, dai toni antisemiti e xenofobi. L’unica donna in corsa è stata Ksenia Sobchak, figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo Anatoli Sobchak: la sua posizione era nettamente ostile a Putin, ma dal momento che il padre era considerato un mentore del leader, la 36enne è stata etichettata come “una marionetta del Cremlino” dai suoi detrattori. [box title=”Chi è Vladimir Putin” style=”soft”]Vladimir Putin è nato a San Pietroburgo (all’epoca Leningrado) il 7 ottobre 1952. I genitori, Spiridonovitch Putin e Maria Ivanovna Putina, erano di origini modeste. Il padre era stato un soldato dell’Armata Rossa e aveva combattuto per difendere Leningrado contro l’esercito nazista durante la Seconda guerra mondiale; la madre era sopravvissuta agli 827 giorni di assedio della città. Entrambi erano poi stati assunti presso la fabbrica ferroviaria locale. Putin cercherà di farsi assumere dal Kgb, i servizi segreti sovietici, una prima volta a soli 16 anni, senza successo. Quindi, dopo una formazione della quale si hanno poche notizie, riesce ad entrare nei servizi di contro-spionaggio. Nel 1985 viene inviato a Dresda, dove rimarrà fino al 1990 operando con il nome in codice di “ufficiale Platov”. Celebre il suo pugno duro a difesa degli uffici del Kgb nella città all’epoca del crollo del Muro di Berlino: Putin andò ad affrontare i ribelli che si erano presentati fuori dal cancello della palazzina, convincendoli del fatto che per loro era decisamente meglio desistere. Nel 1990 gli viene ordinato di tornare a Leningrado, a quel punto con il grado di tenente-colonnello del Kgb, in piena fase di implosione dell’Urss.

Un amico gli consiglia a quel punto di rivolgersi a Anatoli Sobchak, appena eletto alla testa del Lensoviet, il consiglio comunale della città (che di lì a breve tornerà a chiamarsi San Pietroburgo). Putin si dimette dal Kgb e diventa suo assistente. Putin entra per la prima volta al Cremlino come semplice collaboratore, nel 1996, nell’ambito dell’amministrazione presidenziale di Boris Eltsin, primo presidente dell’epoca post-sovietica. Nel 1998 è nominato direttore dell’Fsb, i nuovi servizi segreti della Federazione russa. Nel 1999 diventa primo ministro e il 23 marzo 2000 viene eletto per la prima volta presidente. Nei primi due mandati il leader sfrutterà il volano di un’economia in crescita e la conseguente soddisfazione della popolazione. Nel 2008 non può ripresentarsi in quanto la Costituzione russa vieta di effettuare più di due mandati consecutivi. Viene eletto il suo delfino Dmitri Medvedev, che sceglierà proprio Putin come primo ministro. Nel 2012, viene eletto per la terza volta presidente: stavolta per sei anni.[/box]
Gli altri candidati che si sono presentati alle elezioni presidenziali del 2018 sono Gregori Iavlinski, economista di 65 anni che ha lavorato con i riformatori ai tempi della perestrojka di Michail Gorbaciov e che nel 1993 ha cofondato il partito democratico liberale Iabloko, popolare in una certa quota di intellighenzia russa. Quindi l’imprenditore Boris Titov, 57 anni, fondatore del Partito della crescita (liberal-conservatore), che si è candidato “non contro Putin” ma per far sentire la voce delle imprese.

Sergei Baburin, 59 anni, era stato invece deputato del popolo nell’ultimo Soviet supremo della Russia, nel 1990: fu uno dei sette parlamentari ad aver votato contro la dissoluzione dell’Urss. Rieletto in seguito alla Duma, ha fondato il partito Volontà del popolo (oggi Unione dei popoli russi). Baburin ha sostenuto pubblicamente il serbo Radovan Karadzic, considerato il “macellaio dei Balcani”. Infine, alle elezioni si è presentato Maxim Suraykin, 40enne, presidente del Partito dei Comunisti di Russia, di ispirazione marxista-leninista, che ha basato la propria campagna elettorale su dei manifesti che ritraevano l’ex leader sovietico Stalin.

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Putin su una copertina della rivista Bloomberg, nella quale viene indicato come “amministratore delegato” della Russia © Andrew Burton/Getty Images

Per Putin una campagna elettorale in discesa

La scarsa consistenza degli oppositori ha permesso a Putin di condurre quella che è stata definita una “non campagna” elettorale. Il leader russo ha snobbato i dibattiti televisivi e limitato al minimo le apparizioni pubbliche, concentrandosi su un discorso “forte” tenuto di fronte alla Duma il 1 marzo, nel corso del quale aveva parlato – tra le altre cose – di nuovi missili “invincibili” in fase di sviluppo da parte dell’esercito russo. Ha inoltre indicato l’obiettivo di aumentare il prodotto interno lordo procapite, ma non ha affermato in che modo intende farlo.

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