“Le fabbriche degli animali”

Abbiamo parlato con Enrico Moriconi, medico veterinario, in prima linea nel movimento protezionista e animalista, autore del libro ‘Le fabbriche degli animali’.

Cosa c’entrano i diritti degli animali con i bambini affamati
del terzo mondo?

Da anni gli animalisti sostengono che la scelta vegetariana
è una scelta di pace e nonviolenza non solo nei confronti
degli animali, ma anche nei confronti di quel miliardo e mezzo di
persone sottoalimentate che non hanno cibo a sufficienza, a causa
dell’ingiusta distribuzione delle risorse e dello spreco dovuto in
gran parte agli allevamenti intensivi e all’insensato consumo di
carne dei Paesi ricchi. Il cliché dell’animalista che pensa
“solo” agli animali e non ai bambini che muoiono di fame fa comodo
a chi non vuole vedere la relazione tra i nostri consumi e lo
sfruttamento dei Paesi poveri, fa comodo agli interessi di chi
vuole risolvere il problema “fame” attraverso altre ingiustizie e
violenze quali l’invasione di prodotti biotech e l’esportazione di
tecnologie vetuste e dannose che hanno già fatto male al
nostro ambiente. Anche per queste ragioni il dialogo e il confronto
aperto e costruttivo con coloro che potevano diventare nostri
alleati è stato ed è tuttora difficile, pur con
significative eccezioni.

La FAO è un nemico o un alleato?
Innanzitutto il vertice FAO ci offre l’occasione per far capire le
nostre ragioni, collegarci ad altri movimenti che si battono per un
mondo diverso. Dobbiamo batterci per un mondo in cui la violenza su
uomini e animali sia bandita totalmente e dove ogni essere vivente
abbia il diritto a vivere con dignità. Occorre che un tema
così importante venga affrontato insieme da tutti coloro che
sono impegnati per i diritti civili, la protezione degli animali e
la diffusione dell’alimentazione vegetariana che, uniti, potranno
promuovere un’iniziativa precisa e forte per chiedere impegni
concreti alla FAO. Cosicché dal riconoscimento teorico del
nesso “fame nei Paesi poveri – alimentazione carnea dei Paesi
ricchi”, che ripetiamo da anni, che è stato oggetto di un
grosso saggio di Jeremy Rifkin (Ecocidio) e che recentemente anche
la FAO pare aver ribadito.
Infatti penso sia necessario dialogare con la FAO. E, all’interno
della FAO stessa, pare ci siano uffici ove questa nostra voce
alternativa è stata ascoltata. Inizia a emergere da alcuni
documenti un interesse a tentare nuove strade, a mettere in
discussione una linea strategica.

Ma una “altra alimentazione” – come si chiama la campagna –
è davvero possibile?

Non solo possibile. È necessaria. Gli indirizzi FAO non
possono tendere ancora verso l’aumento delle aree coltivate,
l’intensificazione dello sfruttamento agricolo di terre già
depauperate, l’uso e l’abuso di chimica e meccanizzazione, la
nascita di nuovi allevamenti intensivi, l’invasione di OGM,
l’aggravio dei prelievi ittici con l’aumento delle attività
di pesca che stanno decimando le popolazioni marine… le
conseguenze di queste politiche quali sono state, in questi
decenni? Non si sono risolti i problemi di base, la
sovrapproduzione di alcuni alimenti fa crollare i prezzi delle
materie prime ricacciando nella povertà migliaia di
coltivatori (aumentanod però i guadagni dei grossisti),
l’impoverimento di molti terreni che non sono adatti a coltivare
mais e soia, si perde la biodiversità… Insomma, non
va.

Qual è, in sintesi, il messaggio?
Finora si è sempre parlato di aumentare la produzione di
cibo. Proviamo invece a cambiare il modo di produzione, la
distribuzione, la struttura della produzione, e non la
quantità.

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