Final portrait, arriva nei cinema il biopic dedicato all’artista Alberto Giacometti

È in uscita nei cinema in Italia il film Final portrait – L’arte di essere amici, omaggio del regista Stanley Tucci a uno dei più incisivi protagonisti dell’arte novecentesca, Alberto Giacometti, interpretato dal premio Oscar Geoffrey Rush.

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L’azione si svolge tra gli accattivanti scorci della Parigi del 1964 ed è incentrata su nervosismi, vezzi e inquietudini creative di un artista i cui tratti caratteriali appaiono fin da subito come la conferma esemplare del nesso che tradizionalmente associa il genio se non alla sregolatezza quanto meno a un’evidente e talvolta comica stravaganza.

Final portrait – L’arte di essere amici, approdato in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane, è il lungometraggio che Stanley Tucci, attore di lungo corso ormai giunto al suo quinto film da regista, dedica alla peculiare figura del pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti, uno degli esponenti più rappresentativi della rivoluzione artistica e culturale del Novecento europeo.

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La locandina del film, Final portrait – L’arte di essere amici

Final portrait – L’arte di essere amici, il cast del film

La pellicola ha già destato nel pubblico nostrano una palpabile curiosità, non soltanto per la notorietà dell’artista e per quella del regista dell’opera, Tucci (rimasto impresso nella memoria dei più per il ruolo di Nigel nel Diavolo veste Prada) ma anche per l’ormai consolidata popolarità italiana dei due interpreti principali, ovvero il protagonista Geoffrey Rush – premio Oscar australiano già arcinoto per sue celebrate prove attoriali ne Il discorso del re di Tom Hooper e La migliore offerta di Giuseppe Tornatore – e Armie Hammer, la cui raffinata avvenenza non è passata inosservata agli spettatori del recente Call me by your name, il film di Luca Guadagnino pluricandidato ai prossimi Oscar.

Ed è proprio Hammer l’attore prescelto da Tucci per incarnare il personaggio dello storico e critico d’arte James Lord, l’amico ultradecennale di Giacometti, che lo immortalò nell’ultimo ritratto da lui realizzato.

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film su Giacometti
Geoffrey Rush nel ruolo di Alberto Giacometti alle prese con una scultura nel film Final portrait – L’arte di essere amici

La trama: ritratto, identità e verosimiglianza

Figlio di un pittore e ammiratore indefesso dell’arte di Giacometti, Tucci, che in vista dell’elaborazione del film ha intrattenuto personalmente un lungo carteggio con Lord in persona, ha ripetutamente voluto precisare che il suo film non può essere inteso, a rigore, come appartenente al classico genere cinematografico del biopic, poiché non si prefigge l’obiettivo di ripercorrere esaustivamente e cronologicamente l’intero percorso esistenziale del protagonista, ma sceglie piuttosto di concentrarsi su un episodio specifico e un lasso di tempo molto circoscritto della vita dell’artista svizzero, ovvero la travagliata fase di elaborazione del ritratto e il rapporto di amicizia tra Giacometti e Lord, peraltro autore di una celebre monografia dedicata all’arte del maestro.

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Il regista Stanley Tucci (sinistra) con gli interpreti principali Geoffrey Rush (centro) e Armie Hammer (destra) alla Berlinale

L’interazione tra i due è scandita dai frequenti accessi di ira, depressione e oscillazioni umorali di Giacometti, ipercritico ed eternamente insoddisfatto, cui fanno da contraltare l’aplomb e la curiosità quasi morbosa di Lord, teso nello sforzo di riuscire finalmente a svelare il mistero della creatività artistica.

La realizzazione dell’opera, che si protrae per ben diciotto giorni invece dei tre inizialmente concordati dai due, fa emergere il rapporto peculiare che Giacometti instaura con gli oggetti e i volti da lui immortalati, ovvero il tentativo di giungere ad una delimitazione geometrica dello spazio e soprattutto di indagare la realtà intrinseca della cose al di là delle loro ovvie apparenze naturalistiche.

Alberto Giacometti, ritratto
Alberto Giacometti (1901 – 1966) © Evening Standard/Getty Images

Alberto Giacometti, avanguardie novecentesche e inquietudini esistenzialiste

Di Alberto Giacometti, nato nel Cantone dei Grigioni nel 1901 e scomparso nel 1966, il film rivela non solo tic, bizzarrie caratteriali e dettagli personali, come le asprezze di una vita coniugale resa problematica dalla predilezione per i bordelli e le amanti occasionali, ma anche la complessità di un contesto culturale percorso da straordinari fermenti innovativi.

Al di là degli echi statunitensi della fama di Andy Warhol, che aleggiano sullo sfondo, o dell’inimicizia nutrita da Giacometti nei confronti del rivale Pablo Picasso, ad imprimersi nitidamente nella sua opera sono le tracce delle avanguardie artistiche che scandiscono la sua formazione, ovvero i rigori formali del cubismo, le suggestioni simboliche del surrealismo ma anche alcuni elementi tratti dalla scultura etrusca.

E a sancire l’innegabile, spesso lacerante corrispondenza tra arte e vita intervengono su Giacometti quei riferimenti esistenzialisti che gli valsero l’attenzione e le analisi critiche di Jean-Paule Sartre, ovvero il tema dell’inaccessibilità intrinseca degli oggetti del mondo, della tortuosità delle relazioni tra di essi e della distanza o incomunicabilità degli individui tra loro.

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