Coronavirus

Gianni Canova, senza cinema la pandemia sta uccidendo anche il “noi”

Una riflessione sulle vittime “nascoste” della pandemia, aperta insieme al critico cinematografico e rettore dell’università Iulm di Milano Gianni Canova.

Da quando la pandemia ci ha travolti, sono cambiate molte cose. Una di queste è il nostro modo di avvinarci e accedere alla cultura. Le misure adottate per contenere il virus hanno infatti colpito duramente tutto il settore dello spettacolo e il mondo dell’arte, mettendo in difficoltà centinaia di migliaia di lavoratori, e spingendo tutti noi ad attingere sempre più al vasto e generoso bacino dello streaming. Un canale, questo, che è diventato luogo alternativo e privilegiato per lo svolgimento anche di molte altre attività, incluse quelle della vita universitaria, un altro ambito cruciale per lo sviluppo culturale di una società.

Per aprire una riflessione su opportunità e rischi di queste nuove forme di fruizione solitaria, che modificano profondamente il nostro modo di concepire e vivere la cultura, abbiamo “incontrato” (ancora una volta virtualmente) Gianni Canova, noto critico cinematografico, scrittore, autore, nonché accademico e rettore dell’università Iulm di Milano, per cercare di capire con lui quali potrebbero essere i risvolti e le conseguenze culturali di queste nuove abitudini dettate dall’emergenza sanitaria.

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Il dpcm del 24 ottobre 2020 ha nuovamente imposto la chiusura delle sale cinematografiche e dei teatri, come misura per arginare la pandemia di Covid 19 © Felix Mooneeram/Unsplash

Conversazione con Gianni Canova

La pandemia sta trasformando il nostro modo di fruire il cinema e la cultura (sempre meno condivisa e sempre più in solitaria e in streaming), quali sono i vantaggi da cogliere e quali i rischi di questo cambiamento?
Oltre alle vittime in termini di vite umane, la pandemia sta uccidendo anche un’altra cosa: la dimensione del noi. Sta inducendo ciascuno ad essere solo un io, chiuso nel guscio della propria solitudine protetta, evitando tutte quelle situazioni in cui l’io diventa noi e in cui il privato diventa pubblico e collettivo. Questo è particolarmente evidente nelle forme di fruizione dello spettacolo. Mentre parlo, i cinema e i teatri sono chiusi con un decreto della presidenza del consiglio dei ministri, che induce di nuovo a trasferire tutto il consumo sulle piattaforme.
Se da un lato questi canali hanno il vantaggio della vastità, della globalità e dell’immediatezza dei titoli e dei prodotti a cui possiamo attingere, dall’altro fanno venir meno tutto quel rituale che faceva sì che l’andare al cinema e a teatro diventasse qualcosa di liturgico.

Ci spieghi meglio.
Per vedere un film o uno spettacolo io dovevo spostare il mio corpo nel tempo e nello spazio ed entrare in una sala buia. Il buio è una condizione fondamentale per fruire di un’opera filmica, perché in sala c’è un unico stimolo visivo che è lo schermo, senza altre distrazioni. L’ipomobilità del mio corpo corrisponde a un’iperattenzione della mia mente. Questo significa che quello schermo può produrre cose molto intense dal punto di vista emotivo, percettivo e, arrivo a dire, sensuale. La visione dello stesso film su un piccolo schermo e in altre condizioni non produrrà le stesse sensazioni, ma un’esperienza più fluida e leggera, che va benissimo, ma che non permette quell’immersione totale in un altrove che invece il cinema garantiva. Il rischio principale che io vedo, dunque, è che venga meno la dimensione dell’altrove. Questa è l’altra grande vittima della pandemia.

Siamo tutti qui costretti a vivere nell’hic et nunc della nostra casa e l’altrove lo sfioriamo, senza più quell’immersione penetrativa e profonda che il cinema permetteva.

Gianni Canova, critico cinematografico e accademico

Pensa che questa abitudine perdurerà anche dopo l’emergenza?
Se è vero che questo tipo di fruizione oggi ci offre la sicurezza e la salvaguardia della salute nostra e collettiva, personalmente la vedo come una situazione provvisoria. La visone di un mondo in cui la gente non esce più di casa e in cui viviamo tutti protetti da scafandri senza contatti con gli altri mi spaventa parecchio.

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La pandemia ha provocato, dall’inizio dell’anno, la perdita di oltre 25 milioni di spettatori nei cinema. A dichiararlo lo scorso 30 giugno Il presidente di Anica Francesco Rutelli © Myke Simon/Unsplash

Per una città culturalmente vivace e attrattiva come Milano e per tutto il settore della cultura cosa ha significato e cosa significa questo periodo di stop forzato?
Il lockdown ha significato uno shock e un trauma. Il mio auspicio è che questo shock ci induca anche a pensare. Noi abbiamo sempre celebrato la Milano creativa e la Milano del fare. E va bene. Adesso però dobbiamo aggiungere la Milano che pensa. La mia paura è che subentri un’atrofia dell’immaginazione che ci impedisca di pensare fuori dai paradigmi con cui pensavamo prima. Sento tanta gente che dice “Dobbiamo attrezzarci ad attendere il ritorno alla normalità”. Io invece credo che non si tornerà più come prima e che l’illusione di poter tornare come prima è una pigrizia dell’immaginazione e del pensiero. Dobbiamo provare a immaginare, e Milano ha tutte le carte in regola per farlo, perché è una città creativa, intraprendente e imprenditoriale. È una città che non dipende dalla politica, come Roma. Mi aspetto che questa Milano ricominci a pensare a se stessa e al suo futuro con uno scatto di fantasia e immaginazione, cercando di trovare soluzioni complesse a problemi complessi e non soltanto limitandosi a dare risposte semplificatorie e banalizzanti a problemi la cui complessità esige un surplus di risposte qualitativamente all’altezza.

Come sta reagendo il mondo dell’università a questa seconda fase di emergenza?
Nella prima fase dell’emergenza le università milanesi sono state le prime a chiudere. Io ricordo una drammatica domenica (era il 23 febbraio 2020, ndr), passata tutta in call con i rettori delle università lombarde, quando non si parlava ancora di lockdown, e in cui decidemmo unanimemente di chiudere. Percepivamo lo tsunami che stava arrivando e in pochissimi giorni siamo riusciti a trasferire la didattica in presenza nella formula a distanza. Oggi tutte le università che agiscono in concerto, risultano ben attrezzate per offrire una parte di lezioni in presenza e garantendo la partecipazione anche online. La formula mista di aula e streaming mi pare stia funzionando. Nella mia università abbiamo iniziato con il 35/40 per cento di lezioni in presenza ma, ovviamente, adesso il numero è diminuito, anche se i casi che abbiamo registrato sono stati pochi (dieci su settemila studenti) .
Credo che sia opportuno andare avanti finché sarà possibile, con tutte le cautele. Per esempio abbiamo deciso, anche per questa sessione, di fare tutte le lauree a distanza, perché farle in presenza avrebbe significato uno spostamento di oltre mille persone, con un rischio drammatico per la salute.

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Milano è la più grande realtà universitaria d’Italia, con oltre 220mila studenti © Helena Lopes/Unsplash

Al di là dell’organizzazione pratica della didattica, lei come sta gestendo il rapporto con gli studenti in questo momento?
Il problema è cercare di gestire tutto non in maniera autoritaria, ma condividendo al massimo. Io, per esempio, comunico attraverso videomessaggi che pubblichiamo sul sito dell’università e cerco di rispondere a tutte le mail che mi arrivano da studenti e genitori. Bisogna far sentire che c’è un’attenzione viva e costante e che l’università non vuole diventare una realtà telematica, perché università significa anche condivisione di esperienze e comunità. C’è uno studente che mi ha scritto una frase bellissima qualche giorno fa. Diceva: “Professore voglio congratularmi perché la didattica a distanza funziona bene, in alcuni è anche più performante di quella in presenza, ma a me manca il campus, perché lì, anche se stavo al bar a cazzeggiare con gli amici al bar, le idee venivano fuori come funghi dopo un temporale”. L’università è questa cosa: un laboratorio di idee che nascono grazie al confronto con i tuoi compagni, ma anche con i tuoi docenti.

Milano è la più grande realtà universitaria italiana, con una presenza significativa di studenti fuori sede e di stranieri. Da rettore quali sono le sue principali preoccupazioni adesso?
È vero, Milano ha una popolazione di studenti universitari che sfiora le 220mila persone. Un numero importante per una città che conta circa un milione e trecentocinquantamila abitanti. E proprio questi studenti sono quelli che rendono viva Milano, che le danno linfa ed energia vitale, che animano le notti milanesi, che consumano cultura e che producono anche una parte non trascurabile del pil della città. Perdere loro dunque significa perdere anche tutta questa vitalità. Per fortuna non tutti sono andati via. Allo Iulm anche quest’anno abbiamo dei ragazzi in Erasmus. Io ho tantissimi dei miei studenti fuori sede che durante il lockdown sono rimasti a Milano, litigando anche coi genitori. Per loro la vita è qui e in un certo senso non hanno voluto “tradire” la città. Altri hanno preferito partire e seguire le lezioni a distanza. Molti ora ci chiedono se è possibile affittare una stanza da febbraio, per il secondo trimestre. Il nostro auspicio è che sia possibile, ma la realtà è che al momento la pandemia non ci consente di fare strategie a lungo periodo.

Quali sono, invece, le sue speranze per il futuro delle università milanesi?
La mia speranza, e la chiamerei certezza, è che la reputazione di Milano e delle sue università sia talmente forte e consolidata nel mondo che, non appena la paura della pandemia sparirà, gli studenti torneranno in città. In quel momento però noi dovremo essere pronti a offrire prodotti formativi qualitativamente adeguati al mondo post pandemia. Su questo punto noi professori dovremmo interrogarci seriamente: su cosa insegnare quando andiamo in aula. La pandemia deve indurci a fare alcune riflessioni e a modificare anche i percorsi formativi che offriamo ai nostri studenti, per adeguarli a un mondo che di certo resterà profondamente segnato da questa esperienza scioccante.

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