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Alla Tenuta di Paganico, azienda biologica in Toscana, il pascolo di bovini e suini coesiste con una gestione sostenibile del bosco che preserva il territorio.
Oggi 23 settembre si celebra la Giornata europea del biologico e, in occasione di questa ricorrenza, in Italia è stato presentato ufficialmente il Marchio europeo del biologico italiano, promosso dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Il marchio potrà essere presente sui prodotti biologici nazionali, accanto alla tradizionale eurofoglia della certificazione biologica.
“L’introduzione del Marchio del bio nazionale consente di rafforzare il ruolo degli agricoltori puntando su filiere di Made in Italy Bio al ‘giusto prezzo’, in grado di rappresentare l’insieme dei valori del biologico: tutela dell’ambiente, origine della materia prima, trasparenza verso i cittadini ed equità sociale lungo l’intera filiera”, ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, presidente Federbio. “Costituisce inoltre un elemento distintivo che contribuisce a consolidare fiducia, tracciabilità e sicurezza, consentendo un’immediata riconoscibilità degli alimenti realizzati con materie prime biologiche coltivate esclusivamente in Italia, permettendo così alle produzioni bio italiane di distinguersi e competere a livello internazionale”.
“Il 23 settembre è una data importante per tutto il settore biologico europeo e la scelta dell’Italia di celebrarla con il lancio di un marchio a difesa dell’origine italiana va nella direzione giusta: quella della trasparenza, della tutela e del riconoscimento del lavoro di chi produce nel rispetto di disciplinari di certificazione”, ha detto Enrico Amico, presidente di Demeter Italia. “Ciò significa anche riconoscere il lavoro di tanti agricoltori biologici e biodinamici che rispettano requisiti specifici sulla gestione del suolo e sulla tutela della biodiversità”.
Dietro una certificazione, dietro un marchio ci sono tante storie da raccontare, quelle di produttori che credono che un’altra strada sia possibile e che, mentre si occupano dei loro campi e degli animali, si prendono cura anche di un intero ecosistema. Una di queste è quella della Tenuta di Paganico, un’azienda agricola biologica di quasi 1.500 ettari in Toscana, in provincia di Grosseto, un esempio concreto di come l’allevamento al pascolo e la cura delle foreste possano coesistere per proteggere il territorio per le generazioni future. Il modello viene raccontato come caso studio europeo nell’utilizzo dei sostegni della Pac e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) per investire in pratiche sostenibili.
Circa 1.100 ettari dell’azienda sono boschivi: qui vengono allevati bovini di razza Maremmana e suini di razza Cinta Senese con un sistema estensivo. L’azienda ha trovato nella silvopastorizia una soluzione pratica per combinare gestione forestale, pascolo e prevenzione degli incendi. A seguito di un incendio nel 2017 si è intervenuti sul ripristino delle fasce tagliafuoco e sul disboscamento di alcune aree a rischio, ma ci si è anche interrogati su come il bestiame potesse contribuire alla gestione della vegetazione a lungo termine. Sono stati considerati la vegetazione, il clima, la topografia, l’acqua.
I bovini maremmani, che si nutrono sia di erba che di arbusti, contribuiscono a tenere sotto controllo la vegetazione erbacea e legnosa e a ridurre l’accumulo di biomassa. Razza, luogo di pascolo, tempistica e durata del pascolo sono considerati in relazione alle caratteristiche del terreno, non solo in base al numero degli animali. Un laghetto esistente di 500 m² è stato ripristinato, mentre ne è stato creato uno nuovo di 200 m², fornendo ulteriore acqua potabile per il bestiame. I punti di abbeveraggio, le fasce tagliafuoco e le aree di pascolo hanno reso diverse parti dell’azienda più accessibili agli animali. In questo progetto un singolo intervento può avere molteplici funzioni: le fasce tagliafuoco possono diventare anche aree di pascolo; la gestione forestale può generare risorse alimentari; e punti d’acqua strategicamente posizionati possono rendere più accessibili al bestiame alcune aree dell’azienda agricola.
L’azienda ha anche partecipato a progetti attraverso FAR Maremma nell’ambito dell’iniziativa europea Leader, per valutare l’impatto ambientale della produzione di carne silvopastorale e per sviluppare soluzioni di macellazione dei suini in azienda per migliorare il benessere degli animali lungo l’intera catena di produzione.
L’azienda è stata anche oggetto di uno studio dell’Università di Firenze che ha esaminato gli impatti del pascolo semi-estensivo di bovini di razza maremmana su un sistema agroforestale mediterraneo. Gli obiettivi erano individuare pratiche di pascolo innovative e sostenibili per preservare l’equilibrio e l’efficienza del sistema agroforestale e valutare gli effetti di diverse intensità di pascolo sulle proprietà del suolo, sulla vegetazione e sulla struttura forestale.
Le attività di campo si sono svolte tra l’aprile e il luglio 2021 presso l’azienda, coinvolgendo quattro aree caratterizzate da diverse intensità di pascolo: una zona non pascolata e tre aree con differenti livelli di densità di carico. I risultati hanno mostrato che un’elevata intensità di pascolo non ha influito sui contenuti di carbonio organico e azoto né sulla permeabilità idrica del suolo, ma ha inciso negativamente sulla salute del suolo e sulla struttura forestale. Al contrario, una bassa densità di carico e il pascolo a rotazione hanno favorito la qualità biologica del suolo, la diversità della vegetazione e la capacità di rinnovazione naturale. L’intensità di pascolo non ha influenzato lo strato arboreo dominante, ma ha inciso sulla composizione e sullo sviluppo del sottobosco e degli strati di rinnovazione.
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Lo studio ha evidenziato dunque come una gestione adattiva del pascolo possa bilanciare produttività e integrità ecologica nei sistemi agroforestali mediterranei, offrendo spunti per integrare la gestione del bestiame con pratiche forestali sostenibili.
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