Come ha rilevato un’indagine tedesca, la presenza di Pfas o meno nelle padelle antiaderenti non è sempre chiara. Il teflon è sicuro, ma occorre fare attenzione all’usura e al surriscaldamento.
Calo della produzione, aumento della mortalità nei campi, ricadute sui diritti dei lavoratori: un report di Terra ed EStà fotografa l’impatto della crisi climatica sull’agricoltura e propone delle soluzioni.
La crisi climatica sta già ridisegnando l’economia strutturale e l’organizzazione del lavoro nelle campagne, anche in Italia: il report “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, risultato di un lungo lavoro portato avanti da Terra! ed EStà – Economia e Sostenibilità, ci restituisce una fotografia di quello che sta succedendo nell’agricoltura italiana.
Il dossier, che è un’analisi dell’impatto del riscaldamento climatico sulle imprese agricole e sulle condizioni di lavoro, si sviluppa in tre parti. La prima parte ricostruisce analiticamente lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici in Italia e sui loro effetti, da un lato sulla salute e sui diritti di chi lavora nei campi, dall’altro sulle imprese agricole, a partire dalla letteratura scientifica e istituzionale pubblicata negli ultimi anni. La seconda parte è un’inchiesta sul campo condotta in Puglia durante la scorsa estate, nelle aziende e negli insediamenti informali di questa regione. La terza è un’analisi quantitativa della Pianura Padana, uno dei motori agricoli del paese, che mette in relazione i dati meteorologici con i risultati economici delle aziende agricole tra il 2019 e il 2023.
I dati economici raccolti dal rapporto sono impietosi: quelli del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e del Piano Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici rivelano che, in assenza di pronti interventi di adattamento climatico, entro il 2050 il calo della produzione agricola italiana è stimato di 12,5 miliardi di euro l’anno nello scenario più ottimistico, e supera i 30 miliardi di euro l’anno negli scenari più severi. Inoltre il decremento del valore dei terreni agricoli entro fine secolo può collocarsi, negli scenari pessimistici, tra gli 87 e i 162 miliardi di euro.
Il prezzo di tutto questo si sta scaricando sulla forza lavoro. Nell’Unione Europea la mortalità sul lavoro causata dal calore estremo è cresciuta del 42 per cento dal 2000, segnando un incremento superiore a qualsiasi altra macro-regione del mondo. Solo da giugno ad agosto del 2026, secondo il monitoraggio sindacale della Flai Cgil, almeno 16 lavoratori agricoli hanno perso la vita nei campi italiani a causa del caldo.
Il rapporto denuncia che il calo repentino di rese, qualità agronomica e redditività aziendale genera perdite che le imprese più marginali tendono a compensare comprimendo il costo del lavoro. Ciò avviene riducendo le paghe orarie effettive, o ricorrendo a forme contrattuali precarie o vietate dai contratti, come il cottimo. Questa pressione accentua lo sfruttamento e l’autosfruttamento di persone vulnerabili, occasionali e in stato di bisogno, pronti ad accettare turni gravosi sotto il sole pur di assicurarsi un reddito minimo.
Dieci anni fa veniva approvata la legge italiana anticaporalato (Legge n. 199/2016), ma ora i cambiamenti climatici pongono la necessità di nuovi strumenti: “Oggi la crisi climatica agisce come un formidabile moltiplicatore dello sfruttamento dei lavoratori, ma anche come ulteriore elemento di crisi che investe il mondo produttivo e aziendale” – spiega Fabio Ciconte, presidente di Terra! – La sfida al caporalato non può più essere solo articolata con strumenti giudiziari e di vigilanza, ma deve integrarsi strutturalmente con politiche di transizione e mitigazione ecologica e con politiche di redistribuzione del valore lungo la filiera”.
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“Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul settore agricolo servono politiche e contributi pubblici – aggiunge Francesca Federici, ricercatrice di EStà Economia e Sostenibilità – La velocità e l’imprevedibilità di tali fenomeni rendono infatti insufficiente la naturale capacità di adattamento di agricoltori e allevatori”.
Nel report, l’inchiesta di campo ha come oggetto la Puglia, epicentro storico delle lotte sindacali e prima regione nel 2021 a introdurre una specifica ordinanza regionale “anti caldo”. Nel 2026 il territorio pugliese ha registrato perdite localizzate sui raccolti dal 50 per cento al 60 per cento nelle aree del tarantino e del brindisino e un calo strutturale di 4.000 ettari coltivati a pomodoro da industria a causa della siccità. La vendemmia 2026 in Puglia è stata definita da agronomi e produttori come “la più precoce di sempre”, avviata per le varietà spumanti già nei primi giorni di agosto.
“Fino a 10-15 anni quando le lavoratrici raccoglievano il broccolo con le gelate mattutine veniva acceso un fuoco in un carretto che riscaldava la serra all’interno della quale le donne lavoravano. Oggi il carretto è scomparso e le lavoratrici non vanno a riscaldarsi più”.
Nunzio, agricoltore di Ostuni.
Per sfuggire all’esposizione solare ed evitare che il pomodoro o la frutta si deteriorino istantaneamente sui nastri trasportatori a causa delle elevate temperature interne, nel Tavoliere si sta assistendo a una rapida riorganizzazione tecnologica, che nella filiera del pomodoro è già presente da tempo, e con lo spostamento delle attività di raccolta in piena notte (dalle 22 alle 9). Tuttavia, l’indagine mette a nudo l’inefficacia parziale delle ordinanze anti-caldo in assenza di controlli stringenti: nei contesti produttivi e territoriali dominati dal meccanismo di retribuzione a cottimo, si registra un’elusione dei divieti, con i lavoratori indotti ad aumentare l’intensità dello sforzo fisico nelle ore proibite pur di salvaguardare il salario giornaliero.
Per gli autori del report servono nuove norme, politiche pubbliche che non possono limitarsi a provvedimenti d’emergenza, a ordinanze regionali o a protocolli non vincolanti. Occorre poi regolare il lavoro notturno, senza farne però la soluzione. Molte lavorazioni richiedono luce e di notte crescono i rischi. Dove è praticabile servono accordi sindacali, illuminazione e dispositivi adeguati e sostegni pubblici agli investimenti; vanno pagate le maggiorazioni previste dai contratti e gli straordinari e valutati gli effetti sulla salute, prima che il lavoro notturno diventi la norma. Occorre rendere le tutele accessibili a tutti i lavoratori focalizzandosi su migranti e stagionali, i più vulnerabili agli impatti degli eventi estremi.
Si potrebbe agire attraverso la futura Politica agricola comune (Pac) e finanziamenti nazionali aggiuntivi, in modo che le risorse finanzino le pratiche agroecologiche che sono a tutti gli effetti misure di mitigazione e adattamento, e che aiutano a preservare rese, qualità e redditività delle aziende. C’è bisogno, infine, di una presa di responsabilità economica collettiva da parte di alcuni attori della filiera. Grande distribuzione e industria devono riconoscere nei prezzi e nei contratti di fornitura i costi più alti che le aziende sostengono a causa della crisi climatica, senza scaricarli sui produttori, sui lavoratori o sul carrello della spesa.
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