Helmut Newton, provocatore al di là delle mode

Fino al 7 agosto lo spazio espositivo dei Tre Oci, alla Giudecca, propone 200 scatti del maestro di origine berlinese che ancora oggi scandalizza perfino Facebook.

 

Fiere, imperiose, assertive, ipersessuate, concretissime eppure irraggiungibilmente altere le donne di Helmut Newton. Se anche non fossimo in grado di contestualizzare l’impatto dirompente che le immagini del celebre fotografo esercitarono sul puritanesimo dell’epoca in cui apparvero, riusciremmo ugualmente, perfino ai giorni nostri e anche senza specifica cognizione di causa, a cogliere in esse un’aura peculiare e un’inconfondibile forza espressiva.

 

L’edificio veneziano dei Tre Oci, alla Giudecca, accoglie fino al 7 agosto ben 200 tra gli scatti più rappresentativi del maestro di origine berlinese, attingendo ai suoi primi tre volumi fotografici, White Women (1976), Sleepless Nights (1978) e Big Nudes (1981). Un progetto che i due curatori Denis Curti e Matthias Harder (responsabile della Helmut Newton Foundation di Berlino) hanno elaborato col supporto della vedova June Newton, già attrice e fotografa a sua volta con lo pseudonimo di Alice Springs.

 

At Maxim's, Paris, 1978
At Maxim’s, Paris, 1978

 

 

Un backstage autoprodotto

 

L’ispirazione di fondo del percorso espositivo consiste nel voler fornire quasi una sorta di backstage autoprodotto, ovvero ottenuto affiancando le foto destinate alla pubblicazione o committenza, a quelle che l’autore scattò per se stesso e a propria personale destinazione.

 

Dalle stampe, in esemplari originali e ultra-limitati, affiorano i tratti tipici dell’universo newtoniano, che pur esibendo l’allure patinata dei servizi di Vogue, si spinge ben oltre la prevedibilità degli stereotipi fashion, non solo perché, in un contesto storico dominato dagli ipocriti cliché della donna casalinga o freddamente statuaria, introduce una serie di “scandalosi” e talvolta ironici riferimenti sadomasochistici o feticistici, ma soprattutto per la capacità dell’autore di congegnare originali giochi di ruolo tra fotografo e soggetto ritratto (ad esempio introducendo autoscatti, mise en abîme, duplicazioni ottenute con la presenza di manichini etc) o narrazioni costruite a mo’ di scene del crimine in stile murder.

 

Ne scaturisce una galleria di scatti il cui autore continuamente gioca con le ambiguità sessuali e di genere, come ad esempio nella celeberrima campagna pubblicitaria commissionata dall’altrettanto provocatorio Yves Saint-Laurent, o con le dimensioni delle stampe, come quelle a grandezza naturale che caratterizzano il ciclo Big Nudes dichiaratamente ispirate ai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare i terroristi della RAF (Rote Armée Fraktion).

 

Rue Aubriot, Paris, 1975
Rue Aubriot, Paris, 1975

 

 

Ma al di là delle pur numerose celebrità che, da Karl Lagerfeld a Andy Warhol, popolarono i suoi shooting, la fama planetaria del maestro, al secolo Helmut Neustätder (che, come molti ebrei dell’epoca, una volta emigrato anglicizzò il proprio cognome in Newton) resta legata alla sensualità, debordante e al tempo stesso cerebrale, del suo sguardo sul mondo femminile: un approccio spesso e volentieri tacciato di maschilismo ma in realtà, a ben guardare, orientato a celebrare ed esaltare la potenza muliebre, ovviamente filtrata dal voyeurismo ambivalente dell’uomo che la osserva.

 

 

 

Un curioso episodio di censura postuma

 

E ad ulteriore riprova -se mai ce ne fosse bisogno- della persistente forza evocativa di tali immagini, è intervenuto il bizzarro episodio della censura Facebook, poiché, fin da prima dell’inaugurazione della mostra, i gestori del social network si sono attivati per ben due volte, con comprensibile disappunto dei curatori, ad oscurare, mettendola “in castigo” per alcune ore, la pagina dei Tre Oci, colpevole di ospitare un paio di scatti particolarmente perturbanti del maestro. A testimonianza di come, perfino negli sguaiati e (in teoria) smaliziatissimi giorni nostri, Helmut Newton colpisce ancora.

 

French Vogue, Melbourne, 1973
French Vogue, Melbourne, 1973

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