A chiedere di non considerare più gli orsi bruni come “specie fortemente protetta” sono Romania, Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca e Finlandia.
L’Italia è ancora prima nell’indice che valuta l’economia circolare, ma, secondo il rapporto, ha subito una flessione e rischia di perdere posizioni.
L’assoluta necessità di decarbonizzare l’economia e renderla circolare, riducendo drasticamente la produzione di rifiuti, è evidente, ne va della sopravvivenza degli ecosistemi e, di conseguenza, della nostra. Ciononostante, ancora oggi, ogni abitante della Terra utilizza oltre 11mila chili di materiali all’anno, un terzo dei quali diventa rapidamente un rifiuto e termina la sua breve esistenza in discarica. La popolazione mondiale continua a crescere, secondo le stime nel 2050 toccheremo i 9,7 miliardi, ma il consumo di materiali cresce a un ritmo doppio.
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Questo insostenibile modello economico, responsabile di buona parte della crisi climatica e ambientale che sta sconvolgendo il pianeta, va definitivamente abbandonato. Lo ha ricordato il Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020, realizzato dal Circular economy network (Cen), in collaborazione con Enea, e presentato in diretta streaming lo scorso 19 marzo, in occasione della Conferenza nazionale sull’economia circolare 2020.
In fatto di riciclo il nostro Paese è tra le eccellenze mondiali, grazie alla crescita delle quantità di rifiuti trattate e all’aumento delle imprese che si occupano di riciclo. “Siamo primi, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione”, si legge nel rapporto.
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Nonostante le ancora buone prestazioni, la transizione verso un’economia circolare sembra aver subito in Italia una frenata. “Oggi registriamo segnali di un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri paesi si sono messi a correre: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1 per cento – ha dichiarato Edo Ronchi, presidente del Cen -. È un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”.
Le cause di questo rallentamento, secondo il rapporto, risiedono nella scarsità degli investimenti destinati all’avanzamento tecnologico. Questo dato è certificato dal desolante ultimo posto per brevetti occupato dall’Italia. Anche il fronte normativo presenta endemiche criticità, “mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus ancora in corso”.
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Per superare questa fase di stallo, che potrebbe costarci il primato europeo, “serve un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci, quali l’Agenzia nazionale per l’economia circolare”, ha spiegato Roberto Morabito, direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali di Enea.
Ronchi “Già prima emergenza abbiamo avvertito un po’ di stanchezza nella spinta per transizione a #economiacircolare. Cambiare il passo è necessario anche per uscire da questa crisi che rischia di essere profonda. Usciamo dall’emergenza rilanciando #economiacircolare” #CEN2020
— Circular Economy Network (@CircularNetwork) March 19, 2020
Dati positivi arrivano però dalla bioeconomia, ovvero quel modello economico basato sull’uso sostenibile di risorse naturali rinnovabili e sulla loro trasformazione in beni e servizi. In Europa, secondo quanto emerso dal rapporto, ha infatti generato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia, come silvicoltura e biotecnologie, ha registrato un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate.
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“La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è sempre più urgente e indispensabile anche per la mitigazione della crisi climatica – ha concluso Edo Ronchi -. Oggi esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma vanno incoraggiati. Per rendere operativo il Green deal occorre almeno il triplo delle risorse stanziate: bisogna arrivare a tremila miliardi di euro”.
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