Cooperazione internazionale

L’Isil e i nuovi rifugiati. Cosa sta succedendo davvero in Iraq

Al confine tra Iraq e Siria c’è un gruppo di jihadisti che vuole costituire un nuovo califfato sunnita. Sono i combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isis per alcuni e Isil per altri, è un gruppo estremista di combattenti islamici attivo dal 2004 in Iraq e in Siria guidato da Abu Bakr al Baghdadi. Di lui non esistono foto a viso scoperto. Il gruppo sta portando avanti una serie di attacchi, rapimenti e attentati nel tentativo di costituire un califfato sunnita all’interno del mondo musulmano. La prima fase della loro azione prevede la costituzione di uno stato. Da qui la decisione dell’organizzazione di definire se stessa come “stato” e non come gruppo o milizia.

 

Le ultime mosse dell’Isil

Anche se l’Isil (l’acronimo usato dalle Nazioni Unite) esiste da dieci anni, ha iniziato a essere citato con frequenza dai mezzi d’informazione internazionali solo negli ultimi mesi. In Siria combatte al fianco dei ribelli contro le forze governative del presidente Bashar al Assad, musulmano sciita. Ultimamente, però, si è scontrato in diverse battaglie anche contro i ribelli siriani più moderati causando una scissione e creando confusione tra coloro che cercano di raccontare il conflitto in corso da più di tre anni.

 

La popolarità dell’Isil, quella vera, è arrivata all’inizio di giugno. Da quando è riuscito a sfondare andando oltre i confini della regione del Kurdistan iracheno. Le sue azioni hanno causato la morte di più di mille persone. Il 10 giugno ha conquistato la città settentrionale di Mosul dopo un combattimento con l’esercito di Baghdad durato quattro giorni. L’11 giugno ha conquistato Tikrit, il 18 ha attaccato la più grande raffineria di petrolio dell’Iraq, a Baiji, prendendo in ostaggio 40 lavoratori indiani.

500mila nuovi rifugiati

L’avanzata dell’Isil nel nordovest del paese ha spaventato non poco il governo iracheno guidato dal primo ministro Nuri al Maliki, anche lui sciita e da sempre attivo contro il fronte jihadista. Maliki ha addirittura chiesto ufficialmente agli Stati Uniti di intervenire militarmente con raid aerei nelle zone occupate. Come sempre, però, è la popolazione civile a essere la più preoccupata e minacciata.

 

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sono già 500mila le persone che hanno abbandonato la loro casa per paura delle violenze e delle esecuzioni di massa eseguite dai combattenti jihadisti e della conseguente offensiva delle forze governative e internazionali. Molti iracheni sono rimasti all’interno del paese (rifugiati interni) e stanno cercando protezione nella regione del Kurdistan. Come gli uomini e le donne fotografati nel reportage (sopra) di Spencer Platt, ospiti temporanei del campo profughi temporaneo di Kalak, tra Mosul ed Erbil.

 

La gente che scappa abbandona i campi agricoli 

Le migrazioni causano un altro problema denunciato, questa volta, dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura e il Pam, il Programma alimentare mondiale. I terreni coltivati a orzo e grano sono stati abbandonati in uno dei momenti più importanti dell’anno per il raccolto, rischiando di provocare un’emergenza alimentare grave.

 

Il direttore esecutivo del Pam, Ertharin Cousin, ha di recente incontrato sia le famiglie che vivono nel campo che i rappresentanti del governo regionale del Kurdistan. “Molti sono gli sfollati che vivono in condizioni difficili. La mancanza di servizi e di sostegno, insieme all’insicurezza, li sta costringendo a spostarsi, e in molti casi non è facile raggiungere queste famiglie” ha detto Cousin. “Ancora una volta, un’altra crisi umanitaria investe l’Iraq stremato dalla guerra, colpendo in maniera fuori misura chi è povero ed affamato”.

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