Faroe, le isole con le spiagge rosse. Il racconto della campagna Grindstop di Sea Shepherd

La campagna Grindstop di Sea Shepherd contro l’uccisione dei cetacei nelle acque delle Faroe, nel racconto personale di un ex fotografo.

Mi chiamo Renato Calò, ex fotografo di moda. Oggi, lontano da quell’universo, mi interesso di ambiente, dei suoi pressanti ed imprescindibili problemi di conservazione e sostenibilità e mi dedico a documentare la fragile bellezza di una natura che il nostro mondo civilizzato sembra cercare, con ogni mezzo, di far sparire. Dal 1992, dirigo un programma meraviglioso in Bassa California, Messico, finalizzato a promuovere, in modo totalmente sostenibile, indimenticabili incontri con la balena grigia ed il suo mondo, nell’ecosistema del Santuario della balena grigia. Programma sostenuto da importanti tour operator italiani, come Earth Viaggi.

 

In più di venti anni di contatti con questi pacifici giganti, ho imparato a conoscerli e amarli, a vivere e interagire con queste straordinarie creature, come se fossero esseri umani ed ho promesso a me stesso di cercare di fare quanto mi sarebbe stato possibile, per proteggerle e difenderle. Seguo e sostengo da lungo tempo, le azioni di Sea Shepherd e, quando mi è stata offerta l’opportunità di partecipare come volontario alla campagna Grindstop 2014, ho preso il primo aereo per le isole Faroe.

 

Non potevo credere che persone di un paese presumibilmente civilizzato, o almeno così credevo, come la Danimarca, potessero macchiare la propria bandiera e la propria coscienza, con il sangue di un crimine orrendo come il “grind”.

 

Già una trentina d’anni fa, in Messico, stavo per imbarcarmi sul trealberi di una nota organizzazione ambientalista e pacifista, che aveva gettato l’ancora nella baia di Cabo San Lucas ma, una serie di circostanze insormontabili, allora me lo impedirono. Da quel giorno mi rimase la voglia, mai soddisfatta, di partire per mete lontane, in difesa dell’ambiente e delle creature che vi abitano, in primis le balene.

 

Attenzione, alcune immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità

Anche se l’uomo fa parte delle creature di questo ecosistema, egli in realtà mi interessa ben poco, giacché è dotato a sufficienza di mezzi per difendersi e, in teoria, dovrebbe o potrebbe essere difeso dalla società cui appartiene, o dai governi che lui stesso ha deciso di scegliere.

 

Gli animali, invece, anche se provvisti di ottimi mezzi di difesa, disegnati però per proteggersi nel proprio habitat e dai propri simili, in realtà nulla possono contro quell’uomo che, all’insegna del profitto, parola magica che oggi governa il mondo, con il fine di cacciarli e sterminarli, utilizza mezzi e tecnologie del tutto aliene a quella natura a cui essi appartengono o, con il pretesto di rispettare e mantenere vive arcaiche tradizioni, si macchia di barbari, inutili massacri. Uno di questi ultimi riti sanguinari, il “grind”, è ancora oggi glorificato e spietatamente perpetrato ogni anno dagli abitanti delle isole Faroe, un arcipelago di 1.399 chilometri quadrati e 55mila anime, che si trova nell’oceano Atlantico, a nord delle Shetland, tra la Scozia e l’Islanda.

 

Sono appena tornato da una missione in queste isole, che mi ha visto impegnato, come volontario di Sea Shepherd, nella campagna Grindstop 2014, mirata a far cessare per sempre l’inutile e spaventoso massacro dei globicefali (spesso denominati balena pilota) e dei delfini perpetrato ogni anno, seguendo un’antica tradizione, dagli abitanti di quel paese. Basti pensare che l’anno scorso, durante i numerosi “grind” avvenuti in queste isole, sono stati brutalmente massacrati ben 1.306 esemplari, tra balene e delfini.

 

Il pretesto di questa caccia, in lingua faroese, grindadráp, in realtà bandita dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc), è rappresentato, da una parte, dall’utilizzo commestibile della carne di questi cetacei che, dopo la carneficina, viene distribuita alla popolazione e, dall’altra, per mantenere l’antica, tradizionale usanza di caccia alla balena quando, fin dal Dodicesimo secolo, questa era legata alla sopravvivenza economica dei norsemen, che abitavano quegli insediamenti.

 

Oggi, l’economia delle isole Faroe si basa principalmente sulla pesca, l’allevamento del salmone e, soprattutto, sui corposi sussidi della Danimarca. In realtà, la carne di balena è contaminata da grandi quantità di mercurio e altre sostanze nocive, che non la rendono certo consigliabile sulle tavole umane. Quindi il grindadráp rappresenta per i moderni vichinghi, l’unico modo per scaricare tutta l’adrenalina di una violenza interiore, repressa durante i lunghi mesi di freddo, nebbia, grigiore e far nulla, in questa orrenda forma di macello show dove, chi si bagna più di sangue, dimostra di essere un vero uomo, un vero faroese, tra il tripudio di tutti gli abitanti, uomini, donne e bambini, che accorrono festosi ad assistere al sanguinoso spettacolo.

 

Legalmente non potrebbero farlo e, per questo, cercano in tutti i modi di tenere lontani giornalisti e fotografi dalle Killing Beach, consci che la diffusione di quelle cruenti immagini, costituirebbe un discredito universale per il paese e minerebbe l’afflusso turistico nella loro terra.

 

Le isole Faroe sono una nazione costitutiva del Regno Unito di Danimarca, diventate regione autonoma nel 1948. Non fanno parte dell’Unione europea, ma hanno aderito al trattato di Schengen. Operano con leggi proprie, una delle quali richiede che chiunque avvisti dei cetacei nelle acque di quei lidi nefasti, è tenuto a darne avviso alle autorità, pena sanzioni giuridiche, in modo che una di queste e precisamente il grind master, colui che regola e comanda il “grind”, possa chiamare la popolazione al grindadráp.

 

Ricevuto l’ordine, i faroesi salgono in mare con ogni tipo d’imbarcazione, intercettano il branco e lo spingono all’interno del fiordo designato dal grind master, alla fine del quale, il branco terrorizzato finalmente si spiaggia e viene massacrato spietatamente dagli abitanti che accorrono in quel luogo da ogni parte delle isole, con funi, ganci ed affilatissimi coltelli.

 

La temperatura dell’acqua si aggira sui 10 gradi, ma i cacciatori indossano spesse tute da sub per proteggersi dal freddo. Alcuni conficcano nello sfiatatoio dei poveri animali, un grosso gancio di ferro legato ad una lunga fune. Una volta agganciata la vittima, questa viene trascinata verso un punto ancora più basso, in modo che il cetaceo, non più sostenuto dall’acqua, non possa dibattersi troppo e così, inerme, viene crudelmente massacrato a coltellate, in una lunga agonia che ha fine solo quando gli viene recisa la spina dorsale, con un apposito strumento.

 

In meno di mezz’ora è tutto finito ed il mare, che bagna la spiaggia della morte, si tinge di rosso.

 

Il nostro compito era quello di presidiare tutti i punti strategici delle isole, onde avvistare i cetacei prima dei feringi e, in quel caso, chiamare una delle nostre imbarcazioni veloci, che sarebbe accorsa in quel punto ed avrebbe allontanato i cetacei verso il mare aperto e la libertà.

 

Un giorno fu avvistato un branco di circa 200 delfini, che si stavano avvicinando ad una delle baie che costituiscono l’anticamera dei fiordi e lo spitfire, un grande e velocissimo gommone carenato, pilotato da tre donne del nostro team, è subito accorso per spingerli verso il mare aperto.

 

È intervenuta la Marina Reale danese, che ha inviato un mezzo d’assalto, con le teste di cuoio, per arrestare l’operazione dello spitfire. Dopo un lungo e spettacolare inseguimento, le tre ragazze si sono dovute fermare, sotto la minaccia delle armi da fuoco. Lo spitfire è stato confiscato ed il suo valoroso equipaggio arrestato e mandato a processo, con l’imputazione di “aver disturbato una specie protetta”, quella stessa specie protetta che, se non fosse stata disturbata, sarebbe finita in un fiordo trappola, dove sarebbe stata bestialmente massacrata. Ecco che la Danimarca, facente parte dell’Ue, si schiera a difendere illegalmente la caccia ai cetacei, severamente vietata dall’Unione europea.

 

Renato Calò (nella foto in evidenza) è stato un fotografo di moda a Milano, fino al 1975, quando ha mollato tutto per andare a vivere in Bassa California, Messico. Da allora si è interessato di balene e del loro mondo, che è diventato anche il suo. Da quest’anno è diventato volontario di Sea Shepherd.

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