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Le isole, che gli indigeni chiamano Te Henua, la “terra degli uomini” sono dodici, di cui soltanto sei abitate. Hiva Oa, Fatu Hiva e Nuku Hiva sono le pi
Melville visitò le Isole Marchesi a 23 anni e ne descrisse
la bellezza
selvaggia, gli usi e i costumi nel famoso libro
“Taipi”. L’apprendista scrittore narra di un paradiso terrestre
popolato da isolani guerrieri dediti al cannibalismo ma anche da
bellissime donne, le vahine, intramontabile mito dei Mari del Sud,
abili e conturbanti danzatrici della “haka heva”, la danza sacra
per risvegliare lo spirito dei defunti, e della “toe heva”, la
danza del desiderio delle cerimonie nuziali, che doveva provocare
l’eccitazione sessuale in Lono, dio della riproduzione cosmica.
Nel 1936, a soli 26 anni, Thor Heyerdhal,
celebre archeologo e antropologo norvegese scomparso recentemente,
visse un anno a Fatu Hiva alla maniera dei polinesiani, a diretto
contatto con la natura. Un’esperienza unica e irripetibile che
raccontò in un libro diventato un cult. Dopo Louis Stevenson
e Jack London anche l’irrequieto Gauguin, che a Hiva Oa trascorse
gli ultimi anni della sua vita ritraendo la folta e lussureggiante
vegetazione e le seducenti vahine locali, fu stregato dall’incanto
delle Isole Marchesi. Accanto alla sua tomba nel piccolo e
solitario cimitero di Atuona, capoluogo dell’isola, riposa un altro
animo tormentato, Jacques Brel, amatissimo chansonnier, poeta acuto
e dissacrante.
Oggi cattoliche, le Marchesi hanno conservato a lungo le tradizioni
pagane. Dell’antica cultura rimangono i silenziosi “tiki”,
inquietanti statue di antiche divinità scolpite nel rosso
scuro della pietra vulcanica e i “marae”, sacri recinti in pietra
all’interno dei quali i “tuhunga”,
sacerdoti-sciamani, celebravano cerimonie religiose
con oggetti rituali sui quali si concentrava il mana, il potere
divino dell’universo. Gli isolani, a dispetto dei loro feroci
antenati, hanno il culto dell’ospitalità. Delle antiche
tradizioni è rimasta l’abilita di intagliare il legno mentre
le donne preparano le stuoie di tapa più belle
dell’arcipelago. Subito dopo i Maori, gli abitanti delle Marchesi
erano i migliori intagliatori della Polinesia. Secoli fa usavano
come mezzi d’espressione
artistica il legno e l’osso, poi trasferirono alcuni
dei loro migliori disegni al corpo umano, in forma di tatuaggi che
coprivano fino all’ultimo centimetro quadrato di pelle.
Maurizio Torretti
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