Diritti umani

Cos’è il Juneteenth e com’è andato quest’anno (2020)

Il Juneteenth, ricorrenza che ricorda la fine della schiavitù negli Stati Uniti, ha assunto un valore simbolico molto forte nel 2020, con la morte di Floyd.

C’è una nuova data cruciale nell’anno solare americano. È il 19 giugno, giorno in cui cade il Juneteenth (dall’unione delle parole June, giugno, e nineteenth, diciannove) , la ricorrenza che ricorda la fine della schiavitù nel paese. In realtà viene festeggiata da tempo, ma la sua importanza era stata fino a ora confinata a una parte della comunità afroamericana degli Stati Uniti. Quest’anno, complici i fatti di Minneapolis con l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia e le manifestazioni che da settimane alzano il grido di Black lives matter, il Juneteenth si è trasformato in una vera e propria festa nazionale, che ha portato migliaia di persone in piazza, con iniziative di ogni tipo, festività aziendali e promesse per gli anni a venire.

Cos’è il Juneteenth

Il 19 giugno del 1865 un generale dell’Unione, Gordon Granger, si affacciava dal balcone di villa Ashton a Galveston, Texas, per pronunciare le seguenti parole: “Il popolo del Texas viene informato che, sulla base di un proclama del governo degli Stati Uniti, tutti gli schiavi sono liberi”. 

La guerra civile americana, scoppiata nel 1861 tra gli stati secessionisti del sud contrari all’abolizione della schiavitù e il resto degli Stati Uniti guidati da Abraham Lincoln, si era conclusa con la vittoria dei secondi. Già nel 1863 il presidente aveva proclamato la fine della schiavitù, ma due anni dopo la normativa non aveva ancora avuto seguito in molti territori confederati, segno della reticenza delle famiglie bianche a rinunciare ai propri privilegi. Il 19 giugno del 1865, quando il generale Granger arrivò con i suoi duemila uomini a Galveston, fu allora una data simbolica proprio perché rappresentava l’ingresso delle istanze abolizioniste nel cuore dell’America più schiavista. In realtà poi la schiavitù venne ufficialmente abrogata circa sei mesi dopo, con la ratificazione il 6 dicembre 1865 del tredicesimo emendamento.

Nei primi anni post 1865, il 19 giugno ha rappresentato una festività circostanziata agli schiavi liberati del Texas e più in generale alle comunità afroamericane rurali della regione. Nel 1872 un gruppo di afroamericani comprò 10 acri di terra a Houston e lì nacque il Parco dell’emancipazione, sorto in onore del Juneteenth. Con il passare dei decenni quella data si è imposta sempre più a livello nazionale, cadendo anche vittima della censura segregazionista del nuovo secolo. Mentre tutti gli stati americani, uno dietro l’altro (tranne le Hawaii), hanno riconosciuto il Juneteenth come festa statale, non si è però mai arrivati alla sua celebrazione come festività nazionale. Quest’anno però le cose sono cambiate, nonostante Donald Trump l’abbia definito “un evento importante di cui però nessuno ha sentito parlare”.

Una manifestazione per il Juneteenth a Oakland © Justin Sullivan/Getty Images

Il Juneteenth nel 2020

Da qualche anno, la data del 19 giugno si è imposta in modo più forte sullo scenario nazionale americano. Il tema del razzismo nei confronti dei neri e della violenza della polizia verso gli afroamericani non è nato ieri, al contrario si tratta di istanze che non hanno mai abbandonato il discorso pubblico statunitense. Con lo sviluppo di strumenti come la fotocamera che spesso hanno reso visibile una violenza prima invisibile e con la connessa nascita di movimenti come Black lives matter, su queste tematiche si sono accessi più che mai i riflettori e il 19 giugno ha guadagnato ogni volta più spazio nell’attenzione del paese.

Il 19 giugno 2020 è stato però diverso e ha assunto un valore simbolico che mai era stato così forte. Sono passate poco più di tre settimane dal brutale omicidio per mano della polizia di George Floyd e da tempo non si vedeva un movimento antirazzista così unito, diffuso ed eterogeneo come quello che sta riempiendo oggi le piazze americane e non solo. Il Juneteenth del 2020 è allora diventata l’occasione da una parte per far sentire ancor di più la voce dell’antirazzismo, affiancando alle lotte la speranza e l’ottimismo che questa data si porta dietro da tempo; dall’altra per evidenziare come, a oltre un secolo e mezzo da quella giornata di festa a Galveston, gli Stati Uniti non siano ancora stati in grado di garantire parità effettiva di diritti ai cittadini.

Una manifestazione per il Juneteenth a Minneapolis © Stephen Maturen/Getty Images

Mentre cortei, manifestazioni e proteste hanno colorato più o meno tutte le grandi città americane, molte aziende hanno di fatto dato un lasciapassare a tutto questo, proclamando il 19 giugno come giornata di ferie. È il caso di multinazionali come Nike e Twitter, ma anche di molte altre piccole e medie imprese. I governatori di alcuni stati, come Virginia e New York, hanno dichiarato invece che è loro intenzione trasformare questa giornata in un festivo dal lavoro per gli anni a venire, mentre più in alto si è tornati a parlare di renderla una vera e propria festività nazionale, al pari del 4 luglio. Ed è proprio in quest’ottica che il Juneteenth è visto da molti afroamericani: la celebrazione dell’indipendenza dalle catene dello schiavismo. Non è un caso che, tra gli altri modi in cui viene chiamato il 19 giugno, c’è Seconda festa d’indipendenza o Juneteenth independence day.

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