Perché lo stato di Kiribati apre alla pesca commerciale in un’area protetta

Nazione piccola, insulare, minacciata dai cambiamenti climatici, Kiribati si dice costretta a sfruttare le risorse ittiche in un’area protetta dal 2015.

La repubblica di Kiribati, situata nel mezzo dell’oceano Pacifico ha fatto sapere nella giornata di lunedì 15 novembre di voler autorizzare la pesca commerciale in una delle più grandi riserve marine del mondo. Una decisione figlia della necessità di sviluppare l’economia locale, ma che ha suscitato numerose polemiche.

“Dobbiamo rispondere alle necessità del popolo di Kiribati”

Concedere l’autorizzazione alla pesca commerciale nel parco marino, che si estende su una superficie di 408mila chilometri quadrati (un’area paragonabile a quella della Groenlandia, a metà strada tra la Nuova Zelanda e le Hawaii) significa infatti mettere a rischio barriere coralline ed ecosistemi nei quali vivono tonni, tartarughe marine e squali.

La zona è stata dichiarata area protetta nel 2015. Il che ha significato, tra le altre cose, proprio lo stop alla pesca. Secondo il governo di Kiribati la prossima ripresa delle attività ittiche non comporterà problemi ambientali, anzi, sarà utile per “utilizzare in modo sostenibile le risorse dell’oceano”. Nel comunicato viene specificato inoltre che “è del tutto chiaro che la politica di sviluppo attuale, per quanto innovativa e piena di buon intenzioni, non può bastare per rispondere alle necessità attuali del popolo di Kiribati”.

Anotes Ark Anote Tong Kiribati innalzamento del livello dei mari
Un abitante di Kiribati osserva come l’acqua ha sommerso parte delle coste © EyeSteelFilm

Il nodo della mancanza di solidarietà internazionale

In questo contesto si innesta a pieno titolo la mancanza di solidarietà manifestata alla Cop26 di Glasgow, da parte del mondo ricco, nei confronti delle nazioni più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici. Che ha preso la forma, dirompente, del “no” alla proposta di G77, Cina e piccoli stati insulari di introdurre un meccanismo di finanziamento delle perdite e dei danni (loss and damage) patiti dai paesi poveri. Il delegato di Antigua e Barbuda aveva commentato con parole dure la decisione: “Siamo estremamente delusi e esprimeremo il nostro disappunto a tempo debito”.

La realtà è che un pezzo non indifferente di mondo ha bisogno di sostegno per fronteggiare la realtà – già presente – dei cambiamenti climatici. Non accettarlo e rifiutare l’aiuto può spingere alcune nazioni a scegliere strade non sufficientemente ecologiche. Lo stesso ex presidente di Kiribati, Anote Tong, che aveva partecipato alla creazione dell’area protetta, non ha nascosto le proprie preoccupazioni sul nuovo progetto.

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