170 elefanti selvatici messi all’asta. È l’annuncio comparso mercoledì 2 dicembre nelle pagine di New Era, quotidiano di proprietà del governo della Namibia. Tre le motivazioni citate dal ministro dell’Ambiente Pohamba Shifeta, interpellato dall’agenzia di stampa Afp: il rapido aumento della loro popolazione, la siccità e i frequenti incidenti che coinvolgono gli esseri umani.
La Namibia è stata protagonista negli scorsi anni di un’imponente opera di ripopolamento degli elefanti. Secondo le stime ufficiali riportate dal Guardian, nel 1995 ne erano rimasti appena 7.500 esemplari, un numero che nel 2019 era più che triplicato, arrivando a 24mila. Lo stato africano, però, a partire dal 2013 si è trovato periodicamente nella morsa della siccità. Quella del 2019 ha lasciato senza cibo a sufficienza circa 500mila persone (cioè un cittadino su cinque) e ha causato la morte di circa 60mila animali domestici in sei mesi. Il presidente Hage Geingob l’ha definita come un “disastro naturale”.
La carenza di piogge compromette gli habitat degli animali che, alla ricerca di cibo e acqua, si spostano verso i villaggi. Distruggendo abitazioni, campi coltivati e derrate alimentari, con i rischi che ne conseguono per le persone. A più riprese le autorità hanno disposto la soppressione degli elefanti che avevano causato simili danni.
Animali messi all’asta
Per evitare questa soluzione, pesantemente criticata dagli osservatori internazionali, stavolta il ministero dell’Ambiente ha preferito metterli in vendita. Senza separare i branchi, per mantenere inalterata la loro struttura sociale e non lasciare isolati i più giovani. Il governo assicura anche che gli acquirenti dovranno soddisfare requisiti molto severi. Primo fra tutti, il rispetto delle normative del Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione).
La scelta potrà apparire bizzarra, ma non è la prima volta. Proprio durante la gravissima siccità del 2019 erano stati messi all’asta circa cinquecento bufali, 150 antilopi, e poi orici, elefanti, impala, giraffe. Per un totale di circa mille animali che rischiavano di morire di fame e sete nei parchi nazionali.
Quello degli elefanti in Namibia è un tema reale. Un problema che, come tanti altri, ha origine quando si incrina il fragile equilibrio dei sistemi naturali. C’è anche chi ha preferito affrontarlo con un approccio totalmente diverso, sottolinea l’etologa e ricercatrice scientifica Chiara Grasso. È il caso della ong African Parksche nel 2003 ha preso in gestione la riserva naturale del Majete e nel 2015 il parco nazionale di Liwonde, entrambi in Malawi. Visto che in questi due territori gli elefanti iniziavano a essere troppi, l’organizzazione si è messa all’opera per trasferirli nella riserva naturale di Nkhotakota, nel nord del Paese, percorrendo centinaia di chilometri.
Un’operazione imponente, durata circa un anno (dal mese di luglio del 2016 al mese di agosto del 2017), che ha coinvolto circa 520 elefanti e altri 2mila animali. Soprattutto, quello che è stato ribattezzato “il viaggio dei giganti” è stato condotto fianco a fianco alle comunità locali e nel rispetto delle caratteristiche degli ecosistemi. A pochi mesi di distanza, a Nkhotakota i flussi turistici erano già in aumento. E nascevano i primi cuccioli di elefante.
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