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Lo stato insulare di Nauru vuole risollevare la propria economia con l’estrazione di terre rare dai fondali. Ma l’impatto ambientale è tutto da verificare.
Nauru è uno di quei luoghi che in pochi saprebbero collocare a colpo sicuro su una cartina geografica. Con una superficie di appena 21 chilometri quadrati, è uno dei più piccoli stati indipendenti del mondo: è infatti costituito da un’unica isola nell’oceano Pacifico, con una popolazione di circa 12mila persone e senza una capitale. Eppure, un luogo così remoto giace su un’immensa risorsa economica: i giacimenti di terre rare nei fondali oceanici. E sembra avere tutta l’intenzione di sfruttarli, nonostante i timori per la biodiversità.
Con l’espressione terre rare ci si riferisce a 17 metalli, tra cui ittirio, scandio e lutezio, dotati di proprietà elettrochimiche e magnetiche che li rendono insostituibili per diversi scopi. Ci sono terre rare all’interno di televisori, smartphone, pannelli fotovoltaici, motori elettrici e innumerevoli altre tecnologie su cui si impernia la transizione ecologica. A dispetto del nome, sono molto diffuse sulla crosta terrestre; la loro estrazione però è particolarmente complicata, perché richiede di separarle dagli altri minerali.
A Nauru l’unico metodo possibile è il cosiddetto deep sea mining, cioè l’estrazione mineraria dai fondali marini. Semplificando, si calano sott’acqua giganteschi macchinari che risucchiano dal fondo dell’oceano i noduli polimetallici, delle dimensioni di patate, per poi convogliarli presso le navi sulla superficie dell’oceano. I noduli vanno separati dai sedimenti e dall’acqua di mare; quest’ultima viene poi pompata nuovamente sul fondale.
Il governo di Nauru è intenzionato a percorrere questa strada. Anche per risollevare le sorti di un paese sostanzialmente privo di risorse e divenuto poverissimo nell’arco degli ultimi decenni. Ci sono però parecchi motivi per temere l’impatto ambientale di queste operazioni, sottolinea un approfondimento di al Jazeera. Gli scavi rischiano infatti di strappare all’ecosistema creature antichissime come i vermi policheti, il polpo Dumbo (Grimpoteuthis Robson) e particolari coralli che vivono a grandi profondità. I rumori possono inoltre interferire con la comunicazione delle balene, sottoponendole a stress. Per non parlare dei sedimenti impregnati di metalli tossici che rischiano di entrare nella catena alimentare.
“Gli habitat di acque profonde sono in gran parte sconosciuti. Sappiamo che ci vogliono millenni perché si evolvano, e bastano pochi secondi perché si distruggano. Chi può sapere quanto tempo servirà per ristabilire ecosistemi dinamici, una volta terminata l’estrazione mineraria?”, sottolinea Jessica Battle del World wide fund for nature (Wwf).
Il potere decisionale sulle attività minerarie sottomarine in acque internazionali, oltre i limiti delle giurisdizioni nazionali, spetta a un ente chiamato International seabed authority (Isa). A partire dal 2001, l’Isa ha approvato 31 licenze per l’esplorazione, ma non ha mai autorizzato le estrazioni minerarie vere e proprie.
Il governo di Nauru però potrebbe approfittare di una scappatoia legale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dice infatti che, dal momento in cui un paese chiede di iniziare le operazioni minerarie in profondità, l’Isa ha due anni di tempo per finalizzare un testo che regoli queste attività.
Nauru ha presentato la richiesta il 9 luglio del 2021. Da allora ci sono stati dei negoziati che, però, non sono mai giunti a una conclusione. In linea teorica, una volta scaduti questi due anni, l’Isa è obbligata a rilasciare le autorizzazioni. E Nauru sa già a chi affidare le operazioni: la società canadese The metals company (nota in precedenza come DeepGreen metals). Anche all’interno dell’Isa c’è però chi sostiene che operazioni del genere non possano andare avanti, in assenza di solide regolamentazioni ambientali. Le organizzazioni ambientaliste, intanto, chiedono a gran voce una moratoria.
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