A porsi la domanda è la Corte dei Conti: dal 2019 a oggi tutti i dati diffusi riguardano vendite e incentivi, ma non i risultati raggiunti per l’ambiente.
Capi più durevoli, che si possano riparare. Realizzati con alte percentuali di fibre plastiche riciclate e con fibre naturali certificate. È questa in breve la filosofia di Norrøna, marchio norvegese di abbigliamento outdoor. Un cambio di rotta implementato nel 2014, ma presente da sempre nell’idea aziendale del gruppo, in particolare impiegando materiali a basso impatto
Capi più durevoli, che si possano riparare. Realizzati con alte percentuali di fibre plastiche riciclate e con fibre naturali certificate. È questa in breve la filosofia di Norrøna, marchio norvegese di abbigliamento outdoor. Un cambio di rotta implementato nel 2014, ma presente da sempre nell’idea aziendale del gruppo, in particolare impiegando materiali a basso impatto ambientale come il cotone biologico e il poliestere riciclato.
“La nostra ambizione è quella di diventare leader nella responsabilità ambientale e sociale all’interno del nostro mercato”, fa sapere Jørgen Jørgensen amministratore delegato di Norrøna, in una nota stampa. “Per questo vogliamo dare al consumatore finale informazioni trasparenti, favorendo la divulgazione dei migliori standard di responsabilità ambientale e sociale attraverso l’educazione e il coinvolgimento”.
È dal 1929 che il marchio norvegese ha attiva una catena per riparare i capi danneggiati, gratuitamente. Solo nel 2016 sono state almeno 10.000, per un totale di cinque giorni lavorativi impiegate all’interno del sito produttivo. Un atteggiamento che aiuta a ridurre gli sprechi, sia di materie prime che di energia.
Sono proprio le materie prime ad avere una particolare attenzione in tutto il processo produttivo. Il cotone impiegato ad esempio proviene per il 100 per cento da coltivazioni biologiche, mentre nel 2014, il 16 per cento dei tessuti in poliestere è stato ricavato da fibre riciclate e la produzione del 2016 ha visto un incremento del 39 per cento. Sempre lo stesso anno l’azienda ha impiegato l’8 per cento di nylon riciclato, nonostante l’obiettivo fosse del 20 per cento. La spiegazione verrebbe dalla difficoltà di trovare questo tipo di fibra riciclata di alta qualità e durata. L’obiettivo entro tre anni è di arrivare al 75 per cento.
Perché un marchio e la sua responsabilità sociale d’impresa sia attendibile, etica e trasparenza devono essere i pilastri fondamentali. Per questo Norrøna rende pubblici tutti i nomi dei fornitori, in una lunga lista aggiornata annualmente. Non solo, nella stagione 2015/2016 ha donato l’1 per cento dei ricavi a organizzazioni che lavorano in progetti di sostenibilità ambientale, con cifre vicine al milione di euro.
Il settore dell’abbigliamento è uno dei più inquinanti. Lo conferma anche la campagna Detox avviata da anni da Greenpeace, che punta ad accompagnare i marchi nel percorso di eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dalle filiere produttive. Anche se Norrøna non ha ufficialmente aderito alla campagna, sta lavorando per ridurre sostanze quali i perfluocarburi (Pfas), in particolare quelli a catena più lunga e che hanno i maggiori impatti ambientali. Come conferma la stessa azienda, ad oggi non ci sono valide alternative per rendere gli indumenti idrorepellenti. Di conseguenza la ricerca va avanti per trovare altre soluzioni.
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