Paolo Cognetti. I miei libri raccontano come tornare a vivere la montagna, rispettandola

“Le otto montagne” è il libro che ci ha fatto sognare di vivere in mezzo alla natura selvaggia e indomabile. Il suo autore, Paolo Cognetti, ci parla del suo progetto di un rifugio a rifiuto zero, nel pieno rispetto della circolarità.

È una storia semplice ma speciale quella del bimbo che diventa uomo crescendo in città ma così legato alla montagna che questo luogo, dove trascorre le sue estati imparando cos’è l’amicizia – e anche la solitudine – diventa parte di lui, definendolo e completandolo. Questo è il racconto de Le otto montagne, il libro di Paolo Cognetti, uno degli autori italiani contemporanei più apprezzati, che nel 2017 gli è valso il prestigioso riconoscimento letterario Premio Strega e che è stato tradotto in 37 lingue. Questo scrittore giovane e dalla vita affascinante – “come i montanari che vanno su col disgelo” trascorre metà dell’anno in una baita isolata nelle Alpi valdostane, quelle protagoniste del suo libro – ci ha fatto innamorare di una montagna incontaminata, brulla e perfino crudele, così diversa da quella invasa dai turisti che è ormai realtà per molte località italiane, e non solo.

Chi è Paolo Cognetti, biografia dell’autore de Le otto montagne

Nato a Milano, Cognetti è anche matematico, documentarista ed alpinista e ha esordito come scrittore nel 2004 con Manuale per ragazze di successo. Tra i 20 e 30 anni ha nutrito un grande fascino per la città di New York, negli Stati Uniti, dove sono ambientati alcuni dei suoi libri. A questo periodo è seguito quello della “fuga” in montagna, nella sua baita a Brusson, in Val d’Ayas, località che ospita il festival culturale Il richiamo della foresta che si è tenuto per la prima volta l’anno scorso e di cui è uno degli ideatori.

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Negli ultimi anni si è dedicato anche all’esplorazione del Nepal, le cui cime sono le più maestose e ambite al mondo. Una passione che lo ha portato di recente nella regione del Dolpo per ripercorrere il viaggio raccontato nel libro Il leopardo delle nevi dell’autore americano Peter Matthiessen che nel 1978, anno di nascita di Cognetti, ha pubblicato la storia della sua avventura sulle tracce dell’elusivo felino sull’altopiano a 4.000 metri, una delle zone più sperdute del paese.

paolao cognetti vince premio strega 2017
Paolo Cognetti vince il Premio Strega 2017 con il libro Le otto montagne © Paolo Cognetti/Facebook

Alla presentazione del Festival dei diritti umani, Milano

Il reportage realizzato da Cognetti è stato pubblicato sulla rivista bimestrale Meridiani Montagne a gennaio e lo sta ampliando “per farne un libro che uscirà in autunno”, come ci ha rivelato durante la presentazione del Festival dei diritti umani – manifestazione che si tiene dal 20 al 24 marzo 2018 alla Triennale di Milano. Occasione a cui è stato invitato perché, racconta, i suoi ultimi libri “sono stati presi come racconti di un modello di vita diverso”.

Perché ha deciso di contribuire alla creazione del festival “Il richiamo della foresta”?
Per diversi motivi. Uno è che parliamo di ripopolamento della montagna e ci chiediamo come portarci le persone in maniera più rispettosa di quella del turismo di massa. L’idea è che venga pacificamente invasa e abitata in maniera rispettosa. Poi perché questi temi del ritorno alla montagna, i nuovi montanari, l’ambientalismo interessano a tante persone che hanno voglia di parlarne – e ne parliamo in mezzo al bosco. Poi perché è il luogo dove abito e per me è un modo di aiutarlo, di dargli nuove possibilità.

Nella sua lettera immaginaria allo scrittore Mario Rigoni Stern parla della siccità che colpisce la zona dove si trova la sua baita. Come vive le trasformazioni che stanno subendo i paesaggi montani a causa dei cambiamenti climatici?
Per la prima volta in dieci anni non ho avuto acqua: io prendo l’acqua da una fonte ed è stato veramente impressionante vedere che a un certo punto dai rubinetti non ne usciva più. Ti viene da pensare a cosa succederebbe se capitasse in città. È veramente una tragedia. Vedo il fenomeno dei cambiamenti climatici, sono molto vicino ai ghiacciai e vedo quanto arretrino, quanto in fretta sparisca la neve in primavera, quanto manchi l’acqua alla fine dell’estate; settembre e ottobre sono diventati mesi molto secchi. Queste sono le cose che vedo tutti i giorni vivendo in montagna. Questo inverno è particolare perché ha nevicato moltissimo, ma ha cominciato a nevicare da quote sempre più alte. Vedevo ai primi di gennaio piovere a 1.500 metri, è venuta un sacco di neve ma dai 2.000 metri in su.

Nella lettera che ha scritto in occasione del lancio della campagna di tesseramento dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) di quest’anno dice che dovremmo diventare i “nuovi partigiani”. Nel clima politico attuale, per cosa dovremmo combattere?
Più che per cosa dovremmo combattere, è il dovere di combattere. Mi sembra che i nostri siano i tempi dell’indifferenza, del ritorno al privato, del farsi gli affari propri. Allora l’idea di salire in montagna, metaforicamente, di riunirsi in bande e difendere la propria terra – che è quello che facevano i partigiani – è l’idea di tornare a fare politica attiva. Io ho detto anche che non ho votato quest’anno alle elezioni politiche, ma non perché la politica non m’interessa. Perché per me la politica è quello che fai tutti i giorni, con gli altri, con le tue scelte, con il tuo modo di lavorare insieme agli altri. Vorrei che la politica che facciamo sia questa, quella dei partigiani.

La montagna come destinazione turistica sta diventando sempre più accessibile. Possiamo citare la funivia che porta in cima al monte Bianco ma anche l’esempio più eclatante, sotto gli occhi di tutto il mondo, ovvero le orde che raggiungono la vetta dell’Everest, la più alta al mondo. Cosa pensa di questa tendenza?
È molto triste perché è un consumo, è un’invasione. Io lo vedo d’inverno: in un luogo che è spopolato tutto l’anno e anche tutta la settimana, di colpo di sabato arrivano migliaia di persone, se ne vanno via la domenica lasciando tutto quello che lascia una massa di passaggio. Non c’è amore, né rispetto in questo modo di attraversare la montagna. Mi interessa molto di più un modo lento, un modo di abitarla al posto che passare, consumarla e andare via. Sull’Everest è quasi grottesco quello che sta succedendo. Si arriva al campo base con centinaia di persone che causano un problema enorme coi rifiuti. E impattare su queste culture in una maniera così violenta, invasiva e dirompente significa distruggerle in poco anni.

Ha trovato davvero un luogo ancora puro nella regione del Dolpo, in Nepal?
Ho trovato una montagna molto più spopolata, lì in una regione grande come la Valle d’Aosta abitano meno di 5mila persone. Per cui è più pura perché ci sono molte meno persone, meno risorse e non interessa a nessuno. Un piccolo deserto ad alta quota dove sono andato a vedere cos’è la montagna autentica.

Cosa le ha lasciato questa spedizione?
Vicinanza a uno stato di vita primordiale. Ho dormito per 22 giorni in una tenda facendo nient’altro per tutto il giorno che camminare, e così ti rendi conto di come la tua vita possa veramente basarsi su pochissimo. Come i nostri bisogni siano veramente essenziali: un po’ di cibo, un luogo caldo dove dormire e poco altro. E quindi tutto questo sfruttamento del Pianeta che abbiamo messo in atto in realtà è basato sul superfluo di cui ci siamo circondati e di cui pensiamo di aver bisogno, ma se tu per una settimana vieni gettato in Dolpo a mangiare lenticchie e bere l’acqua bollita dei torrenti, ti accorgi che puoi vivere benissimo anche così.

Il progetto LifeGate Experience vuole avvicinare le persone a una forma di turismo sostenibile. In quanto grande viaggiatore e anche scrittore, cosa pensa del concetto di “sostenibilità”?
Se mi dice questa parola io penso a quello che entra ed esce dalla mia baita. Impatto Zero per me significa passare dalla montagna senza lasciare traccia, è un’idea molto pratica. Quello che porto nella baita è quello che porto via, nel senso che lo vado a buttare nel cassonetto dei rifiuti. Il giorno che riuscirò a non portare fuori più niente, cioè a eliminare i rifiuti, sarò felice perché vorrà dire che sarò veramente riuscito a trovare un equilibrio con quel posto. Sto costruendo un rifugio in Val d’Ayas, vicino a dove abito: con i guadagni del libro ho comprato una vecchia stalla che diventerà un piccolo rifugio alpino e un centro culturale. Ho l’occasione per la prima volta di progettare un luogo da zero perché questa stalla è un rudere, andrà completamente ricostruita. Quindi realizzare l’utopia – ma forse adesso non lo è più – di costruire un luogo che non consumi e non produca rifiuti.

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Paolo Cognetti con il suo cane Lucky © Roberta Roberto/Facebook

In città siamo in mezzo al caos e a contatto con molte persone. Cosa prova invece quando torna nella sua baita?
Grande libertà. La cosa della città che mi fa stare male non è la gente, che mi piace, ma la sensazione di chiusura degli spazi. L’essere circondati da spazi a cui non puoi accedere: sono tutte proprietà private, è pieno di porte, soglie, portoni chiusi. In realtà lo spazio che abbiamo in città è molto poco. La cosa incredibile della montagna – ed è incredibile perché le Alpi sono a due passi da Milano – è che ci siano luoghi praticamente sconfinati dove puoi camminare per giorni senza che qualcuno ti dica, “qui non si passa”. Io dalla mia baita posso camminare per ore in tutte le direzioni e questo terreno non è di nessuno, perché la montagna non è di nessuno. Per fortuna è stata dimenticata, nessuno ne rivendica la proprietà – per adesso. Spero che rimanga così ancora a lungo. Questo mi dà una grandissima sensazione di libertà.

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