Agli eventi estremi occorre abituarsi, perché non sono più l’eccezione: a spiegarlo è il servizio di monitoraggio climatico europeo Copernicus.
Battuto il record di caldo di tutti i tempi nel periodo giugno-agosto in Inghilterra. A Bangkok il mondo si riunisce per nuovi negoziati sul clima.
Quella del 2018 è stata l’estate più calda di sempre in Inghilterra. A riferirlo è stato il Met Office (l’ufficio meteorologico del Regno Unito), che in una nota pubblicata il 31 agosto ha indicato la temperatura media del periodo giugno-agosto di quest’anno pari a 17,2 gradi centigradi. Il che supera di 0,2 gradi il record precedente, che era stato raggiunto nel 1976.
Anche nel resto della Gran Bretagna (Scozia, Galles e Irlanda del Nord) i dati sono risultati particolarmente elevati: si sono toccati i 15,8 gradi, eguagliando così i dati registrati nel 1976, nel 2003 e nel 2006. Lo stesso Met Office sottolinea d’altra parte come le stime sul lungo termine suggeriscano che quello appena passato non rappresenti un’anomalia, bensì un segnale dei cambiamenti climatici in atto.
Mentre, infatti, finora temperatura medie superiori ai 17 gradi siano state registrate solamente in dieci occasioni dal 1659 ad oggi (sei delle quali successive al 1976), il servizio meteorologico inglese ritiene che in futuro si tratterà della normalità. Non a caso, nello scorso mese di luglio, l’Environmental Audit Commettee – organismo del quale fanno parte parlamentari britannici di tutti gli orientamenti politici – aveva lanciato un allarme. Spiegando che il Regno Unito non è preparato per affrontare ondate di caldo così lunghe e forti.
In questo senso, però, gli inglesi non sono soli. Nel corso dell’estate anche Paesi come la Svezia si sono ritrovati a fronteggiare temperature ben superiori alla norma, che hanno contribuito a provocare una sequenza impressionante di incendi, non risparmiando neppure il Circolo polare artico. E nel resto del mondo – dall’Australia alla Nuova Zelanda, dal Giappone alla Corea del Sud – le temperature hanno toccato record storici, provocando anche la morte di decine di persone.
Le speranze di un’inversione di rotta dipendono strettamente da un’azione congiunta di tutte le nazioni del Pianeta. Dopo lo slancio dell’Accordo di Parigi raggiunto al termine della Cop 21 (la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima) del 2015, i negoziati sembrano essersi arenati. In attesa della Cop 24, che si terrà a dicembre in Polonia, si è aperta a Bangkok, in Tailandia, una nuova sessione di trattative tra le parti.
Il presidente polacco della Conferenza, Michal Kurtyka, ha ammesso: «Non avanziamo abbastanza velocemente». Eppure «il tempo a nostra disposizione è contato» e in gioco c’è «la stessa credibilità del processo» avviato nel 2015. L’obiettivo di mantenere la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro il 2100, rispetto ai livelli pre-industriali, non potrà infatti essere raggiunto se non ci saranno ulteriori, profondi, sforzi da parte di tutti.
Soprattutto da parte dei paesi ricchi del mondo, quelli cioè che inquinano di più. Alcuni militanti ecologisti hanno manifestato per questo di fronte al palazzo nel quale si tengono le riunioni. Mentre Patricia Espinosa, segretaria dell’Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite che organizza le Cop), ha ammonito: «La nostra è una corsa contro il tempo. Occorre lavorare tenendo presente l’urgenza della situazione».
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