I giudici hanno disposto lo spegnimento dell’impianto, che ha causato centinaia di vittime negli anni. Rimane il tema del lavoro e della riconversione.
Il Testo unico sulle foreste, approvato dal Consiglio dei ministri il 16 marzo, ha suscitato reazioni contrastanti e in molti ritengono che favorirà la distruzione dei boschi italiani.
In Italia i boschi stanno riconquistando gli antichi spazi, sottratti un tempo da pascoli e agricoltura, e continuano ad avanzare. Oggi il patrimonio forestale dell’Italia conta quasi dodici milioni di ettari di foreste, la cui superficie è aumentata del 20 per cento negli ultimi trenta anni. La recente approvazione del Testo unico forestale, relativo alla revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali, potrebbe però alterare questo prezioso processo di rinaturalizzazione. L’obiettivo del nuovo piano, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 16 marzo, sarebbe quello di contrastare lo spopolamento delle aree montane e rurali e favorire la crescita occupazionale attraverso lo sviluppo di “economie verdi”. Il provvedimento ha però suscitato numerose reazioni contrarie, sia da parte di associazioni ambientaliste che dagli addetti ai lavori. Quello che fa discutere, in particolare, è il concetto di “gestione attiva delle foreste”, centrale nel Testo unico forestale.
Il nuovo decreto considera “incolti” i boschi che non sono stati tagliati e allo stesso modo sono giudicati i terreni agricoli che hanno vissuto un rimboschimento spontaneo. Queste vaste aree, dove la natura ha lentamente ricominciato ad esercitare il suo dominio, possono ora essere disboscate così come le zone dove sono stati realizzati rimboschimenti artificiali nel recente passato. Le regioni, che secondo la legge avranno un ruolo centrale negli interventi di “gestione attiva” del proprio patrimonio forestale, potranno persino imporre il taglio dei boschi ai privati contro la loro volontà.
Il piano sembra privilegiare lo sfruttamento economico delle foreste, a discapito del loro ruolo ecologico e della biodiversità. Favorisce infatti il taglio esteso di boschi per l’utilizzo delle masse legnose nelle centrali a biomasse. Il concetto di “gestione attiva” non può naturalmente essere abbandonato, visto che i boschi rappresentano un’importante risorsa economica per molte comunità, d’altro canto non si possono neppure considerare le foreste come mere produttrici di legno e biomasse. Nessuna norma del decreto prevede tuttavia che tra le finalità dei boschi ci sia la conservazione della natura.
Dal Testo unico forestale traspare in particolare l’idea che i boschi, senza l’intervento dell’uomo e la tanto decantata “gestione attiva”, andrebbero incontro ad un inesorabile decadimento e “l’abbandono” viene considerato negativamente. È tuttavia evidente, come sostengono anche molti scienziati, che le foreste non dipendono dall’attività umana per la loro sopravvivenza e che la natura ha grandi capacità di autorigenerazione e autoregolazione. Sembra anzi piuttosto arrogante volersi sostituire a tali processi, molti progetti di rewilding in corso in Europa, anche sull’Appennino, hanno confermato che basterebbe fare un passo indietro e sospendere gli interventi di gestione per vedere rifiorire le foreste e gli ecosistemi che un tempo sembravano irrimediabilmente degradati. I boschi sono in grado di auto-sostenersi ed evolversi in modo autonomo, garantendo così un aumento dei servizi ecosistemici offerti.
Nelle scorse settimane è stato redatto un appello tecnico-scientifico sul nuovo Testo unico forestale. I firmatari, di cui fanno parte docenti universitari e ricercatori di enti pubblici in scienze botaniche, zoologiche, ecologiche, geologiche, ambientali e forestali, hanno chiesto al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali e al ministro dell’Ambiente di non approvare il piano, basato su informazioni scientificamente insostenibili. “Siamo costretti a sottolineare con forza il nostro stupore per i gravi errori scientifici che informano sia alcuni principi generali, sia numerosi aspetti tecnici, del proposto Decreto, che potranno condurre a effetti deleteri sugli ecosistemi, sul suolo, sulla biodiversità e sul paesaggio – si legge nell’appello. – Il Decreto assume, contro ogni evidenza scientifica, la necessità di una gestione selvicolturale del patrimonio forestale per la prevenzione del dissesto e degli incendi e la tutela del paesaggio. Appare inoltre gravissimo, e infondato sotto il profilo scientifico, equiparare i boschi che abbiano “superato il turno” ai terreni agricoli abbandonati”.
Contrariamente ad altre associazioni, come Lipu e Wwf, Legambiente ritiene che il provvedimento rappresenti un primo passo importante per sviluppare una politica nazionale efficace e coordinata del patrimonio boschivo. “Il Testo unico forestale non mette in discussione gli attuali livelli di tutela ambientale e paesaggistica – ha dichiarato Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette di Legambiente – e al contempo promuove la gestione forestale sostenibile del nostro patrimonio forestale che garantisce una gestione del bosco che consente sia un suo utilizzo produttivo che il mantenimento della biodiversità. Ora, molto dipenderà dal modo in cui saranno scritti i decreti attuativi e da come questi garantiranno che le norme regionali siano coerenti con la prospettiva indicata dal Testo”.
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