Grazie al progetto transfrontaliero MC0, tante PMI italiane e francesi hanno avviato un processo di decarbonizzazione. Anche per il settore agroalimentare.
È dal 2009 che se ne parla. Ed entro il 2013 la Commissione europea avrebbe dovuto stabilire i criteri scientifici per identificare gli “interferenti endocrini” (Edc), ovvero quelle sostanze che possono interferire con la produzione ormonale, sospettate di essere all’origine di molte malattie gravi nell’essere umano: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. Questi
È dal 2009 che se ne parla. Ed entro il 2013 la Commissione europea avrebbe dovuto stabilire i criteri scientifici per identificare gli “interferenti endocrini” (Edc), ovvero quelle sostanze che possono interferire con la produzione ormonale, sospettate di essere all’origine di molte malattie gravi nell’essere umano: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. Questi criteri sono arrivati solo pochi giorni fa – dopo un duro richiamo da parte della Corte di Giustizia per via del ritardo – ma ancora sono considerati troppo permissivi da chi, da anni, sta lottando per vietarli.
Perché queste sostanze siano bandite dalla commercializzazione devono essere prima di tutto individuate, e a questo servono i criteri. Ma perché siano considerate pericolose per la salute umana la Commissione ha stabilito che devono esistere precisi collegamenti causali tra gli effetti avversi sulla salute e il modo di azione endocrino della sostanza chimica. Insomma, solo davanti a “schiaccianti evidenze scientifiche” una sostanza può essere vietata, dicendo così addio al principio di precauzione (come d’altronde vorrebbe il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, detto Ttip: sarà solo un caso?).
Le sostanze sospettate di essere interferenti con la produzione ormonale si trovano in moltissimi oggetti di uso comune come cosmetici, sostanze plastiche ma soprattutto nei pesticidi. Non a caso, come rivela un’inchiesta di Le Monde, le prime organizzazioni a preoccuparsi di eventuali restrizioni o divieti di tali sostanze sono state le grandi industrie dell’agrochimica: a maggio di quest’anno un gruppo composto da sette scienziati ha incontrato il commissario europeo per la salute Vytenis Andriukaitis per chiedere meno vincoli sulla regolamentazione degli interferenti endocrini al centro, secondo gli scienziati, di attacchi pseudoscientifici. Ognuno di loro è stato almeno una volta consulente per una qualche grande industria dell’agrobusiness ma ciò non ha suscitato scalpore. E nemmeno che nei corridoi della Commissione Europea sia conservato un rapporto segreto di 250 pagine, chiamato “studio d’impatto”, nel quale sono contenute le valutazioni “socioeconomiche” conseguenti alla regolamentazione degli inquinanti chimici. In gioco ci sono miliardi di euro e, secondo il quotidiano francese, il rapporto – le cui conclusioni sono strettamente confidenziali – è stato ottenuto all’inizio dell’estate del 2013 grazie a un’offensiva congiunta della lobby delle industrie dei pesticidi e della chimica, Associazione europea di protezione delle colture (Ecpa) e Consiglio europeo dell’industria chimica (Ceic) in testa insieme a giganti dell’agrochimica tra cui Bayer, Basf e Syngenta.
Anche le associazioni ambientaliste hanno denunciato la pressioni da parte delle lobby industriali. Il movimento EDC Free-Europe, che riunisce 65 organizzazioni della società civile, ha spiegato che “se in realtà si seguisse alla lettera l’Organizzazione Mondiale della Sanità (alla quale rimanderebbero i criteri imposti dalla Commissione, nda) bisognerebbe allungare la lista dei pesticidi vietati, mentre il documento della Commissione chiede prove scientifiche molto forti prima di dichiarare illegale una sostanza“. Con effetti ambigui: “la proposta richiede prove così forti che sarà quasi impossibile identificare più di una piccola frazione delle sostanze che minacciano la salute e l’ambiente”.
Tra gli erbicidi sospettati di essere interferenti endocrini c’è anche il glifosato: classificato come “probabilmente cancerogeno” dall’Oms per la ricerca sul cancro (Iarc), ma non dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), sul rinnovo dell’autorizzazione al suo utilizzo i paesi dell’Unione europea non sono d’accordo e hanno rimandato più volte la decisione. La questione sarà all’ordine del giorno nella prossima riunione del collegio dei commissari e un ultimo comitato si riunirà dopo il 20 giugno. Per tutte le altre sostanze, il parere della Commissione deve passare ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio europei prima dell’approvazione finale.
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