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Europa più unita e democratica? Serve una politica agricola comunitaria sostenibile

Una Politica agricola comunitaria sostenibile sarebbe più democratica, attenta all’equità sociale e favorirebbe l’unità. Il perché lo spieghiamo qui

In un’Europa sempre più vittima delle spinte indipendentiste, puntare su una politica agricola comunitaria (Pac) sostenibile, di qualità, biologica ed estensiva, che rispetti e recuperi le tradizioni del territorio, potrebbe servire invece a mantenere e rafforzare l’unità e a garantire maggiore democrazia.

Questo è solo uno dei tanti vantaggi che si leggono nel progetto di parere “Verso una politica alimentare sostenibile dell’Unione europea che porti occupazione e crescita nelle regioni e nelle città d’Europa”, presentato il 22 marzo scorso a Bruxelles da Arno Kompatscher, Presidente e consigliere della provincia autonoma di Bolzano, alla 122esima sessione plenaria del Comitato europeo delle regioni (CoR), e votato all’unanimità da tutti i rappresentanti.

Obiettivo di questo parere è dimostrare che una Pac sostenibile potrebbe essere conveniente su diversi piani, da quello ambientale a quello socioeconomico, portando sviluppo a livello regionale e locale e avvicinando così i cittadini all’istituzione europea, sentita spesso (troppo) lontana dalla realtà delle cose.

Sessione plenaria CoR
122esima Sessione Plenaria del CoR © Koen Blankaert

Perché l’Ue ha bisogno di una politica agricola comunitaria sostenibile subito

Il settore agricolo dell’Unione europea è sì uno dei pilastri economici del continente, ma è anche uno di quelli con i maggiori impatti sull’ambiente.

L’agroalimentare, che impegna metà del territorio europeo e che è fondamentale per la nostra sicurezza alimentare, dà infatti lavoro a 47 milioni di persone in 15 milioni di imprese grandi e piccole, e “vale” 17.802 milioni di euro, pari al 7,2 per cento del totale delle esportazioni.

Eppure secondo la relazione sullo stato dell’ambiente pubblicata nel 2015, si tratta di un modello di agricoltura principalmente intensiva che ha un prezzo elevatissimo, perché genera perdita di biodiversità, diminuzione degli insetti impollinatori, consumo di suolo, che inquina anche il terreno e le falde attraverso l’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti chimici e che ha la responsabilità di una grossa fetta della produzione di gas serra in atmosfera (l’agricoltura a livello mondiale produce un quarto della CO2).

I vantaggi di un’agricoltura comunitaria estensiva e sostenibile

Una virata verso un’agricoltura più sostenibile in Europa servirebbe a ridurre l’inquinamento dell’acqua e del terreno, diminuire la perdita di biodiversità e il consumo di suolo; a proteggere i paesaggi agricoli, in particolare quelli più delicati, come quelli di montagna, per esempio, preservandone l’alto valore sociale e culturale; a distribuire meglio gli investimenti della Pac (politica agricola comunitaria) per il periodo 2014-2020 e a destinarne una parte per la realizzazione di un settore zootecnico che tenga conto anche del benessere degli animali.

E poi, contribuirebbe a rispettare nove dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030 (e sintetizzati nel documento Agenda 2030) che direttamente o indirettamente hanno a che fare con l’agricoltura.

Cosa si chiede nel progetto di parere

“Quello che chiediamo con questo progetto di parere”, afferma Kompatscher, “è in sostanza un approccio a 360 gradi per quanto riguarda la produzione agroalimentare sostenibile. Non si tratta solo di guardare all’aspetto della produzione agricola in se stessa, ma anche a tutti i processi di conservazione e di elaborazione del prodotto. Senza dimenticare l’educazione del consumatore, che deve poter acquistare un prodotto genuino, al giusto prezzo, facendo attenzione ai costi reali della produzione, soprattutto per l’ambiente. Sappiamo che la produzione agroalimentare, specie se intensiva, ha un costo elevatissimo; per questo bisognerebbe sostenere di più le aziende che producono senza consumare troppo il suolo, senza usare prodotti fitosanitari, senza mettere a rischio la biodiversità. Questa iniziativa, dunque, riguarda un po’ tutti i settori della politica e dovrebbe avere un approccio ampio e vasto.”

Arno Kompatscher
Arno Kompatscher, relatore del progetto di parere per una Politica agricola comunitaria più sostenibile. Foto ©Anthony Dehez

Ma come? Tra i 37 punti del progetto di parere, spiccano alcuni temi importantissimi dal punto di vista ambientale e socioeconomico.

Prezzi più giusti e accessibili

È una delle preoccupazioni maggiori. Al momento, infatti, i costi ambientali sono considerati esternalità, cioè non sono inseriti nei prezzi stessi dei prodotti. Per intenderci, i costi ambientali e sanitari dell’inquinamento dell’aria o delle falde acquifere dovuti all’uso di pesticidi e fertilizzanti non è incluso nel prezzo dei prodotti non bio. Per questo, il biologico continua a costare di più e di fatto può entrare nelle case di pochi. Il documento esprime il bisogno di consentire l’accesso a un’alimentazione equilibrata, sana e di qualità, con prodotti freschi e di stagione, anche per gli strati della popolazione con minore disponibilità economica.

Lotta a obesità e malattie alimentari

Il tema, collegato a quello dell’accessibilità ai prodotti di qualità, è particolarmente rilevante. Nel progetto di parere si chiede, per esempio, che nei programmi sanitari a lungo termine, volti a combattere problemi come l’obesità o malattie legate alla cattiva alimentazione, si inserisca l’educazione alimentare e si spieghino i benefici di un’alimentazione varia, ad alto contenuto vegetale, biologica, di stagione, sostenibile.

Attenzione alle energie davvero rinnovabili

Una politica agricola sostenibile dovrebbe favorire l’utilizzo di fonti energetiche alternative al petrolio. Nel parere si chiede però di fare attenzione e di incoraggiare solo la produzione di biocarburanti che non entrano in concorrenza con le colture alimentari.

Produttività e resilienza

Specialmente in aree vulnerabili o alle periferie delle grandi città, favorire l’agricoltura bio di piccola scala, che riduce trasporti, imballaggi e quindi CO2 e che impiega manodopera locale, servirebbe da un lato a tutelare il territorio, a promuoverne le specialità, dall’altro a creare posti di lavoro. Si tratta di un modello socialmente responsabile, da incentivare. Il documento chiede di puntare sulla filiera corta e sui mercati locali per diminuire l’impatto ambientale e i prezzi e avvicinare i cittadini.

E poi, si chiede di preferire l’agricoltura biologica per mantenere sano il suolo, fondamentale per la sicurezza alimentare, per catturare il carbonio e per tutelare il benessere degli insetti impollinatori, come api e bombi, fondamentali per l’economia agricola.

Metodologie comuni e trasparenza

Si sottolinea l’importanza di adottare metodi comuni, di scambiare dati sull’impatto ambientale dei prodotti alimentari, sullo spreco, sui rifiuti; di contrastare la concorrenza sleale (specialmente quando si tratta di prodotti tipici, di qualità); e si chiede di aumentare la trasparenza delle etichette degli alimenti, per favorire le scelte sostenibili del consumatore.

Strumenti come gli appalti verdi

Una delle richieste è fare in modo che asili, ospedali, scuole possano, attraverso gli appalti, esprimere una preferenza per i prodotti biologici e sostenibili del territorio, riducendo i trasporti e favorendo l’alimentazione locale sostenibile. Al momento, le leggi sulla concorrenza lo impediscono.

Più democrazia

Il documento chiede infine di sostenere una politica alimentare che parta dal basso, con comitati locali che si possano interfacciare con gli enti come regioni e città, tenendo maggiormente conto delle richieste dei cittadini.

“L’Europa sembra spesso tanto lontana”, ha concluso Kompatscher, “un’entità che si occupa di cose che in fondo non interessano ai cittadini. Io credo che invece l’alimentazione sia un tema che ci sta a cuore e che coinvolge direttamente tutti quanti. Attuando politiche di questo genere, che tengano conto delle specificità locali, delle tradizioni agroalimentari, l’Europa può davvero riavvicinarsi ai cittadini”, ai loro bisogni e alle loro necessità, restituendo alla parola unità il senso che le spetta.

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