Prestazioni energetiche degli edifici, cosa prevede l’Europa e a quali costi

Una proposta di direttiva europea spaventa l’Italia perché costringerebbe a riqualificare il 60 per cento degli edifici: ma sono preoccupazioni fondate?

L’Italia ha paura dell’efficientamento energetico. Nei giorni scorsi, nel dibattito pubblico e in quello politico, è emersa prepotentemente la preoccupazione per la possibile, prossima, entrata in vigore della proposta di revisione della direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia, presentata dalla Commissione europea per allineare la normativa dell’Unione in materia di clima ed energia all’obiettivo della riduzione delle emissioni nette di gas ad effetto serra di almeno il 55 per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990), nella prospettiva del conseguimento della neutralità climatica entro il 2050.

Ecobonus, sismabonus e superbonus sono una grande opportunità per la riqualificazione edilizia del nostro paese © Pexels

Quanto attualmente contenuto nella direttiva però allarma molti cittadini italiani possessori di un immobile, perché i costi per l’adeguamento potrebbero essere piuttosto alti.

Cosa prevede la proposta di direttiva 

La modifica della direttiva, che rientra nelle iniziative del pacchetto “Fit for 55, il maxi-piano sul clima volto a decarbonizzare il continente entro il 2050, prevede obblighi stringenti in termini di consumi per gli edifici di nuova costruzione e per gli edifici pubblici, ma è la parte relativa all’efficientamento di quelli già esistenti, ovviamente, a presentare possibili ricadute pesanti.

In particolare, gli edifici e le unità immobiliari residenziali dovranno conseguire almeno la classe E (ovvero con un consumo energetico compreso tra 91 e 120 kWh/mq all’anno) entro il 2030 e almeno la classe D (caratterizzata da un consumo compreso tra 71 a 91 kWh/mq) all’anno entro il 2033.

La proposta di direttiva prevede anche una revisione della disciplina riguardante gli attestati di prestazione energetica, che si baserà su una nuova classificazione armonizzata a livello europeo, nella quale la classe A corrisponderà alla nuova categoria di edificio a emissioni zero e la classe G al 15 per cento degli edifici con le prestazioni peggiori.

Dalle case il 36 per cento delle emissioni 

La necessità di intervenire sull’efficientamento energetico degli edifici, ,secondo la Commissione europea, si rende necessaria in base ai dati secondo i quali gli edifici sono responsabili a livello dell’Ue di circa il 40 per cento del consumo energetico e del 36 per cento delle emissioni dirette e indirette di gas a effetto serra legate al consumo di energia. I dati sono riferiti al complesso degli edifici che, secondo la relazione sullo Stato dell’Unione dell’energia del 2021, è per il 65 per cento ad uso residenziale.

In particolare, il riscaldamento e il raffrescamento degli ambienti e l’acqua calda per uso domestico rappresentano l’80 per cento dell’energia consumata dalle famiglie. In Europa il 35 per cento del parco immobiliare dell’Ue ha più di 50 anni e quasi il 75 per cento è inefficiente dal punto di vista energetico, mentre il tasso di ristrutturazione annua è di circa l’uno per cento.

La situazione del patrimonio immobiliare italiano

In Italia negli scorsi giorni, un po’ improvvisamente (considerando il fatto che la proposta di direttiva risale al 15 dicembre 2021, più di un anno fa, e l’accordo al 25 ottobre 2022), è scattato l’allarme, probabilmente in previsione del fatto che il prossimo 9 febbraio la bozza verrà votata in Commissione Energia all’Europarlamento, e poi il 13 marzo passerà all’esame della plenaria. 

 

Il parco immobili del nostro Paese è infatti in media più vecchio di quello europeo: circa il 60 per cento degli edifici italiani si trova oggi in fascia energetica F o G. Questo significherebbe, qualora la proposta di direttiva venisse approvata così com’è, importanti lavori di ristrutturazione su più della metà dei condomini italiani da qui al 2033. Certamente un’ottima notizia in ottica di transizione verde, ma a spaventare sono i costi, che al momento ricadrebbero totalmente sui possessori degli immobili. Secondo una simulazione effettuata dal quotidiano “La Repubblica”, ad esempio, tra lavori di coibentazione sottotetto, cappotto termico e installazione di un impianto fotovoltaico, necessari per arrivare in classe D, arriverebbe a costare circa 30mila euro a famiglia, secondo le tariffe attuali.

Finora, dal 2020 a oggi, l’Italia ha pensato allo strumento del superbonus per le ristrutturazioni edilizie, che è stato confermato fino al 2025 sebbene con un meccanismo a scalare (nell’ultimo anno la copertura sarà del 65 per cento) La maggioranza di governo, in Italia, ha già annunciato che si muoverà per respingere, o quantomeno modificare, il testo della proposta di direttiva.

I vantaggi dell’efficientamento 

Ma Ciarán Cuffe, relatore nel Parlamento europeo della proposta di direttiva sull’efficienza energetica, ha spiegato in una intervista al Sole24Ore i vantaggi che avrebbero interventi simili sugli immobili italiani: “L’obiettivo – ha detto – è di aiutare i paesi membri a far sì che gli immobili siano più confortevoli, meno dispendiosi, riducendo l’uso di fonti fossili, combattendo la povertà energetica e l’aria inquinata, nelle nostre case come nelle nostre città”. Inoltre, ha assicurato, “oltre a migliorare l’efficienza energetica e più in generale la sicurezza degli edifici, l’obiettivo è anche di creare nuovi posti di lavoro nel settore verde”.

Anche senza superbonus, peraltro, non è affatto detto che tutta la spesa finirà in capo ai proprietari di casa: la stessa proposta di direttiva prevede infatti che gli Stati membri “potranno prevedere incentivi finanziari di varia natura anche a valere sulle risorse disponibili stabilite a livello dell’UE, quali tra l’altro il Fondo sociale per il clima, il dispositivo per la ripresa e la resilienza e i fondi della politica di coesione”. Secondo Riccardo Bani, presidente dell’Associazione riscaldamento senza emissioni, “riconoscere incentivi per riqualificare il patrimonio immobiliare, oltre a massimizzare l’efficacia dell’intervento, deve contribuire al perseguimento degli obiettivi/impegni comunitari che prevedono una riduzione del 55 per cento delle emissioni di CO2 al 2030 e un net-zero al 2050 rispetto al 1990”. Forse, dunque, è meglio non fasciarsi la testa prima di rompersela.

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