Carbone. Quante centrali ci sono ancora in Italia e con quali conseguenze

In Italia abbiamo 12 centrali a carbone, ma non abbiamo carbone. I dati dicono che in poco più di 50 anni il combustibile fossile più inquinante in assoluto finirà. Uno studio del Wwf indica un’altra strada, per la Liguria.

L’Italia si prepara per dire addio al carbone. A dirlo è Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico, secondo il quale l’obiettivo potrebbe essere raggiunto entro il 2030, al costo di 3 miliardi di euro. Il condizionale è d’obbligo perché anche lo stesso ministro lo ha usato: “credo sia una decisione verso cui dobbiamo andare” ha dichiarato Calenda in audizione sulla strategia energetica nazionale alla presenza del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Una buona notizia che però forse richiede più determinazione e fatti concreti, come rileva un documentario prodotto da Re:Common, intitolato “L’anima nera dell’Italia”. Intanto vediamo di conoscere qual è la situazione del carbone in Italia.

I numeri del carbone

Dodici centrali sparse tra Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna producono elettricità bruciando carbone. Otto sono di proprietà dell’Enel, due di A2A, una della E.ON e una della Edipower. Nel 2014 hanno soddisfatto il 13,5 per cento del consumo interno lordo di energia elettrica a fronte delle emissioni di ben 39 milioni di tonnellate di CO2, circa il 40 per cento di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Allo stesso tempo, 521 persone muoiono ogni anno per cause legate direttamente agli effetti dell’esposizione ai fumi della combustione di carbone.

Il carbone in Italia

Numero di centrali a carbone in Italia12 (fonte: Assocarboni)
Fabbisogno elettrico soddisfatto rispetto al totale13,5% nel 2014 (fonte: Terna)
Decessi prematuri dovuti al carbone521 all'anno (fonte: Università di Stoccarda, 2010 - Greenpeace)
Emissioni di CO239 milioni di tonnellate all'anno, pari al 40% prodotto dal sistema elettrico nazionale
centrali a carbone
In Italia ci sono 12 centrali a carbone: producono un terzo delle emissioni del sistema elettrico nazionale. © Assocarboni

 

In Italia non ci sono giacimenti di carbone, eccetto il bacino sardo del Sulcis Iglesiente. Riaperto nel 1997 dopo 25 anni di inattività, oggi produce un milione di tonnellate all’anno di carbone considerato di scarsa qualità (possiede un tenore troppo alto di zolfo). Il 90 per cento del carbone che bruciamo arriva via mare da Stati Uniti, Sudafrica, Australia, Indonesia, Colombia, Canada, Cina, Russia e Venezuela.

 

carbone, germania
Il paesaggio lunare, privo di vegetazione, creato da una miniera di carbone in Germania © Sean Gallup/Getty Images

 

L’Italia e la exit strategy obbligata

In un suo recente dossier, l’organizzazione ambientalista Wwf dimostra che entro il 2070 la disponibilità di carbone si esaurirà, fermo restando che anche se continuassimo a estrarlo fino al suo termine l’impatto sull’ambiente sarebbe devastante. La scelta del carbone è, dunque, a perdere, specie per un paese come l’Italia privo di risorse proprie, ma che non dispone ancora di una exit strategy dal carbone e dove addirittura a volte si sente parlare di nuove centrali (come ad esempio il progetto di Saline Joniche a Reggio Calabria, recentemente archiviato). L’area in cui doveva sorgere è già devastata da stabilimenti mai decollati che hanno fatto solamente la gioia della ‘ndrangheta.

 

led, efficienza energetica
Un operatore sostituisce una vecchia lampadina con LED © Ethan Miller/Getty Images

 

La miglior fonte di energia è l’efficienza

Per quanto riguarda la potenza installata (ovvero la potenza massima erogabile dalle centrali) l’Italia è tecnicamente autosufficiente. Lo dice Terna, il principale operatore per la trasmissione dell’energia elettrica. Le centrali esistenti sono già in grado di erogare una potenza massima netta di circa 121 gigawatt contro una richiesta massima di 51,5 GW. Questo perché si preferisce acquistare energia dall’estero (14 per cento del fabbisogno nazionale) considerata più conveniente, e le centrali italiane sono costrette a funzionare a scartamento ridotto. La proposta di Wwf è riportata nelle conclusioni del dossier: “l’Italia farebbe meglio a puntare su un diverso modello energetico centrato sul risparmio, l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti (smart grid) integrate con efficaci sistemi di accumulo”.

Lo studio dell’Enea sulla green economy

Sempre il Wwf ha commissionato a Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) uno studio sulle possibilità di transizione verso un modello più sostenibile per le imprese della Liguria, indicando nella conversione la chiave della ripresa: la produzione di batterie per gli impianti fotovoltaici, gli interventi di efficienza energetica nel settore residenziale, l’elettrificazione delle banchine portuali sono solo alcuni dei progetti che secondo Enea creerebbero più 4.500 posti di lavoro abbattendo della metà le emissioni pro capite della Regione.

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