Che rapporto c’è tra agricoltura e cambiamenti climatici: cause e conseguenze

L’agricoltura è vittima ma anche causa dei cambiamenti climatici. La resa di molte colture è a rischio, ma la popolazione mondiale è in crescita. Da questo settore passa la sfida per il cambiamento verso una forma di sviluppo pienamente sostenibile.

Il rapporto tra agricoltura e cambiamenti climatici è a dir poco conflittuale e mette a rischio la sicurezza alimentare. Traslando in questo duello il famoso paradosso riassunto nella domanda “è nato prima l’uovo o la gallina?”, è difficile risalire al momento in cui questo scontro ha avuto inizio. È stato il riscaldamento globale a ridurre la resa delle colture nel corso degli anni o è colpa dell’agricoltura intensiva se la temperatura media globale è aumentata?

La popolazione è in aumento

Per avere un quadro più preciso di questo antagonismo va subito aggiunto un fattore fondamentale: la crescita demografica. La popolazione mondiale, infatti, è in forte aumento e, secondo le stime del dipartimento per gli Affari economici e sociali (Undesa) delle Nazioni Unite, potrebbe raggiungere i 9,7 miliardi nel 2050 rispetto ai 7,5 miliardi di oggi. Allo stesso tempo, il rendimento agricolo, in particolare di mais e grano, potrebbe calare anche del 50 per cento nei prossimi 35 anni per colpa delle mutate condizioni climatiche. Un rischio da evitare e prevenire soprattutto ora che le persone che soffrono la fame nel mondo sono in lieve calo. Il rapporto State of food insecurity in the world 2015 realizzato dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) e dal World food programme (Wfp) ha calcolato che sono quasi 795 milioni coloro che ancora oggi non mangiano a sufficienza. Erano un miliardo nel biennio 1990-1992.

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Ma i cambiamenti climatici minacciano la resa delle colture

“Il cambiamento climatico sta agendo da freno. Abbiamo bisogno di un aumento del rendimento per rispondere alla domanda di cibo, ma questo invece sta calando per colpa del riscaldamento globale”, ha detto Michael Oppenheimer, professore dell’università di Princeton e co-autore del Quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici composto da scienziati provenienti da ogni parte del mondo. È in quel testo che la scienza si è mostrata unita nell’evidenziare come il calo della resa agricola sia già in atto per colpa del global warming.

L’agricoltura intensiva mette in pericolo il clima

Allo stesso tempo, però, l’agricoltura – in particolare l’agricoltura intensiva caratterizzata da monocolture e destinata a soddisfare il fabbisogno alimentare degli allevamenti animali – è uno dei settori che emette più CO2 (il principale gas ad effetto serra) in atmosfera, paragonabile solo a quello di tutti i trasporti messi insieme.

Scendendo nei dettagli, l’agricoltura e la deforestazione ad essa correlata hanno rappresentato insieme un quinto (21 per cento) del totale della CO2 emessa in atmosfera nel periodo 2000-2010 (pari a circa 44 miliardi di tonnellate). Questo perché l’agricoltura ha bisogno di sempre più spazio e di massicce dosi di fertilizzanti chimici vista la richiesta crescente di carne e derivati anche da parte dei paesi emergenti. Il tutto a scapito della superficie coperta da foreste che, al contrario, assorbe CO2 mitigando le emissioni di origine antropica, cioè prodotte dall’uomo. Un circolo vizioso, dunque, che mette l’agricoltura in una condizione sia di vittima (calo della resa delle colture), che di carnefice (tra le prime cause dei cambiamenti climatici).

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Quando l’agricoltura indossa la maschera di carnefice, tra l’altro, spesso non ha nemmeno l’obiettivo di sfamare la popolazione in continua crescita. Un dato parla più di altri nella rappresentazione di questo conflitto: il 95 per cento della soia prodotta nel mondo è consumata dagli animali d’allevamento – in particolare bovini – dopo essere stata trasformata in mangime. Ecco perché per produrre un solo chilogrammo di carne bovina bisogna imporre all’atmosfera emissioni per circa 200 chilogrammi di CO2, secondo lo studio della scuola politecnica svedese Chalmers di Göteborg. E solo in Cina vivono 700 milioni di maiali, uno ogni due abitanti, pari alla metà di tutti i suini allevati al mondo. Per sfamare questi animali che vivono chiusi in gabbie all’interno di capannoni industriali, solo Pechino importa ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, soprattutto dall’America Latina, in particolare dall’Amazzonia brasiliana dove le sconfinate monoculture di questa leguminosa stanno distruggendo uno dei luoghi con il più alto tasso di biodiversità al mondo. Uno dei polmoni del pianeta.

L’agroecologia è la risposta?

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Food and agriculture organization, Fao), sembra avere le idee piuttosto chiare sul tema e sta lavorando per promuovere tra gli stati pratiche sostenibili: l’agroecologia. Si tratta di una serie di azioni ambientali e sociali volte a dar vita a un sistema agricolo sostenibile che ottimizzi e stabilizzi i raccolti. Pratiche in grado di rispondere agli attacchi dei cambiamenti climatici, come desertificazione e innalzamento del livello dei mari. Tra queste, l’agricoltura biologica gioca un ruolo fondamentale. Una tecnica di coltivazione, quella bio, che rispetta i cicli di vita naturali, portando al minimo l’impatto dell’uomo. Dal 2010 ad oggi, l’agricoltura biologica in Europa è cresciuta di 2 milioni di ettari, arrivando a coprire oltre 11 milioni di ettari di superficie agricola (oltre il 6 per cento del totale in Europa), secondo gli ultimi dati Eurostat. Continuando con il paragone cinese, invece, la superficie agricola biologica del gigante asiatico – fino a poco tempo fa tra gli ultimi stati per quanto riguarda lo sviluppo del biologico – è oggi pari a 1,6 milioni di ettari, con un giro d’affari di 4,7 miliardi di euro secondo i dati di Federbio, la Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica.

Le abitudini alimentari contano, soprattutto in Europa

Agricoltura e cambiamenti climatici. Concludendo questo giro del mondo nel Vecchio continente, il già citato studio della Chalmers di Göteborg indirizza verso una soluzione precisa per cercare di centrare i target di riduzione delle emissioni di CO2 che si è posta l’Unione europea: bisogna diminuire i consumi di carne bovina e di latticini. Perché la tutela del clima non può prescindere da un cambiamento delle nostre abitudini alimentari. L’industria agricola e gli allevamenti intensivi, infatti, rappresentano circa un quarto delle emissioni europee.

agricoltura e cambiamenti climatici, allevamenti intensivi
Agricoltura e cambiamenti climatici, la soia e altri tipi di colture finiscono direttamente nelle fauci del bestiame allevato in modo intensivo per produrre hamburger

L’Accordo di Parigi ha posto un obiettivo ben preciso: limitare l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, ma di fare il possibile “per tentare di non superare gli 1,5 gradi”. E oltre al settore energetico (come non citare almeno una volta i disastrosi danni dei combustibili fossili), rendere sostenibili l’agricoltura e le attività ad essa correlate è la risposta per vincere la battaglia contro il riscaldamento globale e accelerare la transizione verso una società più equa e sana.

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