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Le pratiche di recupero crediti aggressive e scorrette proliferano. Così mentre negli Stati Uniti si cerca di contrastare con forza questo fenomeno, in Italia nasce la certificazione Ethical Debt Collection.
La crisi finanziaria, scoppiata nel 2008, sta ancora facendo sentire i suoi effetti a quasi dieci anni di distanza. Milioni di privati, aziende ed istituzioni di tutto il mondo continuano ad avere difficoltà nel far fronte a debiti più o meno consistenti. Per i privati, soprattutto, si tratta non solo di un problema finanziario ma anche di una problematica che riguarda fortemente la sfera personale e psicologica.
Numerose società di recupero crediti faticano a portare avanti le proprie attività di recupero, avendo a che fare con debitori che versano in condizioni finanziarie sempre più critiche. In questi anni, tra l’altro, si è registrata un’impennata delle pratiche di recupero crediti illegali/non ortodosse, con l’utilizzo di modalità di recupero del credito alle volte eccessivamente aggressive e scorrette come telefonate ad amici e parenti o addirittura minacce.
Negli Stati Uniti, a seguito delle sempre maggiori denunce dei consumatori sta avvenendo un giro di vite contro le pratiche di recupero crediti aggressive e ingannevoli. A testimonianza di questa necessità, la Federal Trade Commission ha lanciato nel mese di novembre 2015 l’Operation Collection Protection, la prima iniziativa coordinata con altre autorità di tutto il Paese che ha portato alla chiusura di quattro società del settore per pratiche scorrette e ha annunciato l’imminente approvazione di nuove leggi di contrasto al fenomeno.
È inoltre notizia di questi giorni che JP Morgan Chase & Co., la più grande banca degli Stati Uniti, pagherà 100 milioni di dollari per risolvere una causa sui metodi illegali utilizzati per recuperare i crediti provenienti da titolari di carta di credito.
In Italia, la situazione è ancora critica, si stimano in circa 50 miliardi di euro i mancati pagamenti per le famiglie italiane nel 2014, un pagamento arretrato di 833 euro per ogni italiano, 104.000 aziende che hanno chiuso i battenti.
È sulla base di queste premesse che nasce l’Ethical Debt Collection, il nuovo sistema di certificazione volto a garantire trasparenza ed eticità nell’ambito del processo di recupero crediti. Lo strumento, unico al mondo, è stato sviluppato da LifeGate, il punto di riferimento per lo sviluppo sostenibile delle imprese, e SAI Global, ente di certificazione internazionale.
La certificazione permette di identificare da un punto di vista etico le società che svolgono le loro attività di recupero crediti, consentendo alle stesse di dimostrare di rispettare una serie di requisiti nello svolgimento delle loro attività, a vantaggio di tutti gli stakeholder di riferimento. In particolare, è possibile scegliere di certificarsi sulle attività di esazione a domicilio e sull’attività di phone collection o su entrambe.
Gextra, società di recupero e gestione integrata del credito, è stata la prima in Italia a ottenere il massimo punteggio, e quindi la certificazione “gold” EDC. “Siamo consapevoli” afferma Francesca Carafa, Amministratore Delegato di Gextra “che il nostro lavoro nell’ambito del recupero dei crediti riguarda, in molti casi, situazioni individuali e dinamiche sociali che richiedono senso di responsabilità, attenzione e rispetto, capacità di sviluppare relazioni positive, sia con le società committenti ma anche con le persone, le famiglie e le aziende con le quali dialoghiamo. Per questo, da diversi anni, abbiamo avviato un percorso di responsabilità sociale che ha come obiettivo quello di mettere Gextra nelle migliori condizioni per operare in modo etico nei confronti di tutti gli stakeholder, puntando sempre alla massima soddisfazione del cliente”.
Un risultato, quello di Gextra, che ha ulteriormente incrementato l’interesse da parte di molti soggetti, in particolare delle associazioni dei consumatori e delle aziende che utilizzano servizi di recupero crediti, che vedono potenzialmente minacciata la propria reputazione nel caso in cui le società terze, incaricate di svolgere l’attività di recupero, non lavorino in modo corretto e dunque ottimale.
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