Perché sì, perché no: il referendum sulla riforma della giustizia spiegato da due magistrati

Paolo Itri (per il sì) e Silvia Albano (per il no) ci guidano tra pro e contro di separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm, sorteggio, Alta Corte.

Il 22 e 23 marzo, le date scelte per il referendum sulla riforma della giustizia approvata nel 2025 dal Parlamento, sono sempre più vicini. E a differenza dei “soliti” referendum abrogativi, dove serve raggiungere un quorum (il 50% +1 degli aventi diritto di voto) – come quelli su cittadinanza e lavoro di giugno 2025 falliti per mancanza di questa quota -, in questo caso non è prevista alcuna soglia minima di partecipazione. Sarà un referendum confermativo: ogni voto conterà, e non andare alle urne sarà di fatto una scelta. E allora, per cosa votare? Per chi non sia ancora riuscito a districarsi tra le norme presenti e quelle che verrebbero, e non abbia ancora le idee chiarissime, abbiamo raccolto le voci di due magistrati: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, che voterà no, e Paolo Itri, sostituto Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, che voterà sì.

In sintesi estrema, la riforma introduce quattro grandi novità e su ciascuno di questi pilastri, i sostenitori e i critici della riforma si dividono nettamente.

  • I magistrati saranno divisi in due categorie distinte e non comunicanti — giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri) — con l’impossibilità di passare dall’una all’altra.
  • Al posto dell’attuale Consiglio superiore della magistratura nasceranno due Csm separati, uno per ciascuna categoria.
  • I due Csm verranno nominati tramite sorteggio, integrale per i giudici togati, mitigato per quelli “laici”.
  • La funzione disciplinare viene sottratta al Csm e affidata a una nuova Alta Corte Disciplinare.

La riforma che separa le carriere

Chi sostiene il no fa notare che una distinzione tra le due funzioni esiste già nell’ordinamento attuale. “La separazione rigida tra pm e giudice c’è già”, spiega Albano: “Si può cambiare funzione solo una volta, nei primi dieci anni di carriera e cambiando regione”. E i casi di cambio, ricorda, sono già oggi molto pochi. Quella che si introduce, secondo la magistrata, è una separazione “molto più rigida persino di quanto non prevedesse la proposta della Bicamerale di D’Alema”, e che almeno manteneva un unico Csm diviso in due sezioni”.

Il riferimento è alla  Commissione parlamentare che nel 1997 e 1998 fu incaricata di pensare una riforma costituzionale molto profonda: tra le altre cose si ipotizzò una separazione delle funzioni di pm e giudice, ma all’interno di un unico Csm. La proposta, in particolare, veniva da un esponente dei Verdi, Marco Boato, mentre oggi quella parte politica è contraria alla riforma.

Chi vota sì, invece, ritiene che la specializzazione piena sia un valore aggiunto per i cittadini. “Il pubblico ministero deve padroneggiare medicina legale, criminologia, dattiloscopia, psichiatria forense, fare sopralluoghi su scene del crimine”, osserva Itri. “Fare un sopralluogo sul teatro di un omicidio è una cosa completamente diversa dallo scrivere una sentenza”. Insomma, si tratta di due mestieri del tutto diversi. “La specializzazione dei ruoli comporta sempre maggiore professionalità e quindi una maggiore qualità delle decisioni”.

Il sorteggio al Csm: fine delle correnti o fine del merito?

Il nodo più controverso è probabilmente quello del sorteggio per la selezione dei componenti togati dei due nuovi Csm. Per Itri è il cuore stesso della riforma, e la sua ragion d’essere. Il problema attuale, sostiene, è che il sistema elettivo ha prodotto un meccanismo distorsivo: “attraverso le cabine di regia delle correnti, l’Associazione nazionale magistrati ha finito per controllare in buona sostanza il Csm. Ci troviamo in Italia in una situazione anomala, un unicum a livello mondiale, per cui un soggetto privato, l’Anm, controlla un’istituzione pubblica deputata a governare le carriere e le sorti disciplinari dei magistrati”. Il sorteggio, secondo Itri, spezza questo legame: “È un po’ come se i concorrenti di un concorso pubblico scegliessero attraverso le correnti i membri della commissione esaminatrice”.

Albano vede la questione in modo opposto. Il sorteggio non elimina le correnti — che rimangono — ma produce una componente togata “più frammentata, selezionata a caso per svolgere funzioni che non hanno nulla a che fare con il fare indagini o emettere sentenze”. Il rischio, a suo avviso, è che la componente togata esca indebolita rispetto a quella di nomina politica: i membri laici saranno “sorteggiati da una lista stilata dal Parlamento a maggioranza semplice, quindi espressione di una maggioranza politica”.

L’Alta corte disciplinare: garanzia o strumento di pressione?

Sulla nuova Alta corte disciplinare le posizioni sono ugualmente distanti. Per Albano, sottrarre la funzione disciplinare al Csm è una scelta rischiosa: “l’Alta Corte è uno strumento potentissimo di possibile intimidazione dei magistrati. Non è un caso che storicamente quella funzione fosse dentro il Csm”. La magistrata segnala inoltre che la riforma lascia molte questioni cruciali irrisolte: “Non si sa da chi saranno composti i collegi della Corte disciplinare, e da quante persone. La riforma dice solo che ci deve essere almeno un rappresentante dei giudici e uno dei pm: in teoria la maggioranza potrebbe essere di nomina politica”. Quelle lacune, avverte, verranno colmate con legge ordinaria, e lì si annidano le insidie maggiori, dal momento che le leggi ordinarie possono essere approvate a maggioranza semplice, senza dunque coinvolgere le opposizioni.

Itri contesta questa lettura con i numeri. Su 15 componenti complessivi dell’Alta corte, 9 sono magistrati — 6 giudici e 3 pm — 3 sono di nomina presidenziale e solo 3 di estrazione parlamentare. “Come si fa a mettere in discussione l’indipendenza di un organo in cui tre quinti sono magistrati e un ulteriore quinto è di nomina del Presidente della Repubblica, massima istituzione di garanzia nell’ordinamento costituzionale?”. E rispetto al sistema attuale, aggiunge, le garanzie processuali aumentano: l’Alta Corte prevede un appello nel merito oggi non previsto, e le sentenze di secondo grado saranno ricorribili in Cassazione.

Magistratura e politica: più vicini o più lontani?

È la domanda che attraversa tutto il dibattito. Per Albano la risposta è chiara: “Il fatto che si agiti questa riforma in relazione a vicende come Sea Watch o i Cpr in Albania — che riguardano giudizi civili in cui il pm non c’entra nemmeno — rivela la vera finalità: indebolire l’indipendenza della magistratura”. E aggiunge: “molte insidie sono nascoste in quello che la riforma non dice, e le leggi attuative ordinarie decideranno tutto questo”. Poi c’è di nuovo il tema della correnti: “Un magistrato, se lasciato solo di fronte alle intimidazioni, è vulnerabile: avere alle spalle un associazionismo forte invece è fondamentale per difendere l’indipendenza di chi esercita la giurisdizione”.

La magistrata Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica
La magistrata Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica © Simona Granati – Corbis/Corbis via Getty Images

Itri ribalta la prospettiva: il rischio di contaminazione politica, a suo avviso, è già presente nel sistema attuale, non in quello che si vuole introdurre. “Le correnti potrebbero avere rapporti con soggetti esterni che noi non possiamo conoscere. Questo è un problema di democrazia, di equilibrio tra i poteri”. E guarda al futuro con una previsione precisa: “Nel medio termine, questa riforma potrebbe normalizzare i rapporti tra politica e magistratura. Ogni volta che la magistratura si occupa di una materia sensibile, la politica usa le correnti come alibi per delegittimare i provvedimenti dei giudici. Una volta eliminato quel potere, la politica non avrà più quell’argomento”. Come si vede, due letture antitetiche della stessa realtà: la parola finale, questa volta spetta a noi cittadini.

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