Narges Mohammadi è stata condannata a sette anni di carcere per il suo attivismo contro il regime dell’Iran. Prosegue intanto la repressione nel paese dopo le proteste di inizio anno.
Un accordo tra i governi bengalese e birmano è stato raggiunto il 16 gennaio. Entro due anni, i musulmani rohingya potranno tornare nella loro terra. I dubbi di Amnesty International
Il Bangladesh e il Myanmar (ex Birmania) hanno raggiunto un accordo nella giornata di martedì 16 gennaio, al fine di permettere ai circa 650mila rifugiati musulmani rohingya di tornare “entro due anni” nella provincia occidentale birmana nella quale hanno vissuto fino all’autunno 2017, quando militari e milizie locali hanno lanciato una violenta repressione etnica ai loro danni.
https://www.youtube.com/watch?v=BSYo2Vyxql8 https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=sRudUWG7e7A&has_verified=1
La decisione è stata ufficializzata al termine di una riunione tenuta nella capitale del Myanmar, Naypyidaw, alla quale hanno partecipato il segretario generale del ministero bengalese degli Affari Esteri, Mohammed Shahidul Haque, e il suo omologo birmano Myint Thu. Le parti si sono impegnate a portare a termine l’operazione entro l’inizio del 2020 e ad avviarla “a partire dai prossimi giorni”, secondo le informazioni fornite all’agenzia Afp dall’ambasciatore del Bangladesh nel Myanmar. I rimpatri dovrebbero essere effettuati al ritmo di 300 al giorno.
More than half a million #Rohingya refugees have fled to #Bangladesh in less than 5 months pic.twitter.com/BNxjc4AOnU
— MSF International (@MSF) January 14, 2018
La prima ondata dovrebbe riguardare circa 30mila persone, che alloggeranno in 625 abitazioni in corso di costruzione nel distretto di Maungdaw, nel nord dello stato dell’Arakan. Saranno inoltre costruiti cinque campi di transito al fine di effettuare “le verifiche sull’identità” imposte dal governo birmano. Quest’ultimo – che non ha mai riconosciuto i musulmani rohingya come appartenenti ad una delle 135 etnie nazionali – ha fatto sapere che accetterà soltanto i rifugiati che possono provare di essere stati residentinel Myanmar prima dell’esodo.
Si tratta di una clausola che occorrerà verificare con grande attenzione, dal momento che spesso i rohingya sono privi di documenti, proprio in quanto “de facto apolidi”. Molti, inoltre, potrebbero aver perduto i permessi provvisori di soggiorno nella fuga disperata verso il Bangladesh. Da verificare, inoltre, le condizioni nelle quali nei prossimi due anni saranno costretti a vivere i rifugiati, nonché il fatto che il rientro a casa possa essere effettuato in totale sicurezza.
Myanmar and Bangladesh are about to return Rohingya refugees. Rights groups say it’s too soon https://t.co/EwCeQ6bxlR
— TIME (@TIME) January 17, 2018
Un altro aspetto da comprendere, infine, è quello legato alla reale volontà dei rifugiati di tornare a casa. Molti di loro potrebbero temere di doversi scontrare nuovamente con l’odio di una parte della popolazione birmana, che secondo quanto riferito dai media internazionali ha partecipato ad esecuzioni sommarie, stupri di massa e incendi di interi villaggi rohingya. La stessa organizzazione non governativa Amnesty International ha parlato di “allarmante fretta” e di “rimpatrio prematuro” per persone che hanno sofferto violenze così drammatiche.
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