Scorie nucleari, il governo pubblica la mappa dei siti idonei a ospitare il deposito

Pubblicata la mappa dei 51 siti idonei a ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari. Ma nessuno di questi vuole ospitarlo.

Il 13 dicembre 2023 è stata pubblicata la nuova Carta nazionale delle aree idonee (Cnai) con l’obiettivo di individuare i siti più “appropriati” per ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari in Italia. La Cnai individua 51 siti, di cui 21 nel Lazio,
10 in Basilicata, 5 tra Basilicata e Puglia, 5 in Piemonte, 2 in Sicilia, 8 in Sardegna. Uno di questi verrà scelto per realizzare il deposito definitivo dove verranno sepolte le scorie nucleari presenti in Italia. Vediamo di che si tratta.

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Ex centrale nucleare di Trino Vercellese © BlueRed/REDA&CO/Universal Images Group via Getty Images

Perché abbiamo bisogno di un deposito nazionale per le scorie nucleari

Sebbene l’Italia non abbia centrali nucleari attive, sul nostro territorio esistono migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi. Una parte è stata e viene prodotta dalla dismissione delle centrali nucleari che hanno smesso di operare in seguito al referendum del 1987 (circa il 60 per cento del totale), l’altra viene originata dai “rifiuti” della ricerca scientifica, dell’industria e del settore della medicina nucleare. Questi ultimi verranno prodotti anche in futuro nel nostro paese.

Finora, si tratta di 78mila metri cubi di scorie nucleari catalogate con un medio-basso o basso livello di radioattività, cioè quei radionuclidi la cui radioattività impiega poche centinaia di anni (sì, avete letto bene) a decadere, a cui si aggiungono 17mila metri cubi di rifiuti ad attività medio-alta e alta, la cui radioattività impiega migliaia di anni a decadere. Al momento, una buona parte di questi rifiuti – soprattutto quelli che provengono dalle centrali in dismissione – sono stoccate all’estero: Francia, Belgio e Regno Unito.

In Italia, a differenza di altri paesi europei, non esiste ancora una struttura dove stoccare in modo definitiva i rifiuti radioattivi. L’Unione europea, però, ha invitato ciascuno stato membro a trattare internamente le proprie scorie nucleari. Il deposito nazionale, quindi, ha come obiettivo primario quello di trovare un luogo per i 78mila metri cubi di scorie nucleari di bassa e medio-bassa radioattività che abbiamo prodotto e produciamo.

Come verranno sotterrate le scorie nucleari

Per le scorie nucleari di basso e medio livello sono sufficienti barriere ingegneristiche di superficie, com’è il deposito nazionale oggetto di questo articolo e della ricerca avviata dal governo. Il deposito deve essere progettato per resistere almeno 300 anni. I rifiuti condizionati e compattati (il condizionamento consiste nell’inglobare i rifiuti solidi, o nel solidificare quelli liquidi, in cemento o vetro) verranno dapprima chiusi dentro fusti di acciaio riempiti di cementite. Poi questi fusti verranno a loro volta sigillati in scatole di cemento armato e tutte le scatole – circa un centinaio – verranno poi disposte in una grande vasca in superficie, anch’essa di cemento. Tale vasca verrà infine coperta da uno strato di terreno e da un manto erboso.

Discorso a parte, invece, per i 17mila metri cubi di scorie ad medio-alta e alta intensità. Per questi verranno utilizzate delle taniche cilindriche, dette “canitester”, alte 3 metri e progettate per resistere a inondazioni, esplosioni, incendi e terremoti. Queste scorie saranno ospitate temporaneamente dal nuovo deposito, in attesa di un deposito geologico per lo smaltimento definitivo, se così si può definire.

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Manifestazione antinucleare, Roma anni ’80 © Universal Archive/Universal Images Group via Getty Images

  • Questa la lista dettagliata dei 51 comuni interessati.
  • Sogin è la società pubblica partecipata dal ministero dell’Economia e delle finanze alla quale è stato affidato – tramite decreto legislativo n.31/2010 – il compito di smantellare gli impianti nucleari (decommissiong) ma soprattutto di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale definitivo.

Come si scelgono le località idonee a ospitare il deposito delle scorie radioattive

Il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase), di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, ha approvato, con proprio decreto, la Carta nazionale delle aree idonee che rispettano le caratteristiche tecniche e socio-ambientali contenute nella guida tecnica predisposta dall'Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione): alcuni di questi parametri prevedono che i siti idonei non debbano trovarsi in aree a rischio terremoto o di eruzione di vulcani o a rischio idrogeologico. Devono stare a una distanza minima di 5 chilometri dalla costa e devono essere lontani da centri abitati, industrie e impianti militari. Inoltre non devono essere all'interno di un’area naturale protetta o in prossimità di habitat dove vivono specie animali a rischio estinzione.

L’elenco pubblicato, quindi, è un documento tecnico atteso da molto tempo, che ha subito numerosi ritardi e che restringe ulteriormente le possibilità messe sul tavolo da precedente elenco di aree solo “potenzialmente idonee” per costruire il deposito. Oltre alla Cnai, i ministeri hanno dato la possibilità ai comuni che rispettano i parametri tecnici di autocandidarsi a ospitare il deposito. L’autocandidatura deve pervenire entro 30 giorni dalla pubblicazione della mappa, dopodiché il Mase avvia, con il supporto tecnico di Sogin, la procedura di Valutazione ambientale strategica (Vas) sui siti indicati dalla mappa o che si sono nel frattempo autocandidati. Finora si è candidato spontaneamente un solo comune: è Trino Vercellese, in Piemonte, dove già sorgevano una centrale nucleare operativa prima di essere dismessa. Al comune selezionato per ospitare il deposito verranno garantiti degli incentivi.

Quanto tempo ci vuole per costruire il deposito delle scorie nucleari e quanto ci costa

Veniamo ai tempi e ai costi. Intanto, di che dimensioni stiamo parlando? Il deposito delle scorie radioattive deve estendersi su una superficie di almeno 20 ettari di terreno (10 ettari di soli rifiuti), ma l'area che lo deve ospitare deve estendersi su 150 ettari perché attorno sorgeranno gli impianti di trattamento e manutenzione, ma soprattutto deve nascere un parco tecnologico di 40 ettari.

Costo stimato in partenza, secondo Sogin, 900 milioni di euro finanziati attraverso la componente tariffaria A2 della bolletta elettrica. Come riporta il sito www.depositonazionale.it a queste risorse va aggiunto “fino a 1 miliardo di euro per progetti di ricerca del parco tecnologico, attraverso finanziamenti pubblici e privati”.

Una volta individuata l’area definitiva per il deposito (ci può volere ancora un anno), i lavori per la costruzione del deposito nazionale e del parco tecnologico avranno una durata prevista di circa quattro anni per poi entrare in esercizio entro il 2029.

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Manifestanti protestano contro i piani del governo per la costruzione del primo deposito di scorie nucleari in Italia, Basilicata, 24 novembre 2003 © PAOLO COCCO/AFP via Getty Images

La risposta dei territori alla mappa dei siti

Una delle critiche principali riguarda il percorso di autocandidatura promosso dal Mase e a muoverla è il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, che parla di un incomprensibile percorso parallelo: “Ma perché mai i territori di questi comuni, se prima non soddisfacevano gli stringenti requisiti richiesti in fase di valutazione, ora invece potrebbero essere ritenuti 'idonei' ad ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari? È noto, ad esempio, che il sindaco del comune di Trino, in Piemonte, fin dall’inizio non abbia mai nascosto il suo interesse ad avere sul proprio territorio il deposito nazionale, nonostante sono ben sei i criteri che avevano determinato la sua esclusione. Per quale motivo ora potrebbe, invece, proporsi ufficialmente per essere scelto?”.

Inoltre, attualmente nessuno dei 51 siti selezionati ha risposto in modo positivo all’idea di ospitare sul proprio territorio il deposito nazionale di scorie radioattive. Molti osservatori e commentatori relegano la questione al fenomeno Nimby (Not in my back-yard), cioè il non volere che una determinata opera rischiosa o di grande impatto venga realizzata accanto alla propria “casa”, ma la questione assume tratti più complessi se pensiamo, ad esempio, alla fase di concessione degli appalti per la realizzazione dell’opera alla sua efficienza nel tempo. Non sono pochi, infatti, gli esempi di grandi opere che vedono la presenza di casi di corruzione o di infiltrazione della criminalità organizzata che inficiano sulla qualità dell'opera stessa o semplicemente di ritardi nella tabella di marcia che, oltre a gonfiare i costi, prolungano i disagi subìti dal territorio ospitante.

Insomma, pur non escludendo di assistere a vigorose proteste da parte del territorio, quando sarà il momento di avviare concretamente l’opera, i controlli dovranno essere efficienti e garantire tempistiche e correttezza dei lavori. Altrimenti, sarà enorme il rischio di assistere all’ennesima opera mal gestita da parte delle imprese chiamate in causa: una situazione che esaspererà ancora una volta, e ancora di più, la mancanza di fiducia nelle istituzioni. E il cosiddetto fenomeno Nimby.

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