40 donne del Bangladesh sfidano i cambiamenti climatici guidando bus e camion

“Va migliorata la condizione di milioni di donne. Ricordiamolo ogni giorno dell’anno, non solo l’8 marzo”. L’intervista a Silvia Sperandini dell’Ifad.

“Si tende troppo spesso a vedere le donne come le vittime di determinate situazioni. E invece, anche in situazioni difficili come quelle legate alla pandemia, a contesti di guerra o a disastri ambientali, sono sempre state loro ad aver preso in mano la situazione”. L’economista Silvia Sperandini è gender, targeting and social inclusion specialist all’interno dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo; l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa delle attività agricole nei paesi in via di sviluppo. Per il ruolo che ricopre e le molteplici esperienze sul campo, sa bene come bisogna agire per superare lo scoglio delle disuguaglianze di genere. Investire nello sviluppo economico non basta, se queste misure non vengono accompagnate da interventi più profondi nel tessuto sociale e culturale nel quale si opera. Lo dimostrano alcune storie di successo, come quella che ha visto protagoniste 40 ragazze che abitano nella regione rurale di Mollikpur, in Bangladesh.

ifad, Silvia Sperandini
Silvia Sperandini si occupa di parità di genere e di inclusione sociale © Ifad

In che misura l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile sono fondamentali per ridurre la povertà e per assicurare uno sviluppo sostenibile?
A volte si pensa che investire nel solo sviluppo economico e nell’incremento della produttività e del reddito, sia sufficiente a scardinare le cause più profonde delle disuguaglianze di genere e a promuovere l’empowerment femminile. Ma in realtà il quadro è diverso. Esistono disuguaglianze di potere e di ruoli che sono insite nel tessuto sociale e culturale, così come nei comportamenti – consapevoli o inconsapevoli – che generano discriminazione e finiscono per escludere le donne dalle dinamiche decisionali e di allocazione e uso delle risorse. Di conseguenza, non si può prescindere da questi aspetti se si vogliono realmente assicurare lo sviluppo sostenibile, la riduzione della povertà e soprattutto la resilienza di fronte ai momenti di crisi.

Come si declinano questi aspetti all’interno dei programmi di sviluppo dell’Ifad?
L’Ifad ha messo la donna rurale al centro dei programmi di sviluppo, portando avanti la propria azione sulla base di tre pilastri. Innanzitutto, promuovere l’emancipazione economica per consentire alle donne rurali e gli uomini ad avere pari opportunità di partecipare e beneficiare di attività economiche redditizie; in secondo luogo, consentire alle donne e agli uomini di avere pari voce e influenza nelle istituzioni e organizzazioni rurali; e infine raggiungere un equilibrio più equo dei carichi di lavoro e nella condivisione dei benefici economici e sociali.

Integrare le dinamiche economico-produttive con quelle sociali rappresenta una via obbligata per migliorare la condizione di milioni di donne?
Lavorare solo sull’incremento di produttività e di reddito non è sufficiente se poi non si vanno a scardinare le cause più profonde delle disuguaglianze. Serve un approccio olistico, teso a garantire pari opportunità nell’accesso delle donne alle risorse produttive, al mondo del lavoro e alle opportunità di mercato, assicurandosi al contempo il coinvolgimento e l’impegno degli uomini. In sostanza bisogna massimizzare le complementarità, sanando le disuguaglianze e garantendo una trasformazione profonda e duratura. Che poi è l’obiettivo finale di questi interventi.

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Donne che rastrellano i chicchi di caffè © Sonny Fabbri/Lavazza

L’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna: un’occasione per riflettere su molti di questi aspetti.
Ogni giorno dell’anno, non solo l’8 marzo, deve essere l’occasione di ricordare che occorre un impegno concreto per migliorare le condizioni di milioni di donne. Possiamo farlo assicurando maggiori investimenti nella promozione dell’uguaglianza di genere, e rafforzando la presenza di donne nelle posizioni di leadership, assicurando la loro piena ed effettiva partecipazione in tutti i livelli decisionali e organizzativi. Ormai la tecnologia ricopre un ruolo determinante e occorre investire per garantire alle donne l’accesso a tutte quelle tecnologie che possono ridurre il carico e il tempo di lavoro, a partire dalle mansioni domestiche. E infine bisogna lavorare per eliminare ogni forma di violenza contro le donne di ogni età.

Con una pandemia ancora in atto, quello in Ucraina è solo l’ultimo di molti conflitti in corso in diverse zone del mondo. Quali sono i principali impatti dei periodi di crisi sulla condizione delle donne nelle aree rurali?
In situazioni di crisi e di conflitto, durante l’emergenza pandemica o anche in presenza di disastri ambientali purtroppo sempre più frequenti, sistematicamente sono i più poveri e vulnerabili a soffrire maggiormente. In ambito rurale e non solo, è parso evidente come le donne siano state le più colpite dagli effetti della pandemia: spesso impiegate in modo informale e senza alcuna forma di protezione sociale, hanno subito una perdita di posti di lavoro maggiore rispetto agli uomini, registrando anche un aumento del carico di lavoro domestico non retribuito. Anche i casi di violenza, purtroppo, aumentano in modo esponenziale in situazioni di crisi e di conflitto, e la stessa emergenza sanitaria ha fatto registrare una crescita delle violenze domestiche anche nel nostro paese.

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Studentesse dell’università di Kabul © Majid Saeedi/Getty Images

Eppure, anche in un situazioni difficili come quelle legate all’emergenza sanitaria o a contesti di guerra, in alcuni casi le donne sono state protagoniste anche di straordinarie storie di rilancio.
Tendiamo troppo spesso a vedere le donne solo come le vittime di determinate situazioni. E invece, anche in situazioni difficili come quelle legate alla pandemia, a contesti di guerra o a disastri ambientali, sono sempre state loro ad aver preso in mano la situazione. Donne forti e creative, che hanno saputo reinventare e reinventarsi. Mi viene in mente l’esempio di un gruppo di 40 ragazze che abitano nella regione rurale di Mollikpur, in Bangladesh. Dopo aver preso lezioni di guida, hanno superato l’esame e ora conducono camion e autobus, facendo un lavoro che fino a quel momento era appannaggio solo degli uomini. In questo modo aiutano le proprie famiglie a guadagnare un reddito extra durante il lungo periodo di inondazioni, e hanno anche conquistato un nuovo status nella società. Un grande esempio di resilienza rispetto agli effetti dei cambiamenti climatici, dal momento che il reddito familiare non poteva può basarsi solo sulle entrate dell’attività agricola.

Quante sono nel mondo le lavoratrici che vivono in aree rurali?
Le lavoratrici che vivono in aree rurali rappresentano il 37 per cento della forza lavoro agricola, con picchi del 48 per cento nei paesi a più basso reddito. Malgrado ciò, in molte parti del mondo solo il 15 per cento di loro può vantare la proprietà della terra. Raramente inoltre hanno pieno accesso al credito, ai servizi, alla formazione, ai mezzi di produzione e alle innovazioni tecnologiche, che renderebbero il loro lavoro più produttivo e redditizio. Oltretutto, sono spesso escluse anche dalle decisioni economiche del loro nucleo familiare o delle organizzative comunitarie.

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Sono donne otto lavoratori domestici su dieci © Joshua Hanson / Unsplash

Quanto è importante darle voce, anche all’interno del nucleo familiare?
È fondamentale. L’Ifad lavora per sviluppare un dialogo partecipativo a livello familiare, per promuovere la complementarità tra uomini e donne, giovani e anziani: solo ragionando per obiettivi comuni allo sviluppo di un’intera famiglia, si possono sradicare alcune barriere. Mi viene in mente una mia esperienza sul campo, in Zambia, legata a una bambina. La sua famiglia, che coltivava patate dolci, aveva incrementato le entrate economiche grazie a un progetto di miglioramento delle tecniche produttive. Tuttavia lei venne da me per mostrarmi con orgoglio cosa fosse in grado di fare da sola: la sua vera passione era la sartoria, per cui aveva delle indiscusse doti. Ma il suo potere nel dialogo con la famiglia era pressoché nullo e la sua voce non era stata tenuta in considerazione. Da questo esempio abbiamo capito l’importanza di allargare il dialogo familiare oltre la dinamica donna-uomo, coinvolgendo anche i più giovani.

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