È morto Silvio Berlusconi, l’uomo che ha colonizzato il nostro immaginario

Addio al Cavaliere, Silvio Berlusconi aveva 86 anni. Da imprenditore prima e da politico poi ha rivoluzionato l’Italia, nel bene e nel male.

Spaghetti, pizza, mandolino. E Silvio Berlusconi. Non c’è, nella storia recente d’Italia, una personalità che ha influito e plasmato così tanto la cultura popolare del nostro Paese e che, allo stesso tempo, ha rappresentato – nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista – l’immagine dell’Italia nel mondo. Tanto che, a distanza di molti anni dalla sua ultima esperienza da presidente del Consiglio, Berlusconi è ancora oggi (e chissà per quanto lo resterà) parte della visione che il mondo ha di noi: a quanti è capitato, in viaggio all’estero, di sentirsi dire: “Italiano? Ah, Berlusconi!”.

Politica, sport, imprenditoria: dire che Silvio Berlusconi, scomparso all’età di 86 anni, abbia lasciato una traccia indelebile in quasi mezzo secolo di storia d’Italia, sarebbe riduttivo. Silvio Berlusconi si può considerare un trattato vivente di sociologia culturale. Ci ha cambiato, rinnovato, liberalizzato, de-ideologizzato, commercializzato. Ha colonizzato il nostro immaginario. Ma dire che oggi ci abbia lasciato un’Italia migliore, è altra cosa. Le analisi sono iniziate diversi anni fa, da quando il peso del Cavaliere è andato lentamente scemando, e molti sono concordi nel dire che no, non l’ha migliorata affatto.

Berlusconismo, anti-berlusconismo, post-berlusconismo

I suoi fan irriducibili (pescati soprattutto tra imprenditori, anziani, socialisti non comunisti delusi dalla Prima Repubblica) non lo hanno mai messo in discussione; i suoi critici più accaniti gli imputano il ruolo di artefice del progressivo decadimento culturale della società e della politica italiana. Di sicuro, è arrivato prima di tutti, anticipando la tendenza dei tycoon che scendono in politica forti del loro patrimonio economico, cavalcando il malcontento popolare, il populismo e quel distacco sempre più crescente tra partiti e cittadini. O meglio, tra i cittadini e la capacità dei partiti di intercettare bisogni e sentimenti. Raccontava il noto giornalista Alan Friedman: “Berlusconi un giorno mi disse: ‘Io non assomiglio a Trump’, non ne voleva sapere. Trump invece era contento di essere paragonato a Berlusconi”.

Cosa sono, in fondo, Donald Trump e Jair Bolsonaro, se non dei discepoli di Berlusconi che (per ora) non ce l’hanno fatta?

Silvio Berlusconi, l’imprenditore

Figlio di un funzionario di banca, Berlusconi è stato il classico esempio di self-made man, di uomo che s’è fatto da solo: un’etichetta di cui si gioverà molto. Nell’Italia del boom economico, negli anni Ottanta dalla crescita fin troppo sfrenata: è qui che il Berlusconi imprenditore si fa strada. Dalle crociere come intrattenitore (lo sarà per tutta la vita, uno dei suoi più grandi talenti) alla fondazione di Milano 2 e della Fininvest, nel 1975, il passo è brevissimo.

Berlusconi, l’editore

Ma è con la televisione, più che con i palazzi, che Berlusconi entra nell’immaginario collettivo, finendo per costruirne uno tutto nuovo. Dapprima inizia a trasmettere con la piccola Telemilano nel 1978, poi aggira il monopolio Rai affidandosi a un network di reti locali che trasmettono gli stessi programmi in contemporanea: in rapida successione nascono Canale5, Italia1 e Rete4. Nel 1984 un decreto legge del premier Bettino Craxi, amico personale di Berlusconi, autorizza i tre canali Fininvest, oscurati pochi giorni prima: nasce la televisione privata. E nasce l’impero mediatico del futuro ex Cavaliere, saldato anche dall’acquisizione del gruppo editoriale Mondadori, poi Einaudi. E ancora riviste (Tv Sorrisi e Canzoni), quotidiani (Il Giornale), catene di distribuzione (Standa, Blockbuster, Medusa Film) e chi più ne ha, più ne metta.

Berlusconi, il tifoso

Per far breccia definitivamente nell’Italia dei quiz, del varietà disimpegnato, delle televendite di qualsiasi oggetto abbia valore commerciale, dell’abbandono dello stile morigerato che fin lì aveva contraddistinto la comunicazione pubblica, mancava una cosa italianissima: il pallone. Il calcio. Problema risolto con l’acquisizione del Milan, il club di estrazione più popolare tra quelli milanesi, nel 1986: un’avventura che si è conclusa nel 2017, dopo un trentennio di grandissimi successi e, anche in questo caso, visionaria. Otto scudetti, cinque Coppe dei Campioni e tanti altri trofei, un numero sconfinato di calciatori italiani e stranieri, gli arrivi a Milanello in elicottero, i Trofei Berlusconi che rappresentavano per gli italiani la vera fine dell’estate.

Berlusconi, il politico

Ovviamente è la politica l’ambito in cui Berlusconi ha permeato maggiormente l’Italia di oggi e quella di chissà quanti altri domani. Berlusconi approfitta del vuoto istituzionale lasciato dallo scandalo di Tangentopoli del 1992, e fa politica alla maniera in cui fin lì ha fatto tv: slogan (“Scendo in campo”, “L’Italia è il paese che amo”), promesse (“Un milione di posti di lavoro”), tormentoni (come l’indimenticabile – purtroppo – “Meno male che Silvio c’è”). Raccoglie tutto ciò che c’è da raccogliere in termini di consensi dai vedovi del socialismo craxiano, dagli imprenditori che lo vedono come un modello di successo, da ex democristiani spaventati da un fantomatico, anacronistico, pericolo comunista. Berlusconi cavalcherà fino all’ultimo la retorica anti-comunista, probabilmente neanche credendoci veramente, lui per il quale l’unica ideologia era un audace liberismo coltivato sulla cenere della corruzione politica.

Eppure, per molti, Berlusconi è sceso in campo per nascondere le proprie magagne: di presunti rapporti con la mafia si è parlato sempre e indagato spesso, senza che però si sia mai arrivati a una sentenza di condanna; altre voci parlavano della necessità di entrare in politica per evitare una imminente bancarotta.

Il ventennio berlusconiano

Sta di fatto che le elezioni del 1994, che lo incoronano premier a sorpresa, segnano proprio la fine dell’Italia dei partiti e dei politici di professione. Berlusconi governa per appena sette mesi, insieme a Movimento sociale italiano e Lega Nord, finché il leader leghista Umberto Bossi gli toglie la fiducia, accusandolo proprio di legami con la mafia: sembra l’inizio della fine, sarà solo la fine dell’inizio.

Berlusconi sarà presidente del Consiglio per altre tre volte, nel 2001, nel 2005-2006 e poi dal 2008 al 2011. Sono anni di grande polarizzazione, in cui le categorie politiche non sono più destra o sinistra, conservatorismo e progessismo, bensì berlusconismo e antiberlusconismo.

Sono anni di leggi ad personam contro “la magistratura politicizzata” (su tutti, il lodo Schifani del 2003 e poi il lodo Alfano del 2008 sull’immunità per le più alte cariche dello Stato, entrambi poi dichiarati incostituzionali), conflitti di interesse mai risolti dai suoi avversari, di aumento esponenziale del debito pubblico, di gaffe (fa le corna alla foto ufficiale del Consiglio europeo, da del kapò a un europarlamentare tedesco, Martin Scholz, si macchia di bodyshaming verso la cancelliera tedesca Angela Merkel, chiede “Bè, ora si mangia?”, al vertice Fao sulla fame nel mondo nel 2002).

Sono anche anni di grandi eventi e tragedie: uno è il G8 di Genova, passato alla storia per le brutali repressioni, le torture alla caserma Diaz e alla scuola di Bolzaneto, sebbene il governo Berlusconi bis, da poco insediato, avesse ereditato l’organizzazione dell’evento dall’esecutivo precedente, guidato da Giuliano Amato.

Poi il terremoto dell’Aquila del 2009, affrontato brillantemente nell’emergenza con il dispiego delle forze della Protezione civile e di migliaia di volontari, molto meno nella progettazione della ricostruzione: ancora oggi, a 14 anni di distanza, buona parte dei terremotati rimane sfollata nelle casette prefabbricate arrivate pochi mesi dopo il crollo che provocò 309 vittime e presentate in numerose passerelle mediatiche dal premier e dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso, fortemente contestate dalla popolazione locale.

Il ponte sullo Stretto, l’acqua pubblica, il nucleare 

A proposito di infrastrutture mai realizzate, il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, appena tornato in auge, è sempre stato uno dei suoi cavalli di battaglia. Per due volte, propose agli elettori un progetto per unire Messina a Reggio Calabria: prima nel 1992, appena sceso in campo, poi nel 2022, all’interno del Piano decennale per le grandi opere, presente nel famoso contratto con gli italiani.

Le politiche di Silvio Berlusconi in effetti non hanno mai brillato per visione dal punto di vista dello sviluppo sostenibile. Se è vero che anche l’Alta Velocità Torino-Lione è sempre stata da lui caldeggiata, c’è anche da dire che fino a dieci anni fa erano pochi i partiti che facevano dell’ambientalismo una reale cifra politica. In materia energetica, Berlusconi è sempre stato un grande sponsor del nucleare, al punto da firmare nel 2009 un accordo con il presidente francese Nicolas Sarkozy per la produzione di energia nucleare, attaccando ripetutamente “gli ecologisti ossessivi e la sinistra del no”.

Peccato che, nel maggio 2011, due mesi dopo la tragedia di Fukushima, a dire no nuovamente alla reintroduzione del nucleare (per la seconda volta dopo il 1987) siano stati 25 milioni di italiani, chiamati al voto in un referendum che ha sancito la sconfitta di Berlusconi su tutti i fronti: vinse il no infatti anche sulla privatizzazione, a scopo di lucro, della gestione dell’acqua (quesiti sull’acqua pubblica e sul profitto) e sul legittimo impedimento.

Mubarak, Gheddafi, Putin 

Sono anche gli anni degli scandali e delle inchieste giudiziarie, chiuse quasi sempre senza sconfitte tra assoluzioni, prescrizioni (per falso in bilancio e corruzioni) e mancate autorizzazioni a procedere da parte del Parlamento, come nel caso della tragicomica vicenda di Ruby Rubacuori, una delle olgettine “confusa” per nipote di Hosni Mubarak, presidente dell’Egitto.

silvio berlusconi morto
Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi al World Summit for Food Security 2009 © Giorgio Cosulich de Pecine / Getty Images

A proposito di amicizie discutibili, memorabili anche quelle con il raìs libico Muhammar Gheddafi e con l’attuale presidente russo Vladimir Putin, entrambe coltivate anche e soprattutto per precisi motivi geopolitici: il petrolio della Libia (e anche l’accordo sui migranti tra il 2007 e il 2008: in questo Berlusconi fu precursore del memorandum d’intesa Italia-Libia, ma quantomeno il suo patto prevedeva un accordo con un governo quantomeno stabile e non preda di milizie incontrollate), e il gas della Federazione Russa. Sul sostegno a Gheddafi, tuttavia, viste le attuali condizioni della Libia non si può dire che Berlusconi avesse tutti i torti.

Il declino e la svolta animalista

Nel novembre 2011, travolto dalla crisi economica e dall’impennata dello spread tra btp (titoli di stato italiani) e bund (tedeschi) che ha reso il debito italiano sempre più insostenibile, Silvio Berlusconi fu costretto alle dimissioni. E nel 2013 arrivò la prima condanna (frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita e creazione di fondi neri nella gestione dei diritti tv di Mediaset), e con essa la decadenza dal ruolo di senatore e perfino la perdita del titolo di Cavaliere. Ancora una volta, sembra la fine ma non lo è: certo il declino era iniziato, ma Berlusconi avrebbe ancora avuto il tempo di continuare a essere decisivo sia nella formazione che nella caduta del governo di Mario Draghi.

Nel frattempo si scopre amante degli animali: prima arriva Dudù, il tenero cagnolino di famiglia, poi le foto con l’agnellino (ancora più tenero, dicevano i maligni) per la campagna di Pasqua 2017. Infine, la fondazione del Movimento animalista, costola di Forza Italia che, assicura, “potrebbe arrivare anche al 20 per cento”. A quella soglia non ci arriverà più neanche Forza Italia: nonostante questo Berlusconi aveva tirato le fila anche dell’ultima campagna elettorale, facendosi garante con Bruxelles della posizione europeista e atlantista del nascente governo di destra, fatto salvo qualche grave scivolone sulla guerra in Ucraina, complice la sua storica amicizia con Vladimir Putin.

“Certe volte mi dispiace di non essere un dittatore ma, ahimè, non lo sono” disse una volta. Ma un’altra volta disse anche: “La libertà è l’essenza dell’uomo, è l’essenza della sua mente e del suo cuore, l’essenza della sua intelligenza e dei suoi sentimenti”. Nella contraddizione tra queste affermazioni, probabilmente, risiedeva il segreto del suo successo: l’aver incarnato le aspirazioni di una società ambiziosa, protesa all’individualismo, al produttivismo, a una crescita senza limiti, ma che così facendo ha lasciato sul campo anche molte iniquità.

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