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Due o più aziende si scambiano risorse, trasformando gli scarti di una in risorse per un’altra: è il principio della simbiosi industriale.
Sebbene si parli tanto – e da tempo – di economia circolare, superare il modello lineare del “prendi, consuma e butta” è tutt’altro che semplice. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 la material footprint dell’Unione europea – cioè la quantità di risorse necessarie per produrre beni e servizi consumati dai cittadini – era pari a 14,1 tonnellate pro capite. Lo stesso anno, il tasso di utilizzo circolare dei materiali in Europa era appena dell’11,8 per cento, una percentuale sostanzialmente ferma dal 2016. Il riciclo, di per sé, funziona: il problema sta nella quantità di materiali che entrano nel sistema economico e nel modo in cui vengono utilizzati.
Molte aziende hanno già iniziato a intervenire dentro i propri confini, lavorando sul redesign dei prodotti, sulla riduzione degli sprechi o sul recupero dei materiali. Sono passaggi importanti, ma possono arrivare fino a un certo punto. Se l’obiettivo è trasformare l’economia circolare in qualcosa che produca effetti su scala più ampia, la dimensione della singola impresa rischia di non bastare: occorre creare connessioni tra aziende, territori e filiere. È qui che entra in gioco la simbiosi industriale.
Una simbiosi industriale nasce quando due o più imprese iniziano a scambiarsi risorse – materiali, energia, acqua, sottoprodotti – trasformando ciò che per una sarebbe uno scarto in un input utile per un’altra. Il caso più immediato è quello di un’azienda che produce un residuo e di un’altra che può utilizzarlo al posto di una materia prima vergine. Ma gli esempi possono essere molto diversi: calore in eccesso recuperato per alimentare edifici o processi produttivi, acqua riutilizzata in un altro ciclo industriale, scarti alimentari o sottoprodotti agricoli valorizzati in altre filiere. Il punto non è “riciclare meglio” a valle, quando il rifiuto è già stato generato, ma intercettare i flussi prima che diventino un costo ambientale ed economico.
Da questo punto di vista, la gestione del rifiuto è soltanto una delle aree di intervento della simbiosi industriale. La logica è più ampia: capire quali risorse circolano in un territorio, dove si generano eccedenze, dove esistono fabbisogni compatibili e quali condizioni tecniche, economiche e normative servono perché uno scambio sia realizzabile. Per un’impresa, quindi, la domanda non è soltanto “come smaltisco questo scarto?”, ma “questo flusso può avere valore per qualcun altro?”. E, allo stesso tempo, “posso sostituire una materia prima vergine con un sottoprodotto disponibile vicino a me?”.
La prossimità geografica conta molto, perché scambiare calore, acqua o materiali pesanti ha senso solo se i costi logistici, tecnici e autorizzativi non cancellano i benefici. Per questo le simbiosi industriali nascono spesso in aree dove esiste già una concentrazione di attività produttive, infrastrutture, impianti energetici, reti idriche o portuali. Non basta però mettere le aziende una accanto all’altra. Servono dati sui flussi in entrata e in uscita, fiducia tra gli operatori, accordi economici sostenibili, chiarezza normativa e qualcuno che tenga insieme i soggetti coinvolti.
È qui che entra in gioco la facilitazione. Le simbiosi non nascono sempre in modo spontaneo. Una struttura di coordinamento può aiutare a mappare i flussi, individuare possibili abbinamenti tra domanda e offerta di risorse, cercare finanziamenti, accompagnare test tecnici e costruire fiducia tra soggetti che magari non hanno mai collaborato prima. Non è solo una questione tecnica: fiducia, familiarità e connessione tra aziende sono condizioni necessarie perché gli scambi funzionino nel tempo.
I benefici associati alla simbiosi industriale sono ormai ben documentati e possono essere economici, ambientali e sociali. Per le imprese, questo approccio può contribuire a ridurre i costi legati all’approvvigionamento delle risorse e allo smaltimento dei rifiuti, generare entrate aggiuntive attraverso la valorizzazione dei sottoprodotti e ridurre l’esposizione alla scarsità delle risorse e alla volatilità dei prezzi delle materie prime. Tutto questo favorendo l’innovazione e guadagnando un vantaggio competitivo. Sul piano ambientale, riduce il fabbisogno di materie prime vergini, la produzione di rifiuti, le emissioni di CO2 e di altri gas serra e le emissioni legate ai trasporti. I possibili benefici sono anche sociali e territoriali, come la creazione di occupazione, il contributo agli obiettivi di sostenibilità e una maggiore capacità di attrarre competenze e talenti.
Una delle esperienze più note è quella di Kalundborg, in Danimarca, che risale agli anni Sessanta e oggi è diventata un caso di studio internazionale in ambito accademico. La guida pubblicata da Kalundborg Symbiosis distingue tra un singolo scambio simbiotico e una vera rete di simbiosi industriale. Nel primo caso, due imprese collaborano su un flusso specifico: per esempio, una cede calore, acqua o un sottoprodotto, l’altra lo utilizza. Nel secondo caso, più aziende sono collegate tra loro da diversi scambi: il residuo di una diventa input per una seconda, il sottoprodotto della seconda può essere utile a una terza e così via. È questo passaggio dalla relazione uno-a-uno alla rete che permette alla simbiosi industriale di diventare qualcosa di più ampio di un singolo progetto di recupero.
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