La Somalia va verso la quinta stagione consecutiva di siccità e carenza di cibo

Sembra un paradosso, ma la Somalia si prepara ad affrontare un’altra stagione di siccità e inondazioni: 4,3 milioni di persone a rischio alimentazione.

  • La Somalia viene da quattro stagioni consecutive di siccità, al quale si aggiungono anche alluvioni improvvise e devastanti.
  • Secondo il World food programme, anche fino a fine del 2023 pioverà pochissimo a causa de El Niño: per 4,3 milioni di persone trovare cibo rischia di essere un problema.
  • Lo stesso Wfp però lamenta carenza di fondi: finora l’agenzia Onu ha potuto dare soccorso solo a metà delle persone che ne avevano bisogno.

Circa un quarto della popolazione della Somalia, pari più o meno a 4,3 milioni di persone, rischia seriamente di rimanere senza cibo sufficiente entro la fine dell’anno, a causa dei cambiamenti climatici che da anni ormai stanno creando nel Corno d’Africa alternanze di periodi di siccità e di piogge torrenziali. Condizioni che, come ribadito dal World food programme, l’agenzia delle Nazioni Unte per l’alimentazione e l’agricoltura, mettono in pericolo la vita e il sostentamento di milioni di persone che dipendono dall’agricoltura e dal pascolo, in Somalia come in tutta le regione. Una situazione è aggravata dal fenomeno di El Niño, che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico e influisce sulle precipitazioni in Africa orientale.

Si prevede che il numero di persone costrette a fronteggiare livelli di fame da crisi in Somalia aumenterà da circa 5 milioni a più di 7 milioni nei prossimi mesi © ActionAid

In Somalia quattro stagioni consecutive di siccità

La Somalia proviene da quattro stagioni consecutive di piogge scarse o nulle, la peggiore siccità registrata nella sua storia, che ha distrutto le coltivazioni e i pascoli, causando la morte di quasi 4 milioni di capi di bestiame. La siccità ha anche ridotto la disponibilità e la qualità dell’acqua, favorendo la diffusione di malattie come il colera e la diarrea. Inoltre, spiega il Wfp, ha provocato lo spostamento forzato di 1,4 milioni di persone dalle loro case, a causa della mancanza di risorse e dei conflitti armati che insanguinano il paese.

Ma visto che l’effetto colpo di frusta dei cambiamenti climatici in corso prevede l’alternarsi di fenomeni meteorologici estremi e opposti, alcune aree della Somalia sono state anche colpite da inondazioni improvvise, causate dalle piogge abbondanti che hanno seguito la siccità. Inondazioni che hanno danneggiato le infrastrutture, distrutto i raccolti e aumentato il rischio di malattie trasmesse dall’acqua. Circa mezzo milione di persone, secondo il Wfp, sono state costrette ad abbandonare le proprie case per cercare sicurezza su terreni più elevati, con un numero in aumento a un ritmo terrificante.

Anche il World food programme è in difficoltà

Il World food programme in questi anni è stato impegnato a fornire assistenza alimentare e nutrizionale attraverso aiuti alimentari, prestiti e investimenti, rivolti principalmente a contrastare la malnutrizione infantile: 1,8 milioni di bambini ne sono a rischio, di cui 400mila in forma grave. Sono stati implementati progetti formazione ai piccoli agricoltori per rafforzare i sistemi alimentari nazionali, ed è stata sovvenzionata la rete di protezione sociale nazionale Baxnaano, che fornisce trasferimenti di denaro regolari alle famiglie vulnerabili.

Lo stesso Wfp però ora ha fatto sapere di essere in difficoltà, e ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale per raccogliere 1,2 miliardi di dollari per fornire assistenza vitale a 8,5 milioni di persone in Somalia fino alla fine del 2023. Tuttavia, finora la risposta non è stata quella sperata: sono arrivati solo il 30 per cento dei fondi necessari. Nei primi 7 mesi del 2023, l’agenzia Onu è riuscita a fornire assistenza solamente a 2,4 milioni di persone, la metà di colore che ne avrebbero bisogno: senza nuovi fondi, il il disastro potrebbe essere dietro l’angolo.

L’esondazione del fiume Shebelle, nel tratto somalo, dello scorso maggio, causata da un alluvione dopo mesi di siccità © HASSAN ALI ELMI/AFP via Getty Images

Petroc Wilton, communication officer del Wfp per la Somalia, ha raccontato in conferenza della situazione disastrosa trovata appena una settimana fa nella sua missione a Beletweyne, sul fiume Shabelle, dove strade, ponti e scuole sono state allagate per l’esondazione dovuta a una improvvisa e fortissima alluvione: “Ho visto centinaia di persone fuggire dalle acque in aumento, con camion e carretti trainati da asini e i membri della famiglia appollaiati su pile di mobili, campi per sfollati interni abbandonati alle acque in aumento, una scuola deserta col cortile allagato. E un ospedale in cui il personale stava facendo il possibile per tenere fuori l’acqua il più a lungo possibile”. Lo stesso problema si è verificato in diversi villaggi sull’altro grande fiume della Somalia, il Juba: in tutto, da ottobre, si contano almeno 32 vittime e 456mila sfollati. 

Come detto, questi shock climatici sono stati esacerbati dal fenomeno di El Niño, che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’oceano Pacifico e influisce sulle precipitazioni in Africa orientale. Secondo la World Meteorological Organization (Wmo), c’è il 90 per cento di possibilità che El Niño prosegua fino alla fine dell’anno, causando piogge torrenziali e inondazioni nelle zone fluviali della Somalia.

Per prevenire e mitigare gli effetti di questo disastro, la Fao e l’Ambasciata britannica a Mogadiscio hanno lanciato il progetto Badbaado, che significa “salvare dalla calamità”. Questo progetto prevede il rinforzo degli argini, la distribuzione di sacchi di sabbia, la riapertura di un canale di drenaggio e la fornitura di trasferimenti preventivi di denaro e messaggi di allerta alle famiglie a rischio. Queste azioni anticipatorie si basano sulle previsioni e sul monitoraggio della Somalia Water and Land Information Management (Swalim), un’unità della Fao che si occupa di gestire specificamente le risorse idriche in gravi difficoltà della Somalia.

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