L’unico modo per salvare il clima è smettere di finanziare i combustibili fossili

Le più grandi economie del mondo continuano a versare miliardi per finanziare le centrali a carbone e a petrolio, in pieno contrasto con gli impegni assunti sul clima.

Per abbandonare i combustibili fossili bisogna prima di tutto interrompere gli incentivi fiscali alle fonti non rinnovabili. È questa in estrema sintesi quello che emerge dalle battute finali della Cop 22. Eppure, mentre con una mano alcuni dei principali produttori di CO2 del mondo si impegnano a ridurre l’impatto sul clima firmando accordi (non vincolanti), con l’altra mano non solo continuano a sussidiare le proprie industrie a carbone o a gas, ma “esportano” anche il modello dell’economia fossile nei paesi in via di sviluppo.

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Un manifestante alla Marcia sul Clima di Parigi / Albin Lohr-Jones/Pacific Press/LightRocket via Getty Images

I casi di Canada e Stati Uniti

Nel corso degli ultimi nove anni paesi come Cina, Giappone, Germania, Corea del Sud e Stati Uniti hanno investito 76 miliardi di dollari per favorire lo sviluppo del carbone in altri paesi – alcuni dei quali siedono tra i G20 – come Vietnam, Sud Africa, Australia e Indonesia. Lo dice il rapporto “Trappola carbonio: come l’International Coal Finance mina l’accordo di Parigi” pubblicato dal Natural Resources Defense Council in collaborazione con Oil Change International in occasione della COP22 in Marocco.

Tra il 2007 e il 2015 Cina e Giappone hanno investito da soli 46 miliardi di dollari nella filiera del carbone e hanno intenzione di investirne altri 18 nei prossimi anni.

Ma non ci sono solo gli investimenti verso l’estero. Il Canada, ad esempio, ha indirizzato nel 2015 3,3 miliardi di dollari in sussidi alle proprie aziende del carbone e del gas. Lo scrive il rapporto “The elephant in the room” pubblicato dall’organizzazione Environmental Defence Canada insieme ad altri partners. Se è vero che il Canada introdurrà (non prima del 2020) una carbon tax, ovvero una tassa sulle emissioni, è vero anche che la tassa la dovranno pagare i cittadini. Per ogni tonnellata di CO2 emessa dal Canada, infatti, i consumatori si troveranno a pagare dai 18 ai 30 dollari – dipende dalla provincia. Ma se il Canada continuerà a dare sussidi alle aziende a carbone e a gas, queste saranno incentivate a continuare a produrre energia con tali fonti. “È come se le tasse sul fumo pagate dai contribuenti fossero date alle compagnie di tabacco per produrre nuove sigarette. Tutto questo non ha senso” si legge nel rapporto.

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Membri di alcune delegazioni giocano con un mappamondo gonfiabile durante la Cop22 / foto di FADEL SENNA/AFP/Getty Images

Anche negli Stati Uniti, mentre si votava per l’elezione del nuovo presidente, si è cercato di introdurre la carbon tax: lo stato di Washington sarebbe stato il primo stato federale ad adottare una tale misura. Inutile dire che la legge non è passata.

I sussidi in Italia

In Italia vantiamo il record di aiuti alle fonti fossili: parliamo di 14,8 miliardi che tutti gli anni lo stato sovvenziona, attraverso aiuti diretti e indiretti, produzione e al consumo di petrolio, carbone e gas. Si tratta dello 0,63 per cento del pil a fronte di una media europea dello 0,17 per cento (e dello 0,20 per cento degli Usa) che è più di quello che viene concesso alle fonti rinnovabili.

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Il primo ministro Matteo Renzi mentre firma gli Accordi sul clima di Parigi / foto di JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

La denuncia arriva dal dossier di Legambiente “Stop sussidi alle fonti fossili“, anch’esso presentato a Marrakesh. Premesso che nel rapporto non sono calcolati i costi derivanti dall’inquinamento, l’associazione ambientalista dimostra che basterebbe chiudere questo rubinetto di finanziamenti per ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate (il 5,8% delle emissioni globali al 2020) contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale entro i 2 gradi. L’unico ammonimento è arrivato dalla Commissione Europea, la quale ci ha bacchettato perché all’epoca il governo non aveva ancora introdotto il principio del “chi inquina paga”. Era il 2015.

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