Street Art – Banksy & Co a Bologna. Oltre 250 opere in mostra

Ha aperto a Bologna la mostra Street Art – Banksy & Co, una retrospettiva sulla storia dell’arte urbana da New York all’Italia, dagli anni Ottanta ad oggi.

Dopo la polemica scatenata dalla decisione dell’artista Blu di cancellare i suoi murales a Bologna, il 18 marzo ha aperto Street Art – Banksy & Co a Palazzo Pepoli, storico edificio del capoluogo emiliano. In mostra più di 250 opere di street art, un termine che racchiude tutte quelle forme artistiche – dai graffiti, conosciuti da chi li crea come writing, al muralismo – che trovano sulle superfici urbane il loro spazio vitale. Per la prima volta in Italia sono esibiti anche 150 lavori donati dal pittore Martin Wong al museo della città di New York nel 1994, che raccontano le origini di questa forma d’arte nella metropoli statunitense degli anni Ottanta.

Perché una mostra sulla street art a Bologna

Bologna è la capitale italiana della street art e la prima grande retrospettiva sulla storia di questo genere artistico nel nostro paese non poteva che tenersi qui. L’idea della mostra è nata in seguito allo “strappo” e al restauro di otto opere di Blu, il più celebre street artist italiano, a Bologna, la sua città. Una squadra di restauratori è riuscita a rimuovere le opere dai muri che le ospitavano senza intaccarle. Secondo Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae, la società che ospita la mostra, le opere si trovavano “all’interno di comparti industriali privati, in corso di definitiva distruzione” e “non visibili” al pubblico. Da qui la decisione di prelevarle per preservarle, con il consenso dei proprietari dei muri. Tre di questi lavori sono esposti nella mostra, tra cui il murales alto dodici metri, senza titolo, del 2006.

 

L’intento è salvaguardare la street art dandogli spazio all’interno di un museo, in modo che questa venga studiata e riconosciuta per il suo importante ruolo storico. Perché “pone delle domande nuove, difficili e complicate”, secondo il curatore di Street Art – Banksy & Co, Christian Omodeo, a cui non si è sono ancora in grado di rispondere perché “quanti professori che fanno corsi sulla street art ci sono nelle università europee? Quanti curatori di musei ci sono che conoscono bene la storia di questi movimenti? Pochissimi”.

 

blu feedback
Una delle opere di Blu strappate dal muro, per così dire, dal team di restauratori. A differenza delle altre esposte questa era visibile al pubblico perché si trovava in via della Liberazione, una zona frequentata della città © Genus Bonnoniae

La città dipinta, scritta, trasformata

La mostra si apre con uno spazio angusto con luci soffuse popolato da opere di Banksy, Blek the Rat, Ericailcane e DottoRat che hanno un soggetto in comune: i ratti. Perché secondo Omodeo, “la street art si identifica con i topi”, date le sue radici nella contestazione. La rappresentazione di questo animale è un modo di dire: “noi siamo i reietti, quella parte della società a cui non vanno bene le regole e quindi sporchiamo i vostri muri per segnalarvi il nostro dissenso”.

 

Segue la sezione “Città dipinta” con opere di alcuni degli street artist più celebri al mondo – Banksy, Os Gemeos, Invader, Faile, Dran, Shepard Fairey, e, immancabilmente, Blu, a cui è dedicata un’intera sala. Dopo troviamo quella della “Città scritta” che celebra i writer, coloro che creano i graffiti. Questi si differenziano, se non sempre chiaramente, dalla street art perché rimangono più fedeli alla visione stilistica delle origini: quella del lettering (iscrizione) e name writing (scrittura del nome) popolari a New York e Filadelfia negli anni Settanta e Ottanta. In questa sezione sono esibite forme di scrittura nello spazio pubblico che risalgono all’Undicesimo secolo, ma anche opere dei più importanti writer bolognesi, quali Rusty, Cuoghi Corsello e Dado.

 

Si passa poi alla “Città trasformata” che esplora la New York del 1980 e la nascita dei graffiti, “la prima forma artistica puramente americana che non discenda dall’arte occidentale”, racconta Omodeo. Attraverso opere prese in prestito dal museo della città di New York, tra cui lavori di Dondi White, Lady Pink e Keith Haring, ci si cimenta in una città afflitta da difficoltà economiche, crimine e malessere generale i cui giovani trovano nelle tag, la scrittura ossessiva dei loro nomi da writer, una forma di espressione e ribellione.

La polemica

Sopra Street Art – Banksy & Co, però, si cela l’ombra di Blu, che attraverso la distruzione dei suoi murales bolognesi ha voluto impedire che venissero utilizzati senza il suo consenso come è stato fatto in questa mostra. Nonostante tutto, gli organizzatori dichiarano la loro ammirazione per Blu. Omodeo nutre “un profondo rispetto” per lui, mentre Roversi Monaco trova addirittura “elementi di coerenza nel comportamento dell’artista”, benché secondo lui sarebbe stato meglio se la sua azione fosse avvenuta “senza clamore”.

 

Forse l’unico a poter dare un parere esperto ma disinteressato è Sean Corcoran, curatore della prima mostra in cui vennero esposte le opere della collezione Martin Wong nella città madre dei graffiti, New York. Secondo lui “tutti gli artisti hanno reazioni diverse” allo strappo e alla “musealizzazione” delle loro opere. “Idealmente l’artista ne dovrebbe essere consapevole”, prosegue, e confessa che a New York “non ci sarebbe mai stata una polemica del genere. A livello morale, la gente non si sarebbe indignata così tanto”. In fondo, “non c’è una posizione ‘giusta’. Ognuno la crede a modo suo e l’importante è che ci sia dialogo”. Comunque la pensiate, dunque, questa mostra ha dato frutto a dibattiti importanti, sia per chi di street art ne è appassionato e chi, invece, non ha ancora avuto il piacere di avvicinarcisi.

 

La mostra si tiene a Palazzo Pepoli – museo della Storia, in via Castiglione 8, Bologna, dal 18 marzo al 26 giugno. È aperta il lunedì dalle 14.30 alle 20, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 20 e il venerdì dalle 10 alle 22.

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