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Il governo ha fatto slittare la sugar tax a gennaio 2026. Assobibe chiede la cancellazione della tassa, mentre per l’Istituto Mario Negri è necessaria e deve aumentare per essere efficace.
L’entrata in vigore della sugar tax, prevista per il 1° luglio scorso, è stata rinviata dal governo a gennaio 2026. Si tratta dell’ottavo slittamento della tassa sulle bevande analcoliche zuccherate introdotta con la legge di Bilancio 2020 del secondo governo Conte con l’obiettivo di scoraggiare il consumo di zuccheri e promuovere abitudini alimentari più sane.
Lo scopo della sugar tax è, da un lato, quello di disincentivare il consumo di prodotti ad alto contenuto di zuccheri, considerati responsabili dell’aumento di patologie come obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari; dall’altro lato quello di generare entrate fiscali da destinare a programmi di prevenzione e promozione della salute pubblica. La logica di fondo è che un aumento del prezzo finale di queste bevande ne ridurrebbe la domanda, spingendo i consumatori verso alternative più salutari e incentivando l’industria a riformulare i prodotti tagliando il contenuto di zuccheri.
La tassa è già stata adottata in decine di paesi del mondo come Regno Unito, Francia, Spagna, Messico e Cile. In Italia il provvedimento prevede un’imposta di consumo di 10 centesimi per litro sulle bibite finite con edulcoranti e di 25 centesimi per litro per i prodotti da diluire previo utilizzo. Si applica ad esempio a cole, aranciate, energy drink, succhi di frutta e tè freddi industriali, ma anche ad acque aromatizzate, bevande vegetali e latte se addizionati con zuccheri, infine a bevande analcoliche prive di zucchero etichettate come “light” o “senza zucchero”, nel caso in cui contengano edulcoranti artificiali o altri dolcificanti.
La maggioranza di governo e le associazioni di produttori del settore ritengono che il provvedimento sarebbe inefficace e metterebbe a rischio l’industria e l’occupazione. “Auspichiamo che in Parlamento si consideri uno slittamento di almeno un anno o la definitiva cancellazione di questa imposta contro il made in Italy, così da evitare alle imprese di ritornare in uno stato di incertezza nel giro di pochissimi mesi”, ha dichiarato Giangiacomo Pierini, presidente Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese che producono e vendono bevande analcoliche in Italia, commentando il rinvio della tassa. “Il nostro è l’unico comparto su cui pendono due nuove tasse come la sugar e la Plastic tax, non sostenibili per chi fa impresa nel Paese”.
Assobibe sottolinea come la tassa comporterebbe un freno degli investimenti, un calo degli acquisti di materia prima di oltre 400 milioni di euro e un taglio del 10 per cento del fatturato, riducendo di conseguenza attività e investimenti in Italia (-12 per cento) e mettendo a rischio oltre 5mila posti di lavoro (stime Nomisma). Secondo l’associazione, l’imposta “non è giustificata a livello salutistico, considerando che in Italia i consumi di bevande analcoliche sono tra i più bassi d’Europa (54 litri/annui) e il consumo delle bevande con zucchero ha subito un calo del 27 per cento negli ultimi dieci anni”. Inoltre, Assobibe riporta come, nonostante la tassa, “in stati quali la Francia, Olanda, Irlanda, Portogallo i consumi di zucchero sono rimasti invariati, o sono cresciuti, e in nessuna parte del mondo si è evidenziato un dato globale di calo dei tassi di obesità”.
A seguito dello slittamento della tassa, l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri ha emanato una nota in cui invece rimarca come la sugar tax sia necessaria “perché lo zucchero uccide proprio come alcol e fumo. E lo fa senza che ce ne accorgiamo (che è anche peggio)”. L’Istituto spiega come l’imposta però non sia uguale dappertutto e come i buoni risultati dipendano molto dalle modalità di applicazione della tassa, oltre che dal contesto socio-economico e culturale di riferimento.
“Gli aumenti previsti dalla tassa italiana sono irrilevanti e potrebbero non portare a una diminuzione dei consumi. Questa ha avuto luogo, nei Paesi che hanno adottato la sugar tax da molti anni, solo quando la tassa è elevata e quando, soprattutto, è progressiva, cioè aumenta con l’aumentare della concentrazione di zucchero in un prodotto. La sugar tax italiana non possiede nessuna di queste due caratteristiche”, ha commentato il direttore dell’Istituto Mario Negri Giuseppe Remuzzi.
Secondo l’Istituto Mario Negri e l’Istituto Superiore di Sanità, per essere davvero efficace, la sugar tax dovrebbe arrivare al 20 per cento del prezzo della bibita, come già avviene in Paesi come Cile, Messico e Barbados. La stima del possibile incasso è di 400 milioni di euro l’anno che potrebbero essere dedicati a iniziative di educazione alimentare e alla ricerca.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in una dieta da 2.000 calorie, il consumo di zucchero non dovrebbe superare i 50 grammi al giorno (ovvero 10 cucchiaini), pari al 10 per cento delle calorie totali. L’Oms suggerisce di ridurre questo valore a 25 grammi (5 cucchiaini) al giorno, ovvero il 5 per cento delle calorie totali, per ottenere benefici ancora maggiori per la salute.
In Italia si consumano in media 83 grammi di zucchero al giorno procapite, gran parte dei quali da bevande gassate e zuccherate: ogni anno, ciascun italiano, come riportato anche da Assobibe, ne beve circa 54 litri, equivalenti a 5 chili di zucchero. Una lattina di cola da 330 cl contiene circa 35 grammi di zucchero, mentre un comune succo di frutta industriale può superare i 5 cucchiaini per confezione.
Secondo un recente rapporto dell’Istituto superiore di Sanità quasi un bambino su quattro consuma bevande zuccherate ogni giorno, percentuale che sale ulteriormente in alcune regioni del Sud. In Europa, l’Italia occupa il quarto posto per numero di bambini sovrappeso o obesi nella fascia tra i 7 e i 9 anni, con tassi prossimi al 40 per cento. Se questa tendenza non si arresta, entro il 2035 quasi la metà (49 per cento) dei bambini italiani sarà sovrappeso o obesa.
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